Oltre i Sàrmati, oltre i ghiacci dell'Oceano vorrei fuggire, quando a fare i moralisti sono svergognati che s'atteggiano a Curio e vivono in baccanali. Senz'arte, questo sono, anche se hanno busti di Crisippo in ogni luogo e per loro comprare ritratti di Aristotele o di Pìttaco, ordinare uno scaffale per conservarvi gli originali di Cleante è il massimo degli ideali. Non fidarti dell'apparenza: le strade sono piene di viziosi in cattedra. Condanni l'immoralità tu, proprio tu, che degli efebi di Socrate sei il buco più noto? Il corpo rozzo e le braccia irte di setole prometterebbero un animo fiero, ma dal tuo culo depilato, con un ghigno, il medico taglia escrescenze grosse come fichi. Di poche parole, maniaci del silenzio, hanno capelli corti più dei sopraccigli. Com'è più autentico e più vero Peribomio: colpa del destino, io credo, se reca in volto e quando cammina le tracce del suo male. Gente inerme che merita pietà e che per tirannia d'amore si perdona. Ben peggio chi con voce erculea si scaglia contro i vizi e con la virtù in bocca agita il culo. 'E dovrei aver paura di te, Sesto, perché sculetti?', dice Varillo, infame tra gli infami, 'in che cosa mai ti sono peggiore?' Pazienza che un uomo normale derida uno storpio o un bianco un nero, ma che i Gracchi si lamentino dei moti di piazza è insopportabile. Chi non farebbe tutt'uno di cielo e terra, di mare e cielo, se un ladro stesse sul cazzo a Verre, un omicida a Milone, se Clodio denunciasse gli adùlteri e Catilina Cetego, se i tre discepoli di Silla si dichiarassero contro le proscrizioni? Tutto quell'adultero!, che in tempi recenti, macchiato di un incesto da tragedia, ripristinava leggi così severe per tutti che anche Venere e Marte avrebbero temuto, mentre Giulia sgravava di continui aborti il suo ventre fecondo, scodellando feti in tutto simili allo zio. Non è a ragione dunque e con pieno diritto che i peggiori viziosi disprezzino questi ipocriti Scauri e che a ogni morso restituiscano morso? Con uno di questi, che minaccioso tuonava di continuo: 'Lex Iulia, dove sei finita, dormi?', persino Laronia non ce la fece più e l'irrise: 'Tempi beati questi che hanno in te un argine al malcostume. Potrà riavere Roma il suo pudore: piovuto dal cielo è un terzo Catone. Ma dimmi, dove compri quel profumo che emana il tuo collo villoso? Non vergognarti, mostrami il padrone del negozio. Però, se si scomodano leggi e decreti, la prima da evocare è la Scantinia. Avanti, guarda i maschi e controlla quante ne fanno più di noi; ma li difende il numero, falangi strette scudo a scudo. Solidali, non c'è che dire, i rammolliti. Mai troverai nel nostro sesso esempio così detestabile: Tedia non lecca Cluvia, né Flora Catulla; Ispone invece si vota ai ragazzi e per eccessi opposti si fa smorto. E noi? discutiamo forse i processi, sovvertiamo le leggi, facciamo gazzarra ai vostri comizi? Donne dedite alla lotta o che mangino il rancio degli atleti sono rare. Ma voi filate lana, voi, raccogliete in cestelli le matasse, più veloci di Aracne, più abili della stessa Penelope a torcere il fuso carico di fili sottili: così relegata al suo ceppo lavora negletta una concubina. Sappiamo perché Istro ha fatto testamento solo in favore del liberto: perché ha arricchito in vita la sposina. Quella, che sa dormire come terza nel letto nuziale, farà la sua fortuna. Spòsati e taci: fruttano gemme i segreti. E dopo tutto questo, puoi dir male di noi? La censura risparmia i corvi e s'accanisce contro le colombe'. Davanti a verità cantate con tanta chiarezza, si dispersero confusi gli pseudostoici: Laronia è irrefutabile. Ma cosa non faranno gli altri, quando tu, Crètico, indossando veli, tuonerai contro Pròcule e Pollitte tra il pubblico esterrefatto per la tua veste? Fabulla è adultera: la si condanni, e con lei anche Carfinia, se vuoi; chi condanni, stai certo, non indosserà mai una toga come la tua. 'Ma luglio è un forno ed io muoio di caldo.' E allora esci nudo, minor vergogna è la pazzia. In questa foggia, mentre proponevi editti e leggi, avrebbe dovuto vederti il popolo vittorioso, sì, ma con le ferite ancora aperte o qualche montanaro che per ascoltarti avesse appena lasciato l'aratro. E non grideresti allo scandalo se vedessi indosso a un giudice questa roba? Mi domando se i veli s'addicano a un teste. E tu, spietato e indomito maestro di libertà, tu, Crètico, ti mostri in trasparenza? Il contagio ti ha impestato e impesterà altri, come in campagna tutto il gregge soccombe per la scabbia o la tigna di un solo porco e l'uva marcisce a contatto d'altra uva. Un giorno o l'altro oserai cose ben più turpi di un abito: nessuno arriva di colpo al massimo dell'infamia. A poco a poco t'accoglieranno fra loro quelli che al chiuso si fasciano il capo di lunghi nastri, ricoprono il collo intero di collane e offrono in grazia alla dea Bona pancetta di scrofa novella e crateri di vino. Ma, invertendo il rito, nessuna donna, tenuta a distanza, può varcare la soglia: ai soli maschi è riservata l'ara della dea. 'Via, sacrileghe,' gridano, 'qui nessuna flautista può far gemere il suo corno.' Misteri come questi al lume incerto d'una torcia celebravano i Batti, che in Atene riuscivano a infastidire Cotitto stessa. Uno con un ago ritorto si allunga i sopraccigli tingendoli di fuliggine inumidita e si dipinge gli occhi sbattendoli al cielo; un altro beve da un fallo di vetro, capelli lunghi sino ai piedi che gonfiano una reticella d'oro, la veste a quadri azzurri o di raso verdino e uno schiavo che anche lui giura in nome di Giunone. Un altro ancora impugna quello specchio che fu ornamento dell'effeminato Otone e in cui, quasi 'spoglia di Attore Aurunco', egli si rimirava in armi ordinando ai suoi d'alzare le insegne. Avvenimento, sì, da immortalare negli annali della storia contemporanea: uno specchio fra gli arnesi della guerra civile! Solo un duce eccelso può assassinare Galba e curarsi al tempo la pelle; ci vuole l'animo di un cittadino eccelso per ambire sui campi di Bedriaco la conquista del Palatino e intanto spalmarsi sul viso con le dita un impiastro di pane: nemmeno Semiramide cinta d'armi nel suo impero assiro o Cleopatra in lutto sulla sua nave ad Azio ne furono capaci. Tra voi invece non c'è freno alle parole, rispetto per la mensa, niente; solo l'infamia di Cibele impera e la licenza di parlare a voce fessa, mentre un vecchio fanatico, bianco di capelli e campione raro d'insaziabile golosità, tanto insigne in questo da prendersi a maestro, sovraintende alle cerimonie. Che mai aspettano costoro? Da tempo avrebbero dovuto all'uso frigio recidersi col ferro quell'inutile appendice. A un suonatore di corno o, meglio, di tromba dritta Gracco ha portato in dote quattrocentomila sesterzi. Contratto firmato, 'felicità!', una cena sontuosa, e la sposina è già in grembo al marito. O nobili, chi ci vuole? il censore o l'indovino? Si proverebbe forse più orrore se una donna partorisse un vitello o una vacca un agnello? lo stimeresti più mostruoso? Frange, velo nuziale e strascichi: questo indossa chi un tempo sudò sotto gli scudi ancili, portando questi oggetti sacri sospesi alle loro corregge mistiche. Padre di Roma, da dove è piombata tanta nefandezza sui pastori latini? da dove è giunto, Marte, questo prurito ai tuoi nipoti? Un uomo illustre per sangue e fortuna si dà, lo vedi, a un altro uomo e tu non scuoti l'elmo, non batti a terra la lancia, non gridi il tuo sdegno al padre celeste? Vattene, allora; sgombra il Campo Marzio, quella terra austera che tu trascuri. 'Domani all'alba ho un impegno ai piedi del Quirinale.' Il motivo? 'Non lo sai? Un amico si marita: l'invito è solo per gli intimi.' Vivi ancora un po' e queste cose si faranno, si faranno in pubblico e si pretenderà di registrarle. Ma un bel tormento perseguita queste spose: partorire non possono e vincolare così i mariti con la prole. Fortuna che la natura alle voglie non concede poteri sulla carne: muoiono sterili, e a loro non servono gli unguenti dell'obesa Lide, non serve offrire le palme ai Luperchi in corsa. Mostruosità maggiore? Gracco, che in tunica di gladiatore e armato di tridente, fugge in mezzo all'arena; Gracco, lui, più nobile dei Capitolini e dei Marcelli, dei discendenti di Càtulo e Paolo, più dei Fabi e di tutti gli spettatori in tribuna e puoi comprendervi quello che dava i giochi il giorno in cui Gracco gettò la rete. Neanche i bambini, salvo quelli che ai bagni non pagano ancora, credono agli spiriti e ai regni d'oltretomba, alla pertica di Caronte e alle rane nere della palude stigia, le cui acque migliaia d'anime attraverserebbero su una barca sola. Ma mettiamo che siano storie vere: che proverebbero Curio e i due Scipioni, Fabrizio e l'ombra di Camillo, i legionari di Crèmera, i giovani caduti a Canne e le larve di tante guerre, quando l'anima d'uno di questi scende tra loro? Fuoco e zolfo, rorido alloro per purificarsi, questo vorrebbero, se potessero averlo. Miseri noi, là finiremo! Abbiamo, sì, portato le armi nostre oltre i lidi d'Irlanda e, conquista recente, oltre le Orcadi e i Britanni, che s'appagano di notti brevissime, ma i nostri vinti non commettono ciò che si fa nella città dei vincitori. E tuttavia si dice di un armeno, Zalace, di tutti gli efebi il più effeminato, che agli ardori di un tribuno s'è abbandonato. Frutto degli scambi, non credi? Ostaggio: così era venuto, ma qui si fanno uomini. Ammetti che questi ragazzi soggiornino per qualche tempo a Roma: non mancherà loro un amante. Gettati brache, frustini, briglie e pugnali, rimpatrieranno ad Artassata coi costumi dei giovani romani. |