Perfida lingua, che cerchi d'aizzarmi contro il mio Giovenale, cos'altro oserai dire? Le tue infami macchinazioni farebbero a Oreste odiare Pílade e perdere a Teseo l'amore di Pirítoo; dividere potresti i due fratelli di Sicilia, i due più grandi Atridi e gli stessi figli di Leda. Per queste tue virtù, per queste tue prodezze t'auguro, linguaccia, di fare ciò che immagino tu già faccia. VII 91 Del mio campicello, facondo Giovenale, ecco, ti mando noci per i Saturnali. A fanciulle lascive gli altri frutti li ha donati il membro in fregola di Priapo. XII 18 Mentre affannato forse tu t'aggiri nel chiasso di Suburra, Giovenale, o batti il colle di Diana Signora; mentre davanti agli atri dei potenti tergi il sudore con la toga e vaghi stanco morto dall'uno all'altro Celio; io, qui tornato dopo molti inverni, vivo in braccio alla mia Bílbili, fiera d'oro e di ferro, come un contadino. E qui in dolci mansioni pigramente bazzico da Boterdo a Platea (nomi fra i più ignoti anche in terra di Spagna); mi godo lunghe e sfacciate dormite, che a volte nemmeno il giorno interrompe, e mi rivalgo di tutto quel sonno che in trent'anni d'insonnia ho sperperato. Ignota è la toga; se chiedo un abito è quello accanto su una sedia zoppa. Quando mi alzo, mi scalda il focolare pien di ceppi del vicino querceto, con le teglie della massaia appese. E arriva un cacciatore, che compagno vorresti nei recessi di una selva; sovrintende agli schiavi un garzoncello che chiede di tagliar loro i capelli. Questa è vita e così voglio morire.
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