Giovenale

APPENDICE
I TRE EPIGRAMMI DI MARZIALE PER GIOVENALE

 

 

 VII 24

 

 

Perfida lingua, che cerchi d'aizzarmi contro

il mio Giovenale, cos'altro oserai dire?

Le tue infami macchinazioni farebbero a Oreste odiare

Pílade e perdere a Teseo l'amore di Pirítoo;

dividere potresti i due fratelli di Sicilia,

i due più grandi Atridi e gli stessi figli di Leda.

Per queste tue virtù, per queste tue prodezze t'auguro,

linguaccia, di fare ciò che immagino tu già faccia.

 

VII 91

 

 

Del mio campicello, facondo Giovenale,

ecco, ti mando noci per i Saturnali.

A fanciulle lascive gli altri frutti

li ha donati il membro in fregola di Priapo.

 

XII 18

 

 

Mentre affannato forse tu t'aggiri

nel chiasso di Suburra, Giovenale,

o batti il colle di Diana Signora;

mentre davanti agli atri dei potenti

tergi il sudore con la toga e vaghi

stanco morto dall'uno all'altro Celio;

io, qui tornato dopo molti inverni,

vivo in braccio alla mia Bílbili, fiera

d'oro e di ferro, come un contadino.

E qui in dolci mansioni pigramente

bazzico da Boterdo a Platea (nomi

fra i più ignoti anche in terra di Spagna);

mi godo lunghe e sfacciate dormite,

che a volte nemmeno il giorno interrompe,

e mi rivalgo di tutto quel sonno

che in trent'anni d'insonnia ho sperperato.

Ignota è la toga; se chiedo un abito

è quello accanto su una sedia zoppa.

Quando mi alzo, mi scalda il focolare

pien di ceppi del vicino querceto,

con le teglie della massaia appese.

E arriva un cacciatore, che compagno

vorresti nei recessi di una selva;

sovrintende agli schiavi un garzoncello

che chiede di tagliar loro i capelli.

Questa è vita e così voglio morire.

 

 

 


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