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ARCHILOCO

1

Io sono scudiero di Enialio signore,
e conosco il dono amabile delle Muse

 

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 2

Con la grande coppa vieni spesso tra i banchi
della nave veloce, e togli i tappi agli orci panciuti;
fino alla feccia spilla il vino rosso: noi,
in questa guardia, non potremo essere sobri.

* * *

Sul banco della nave sta la mia focaccia impastata; sul banco
della nave sta il vino d'Ismaro; disteso sul banco io bevo. 

 

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3

Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio
- arma gloriosa - lasciai non volendo.
Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?
Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.

 

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4

Nessuno dei cittadini, Pericle, biasimando
i lutti dolorosi, gioirà con banchetti, e neppure la città.
Tali sono gli uomini che l'onda del mare sonante
sommerse; e gonfio di pianto è il cuore
per la pena. Ma ai mali irrimediabili gli dèi,
o amico, diedero la virile sopportazione
come rimedio: ora uno, ora un altro ha questa sorte;
su di noi adesso si è volta, e piangiamo la ferita che sanguina.
Poi, di nuovo, toccherà ad altri. Ma presto, via,
allontanate il lutto femmineo, e sopportate.


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5

"La fortuna di Gige ricco d'oro non m'interessa;
non mi prese mai invidia, né sono geloso
di opere divine; un grande potere non bramo;
è lontano dai miei occhi."

 

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6

Ella aveva un ramo di mirto, e un bel fiore
di rosa, e ne gioiva.

* * *

La chioma a lei
ombrava le spalle e la schiena.


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7

Glauco, guarda! I flutti sconvolgono fin dal profondo
il mare; sulle vette di Gire, ritto, si erge un nembo,
segno di tempesta: dall'inatteso coglie il timore.


 

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8

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe,
fiero dei suoi riccioli e ben rasato.
Uno basso ne voglio, con le gambe storte,
ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio. 


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9

"Non v'è cosa che l'uomo non possa aspettarsi, o negare giurando,
o che desti stupore, da che Zeus, il padre degli dèi nell'Olimpo,
fece notte nel mezzo del giorno, occultando la luce
al sole splendente. E una triste paura sugli uomini venne.
Tutto da allora è degno di fede, tutto dall'uomo può essere atteso:
nessuno di voi si stupisca, nemmeno se vede
le fiere scambiar coi delfini il pascolo marino,
e che ad esse le onde echeggianti del mare siano più gradite
della terra, così come ai delfini il monte boscoso." 

 

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10

Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio,
sorgi, difenditi, opponendo agli avversari
il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo,
di fronte a loro; e non ti vantare davanti a tutti, se vinci;
vinto, non gemere, prostrato nella tua casa.
Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori
non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.

 

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11

Carilao, figlio di Erasmone, una cosa ridicola voglio
raccontarti, o amico più caro di tutti, e tu ti divertirai ad ascoltarla.

 

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12

Padre Licambe, che cos'è quello che hai detto?
Chi ti ha sconvolto il senno,
che prima avevi saldo? Certo, ora
farai ridere molto i cittadini.

* * *

un grande giuramento tu violasti,
il sale e la mensa

* * *

c'è questa favola tra gli uomini:
una volpe e un'aquila, una volta,
strinsero alleanza
Zeus, padre Zeus, tuo è il dominio del cielo:
tu le azioni degli uomini osservi,
quelle empie e quelle giuste: a te sta a cuore
la prepotenza degli animali, e la giustizia

* * *

vedi dov'è quell'alta roccia
scabrosa e aspra?
Li ha il suo nido, non curando la tua sfida.

* * *

che, tu non abbia a incontrare un natichepelose

* * *

portò e imbandì ai cuccioli un pasto orrendo

* * *

e in esso una scintilla di fuoco 

 

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13

Tale una brama d'amore, sotto il cuore avviluppatasi,
versò sugli occhi una densa nebbia,
e dal petto rapì i molli sensi. 

 

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14

Infelice, nel desiderio io giaccio,
senza vita, per volere degli dèi da dolori tremendi
trafitto nelle ossa.

 

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15

...

mi doma, o amico, il desiderio che fiacca le membra

* * *

"...

astenendoti del tutto; ma ugualmente sopportare...
Se poi hai fretta, e il desiderio ti urge,
c'è qui da noi quella fanciulla, che desidera molto sposarsi:
è bella e tenera: senza biasimo
- credo - è la sua bellezza: falla tua sposa".
Così, diceva. E a lei io rispondevo:
"Figlia di Anfimedò, della donna nobile
e saggia, che ora la putrida terra trattiene,
son molte le gioie della dea per gli uomini giovani,
oltre la cosa divina: una sarà sufficiente.
Questo con calma, quando s'anneri la notte,
tu ed io, con l'aiuto del dio, decideremo.
Farò come tu desideri: molto...
Ma di sotto il fregio e le porte allontànati:
non rifiutarti, cara. Mi dirigerò verso i giardini
erbosi. Ma questo ora sappi: Neobule
la sposi un altro uomo. Ahimè, è sfatta, ha il doppio dei tuoi anni;
svanito è il fiore virginale,
e il fascino che un tempo aveva. Sazietà non conosce,
ma della giovinezza mostrò i confini, la folle donna:
mandala in malora! Che non m'accada,
sposando una tale donna,
di divenir la burla dei vicini: te, io desidero molto sposare.
Né infida né doppia tu sei:
lei è più scaltra e trama più inganni.
Spinto dalla fretta, temo
di fare figli ciechi e prematuri, come la cagna famosa".
Queste parole dicevo e, presa la fanciulla,
tra fiori rigogliosi la facevo adagiare; con un morbido
mantello la ricoprivo, ponendo un braccio sotto il collo
a lei, pavida come una cerbiatta che ormai desiste dalla fuga.
Con le mani le toccai dolcemente il seno,
e dove mostrava la tenera pelle, incanto di giovinezza.
Palpando tutto il bel corpo,
emisi la bianca forza, mentre sfioravo la chioma bionda.

 

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