Decimo Giunio Giovenale
Libro Primo - II

 (ipocrisia e perversione)

 

 

Oltre i Sàrmati, oltre i ghiacci dell'Oceano

vorrei fuggire, quando a fare i moralisti

sono svergognati che s'atteggiano a Curio

e vivono in baccanali. Senz'arte,

questo sono, anche se hanno busti di Crisippo

in ogni luogo e per loro comprare

ritratti di Aristotele o di Pìttaco,

ordinare uno scaffale per conservarvi

gli originali di Cleante

è il massimo degli ideali.

Non fidarti dell'apparenza:

le strade sono piene di viziosi in cattedra.

Condanni l'immoralità tu, proprio tu,

che degli efebi di Socrate sei il buco più noto?

Il corpo rozzo e le braccia irte di setole

prometterebbero un animo fiero,

ma dal tuo culo depilato, con un ghigno,

il medico taglia escrescenze grosse come fichi.

Di poche parole, maniaci del silenzio,

hanno capelli corti più dei sopraccigli.

Com'è più autentico e più vero Peribomio:

colpa del destino, io credo, se reca in volto

e quando cammina le tracce del suo male.

Gente inerme che merita pietà

e che per tirannia d'amore si perdona.

Ben peggio chi con voce erculea

si scaglia contro i vizi

e con la virtù in bocca agita il culo.

'E dovrei aver paura di te,

Sesto, perché sculetti?',

dice Varillo, infame tra gli infami,

'in che cosa mai ti sono peggiore?'

Pazienza che un uomo normale derida uno storpio

o un bianco un nero, ma che i Gracchi

si lamentino dei moti di piazza è insopportabile.

Chi non farebbe tutt'uno di cielo e terra,

di mare e cielo, se un ladro stesse sul cazzo a Verre,

un omicida a Milone, se Clodio

denunciasse gli adùlteri e Catilina Cetego,

se i tre discepoli di Silla

si dichiarassero contro le proscrizioni?

Tutto quell'adultero!, che in tempi recenti,

macchiato di un incesto da tragedia,

ripristinava leggi così severe per tutti

che anche Venere e Marte avrebbero temuto,

mentre Giulia sgravava di continui aborti

il suo ventre fecondo, scodellando feti

in tutto simili allo zio.

Non è a ragione dunque e con pieno diritto

che i peggiori viziosi

disprezzino questi ipocriti Scauri

e che a ogni morso restituiscano morso?

 

Con uno di questi, che minaccioso

tuonava di continuo:

'Lex Iulia, dove sei finita, dormi?',

persino Laronia non ce la fece più

e l'irrise: 'Tempi beati questi

che hanno in te un argine al malcostume.

Potrà riavere Roma il suo pudore:

piovuto dal cielo è un terzo Catone.

Ma dimmi, dove compri quel profumo

che emana il tuo collo villoso?

Non vergognarti, mostrami il padrone del negozio.

Però, se si scomodano leggi e decreti,

la prima da evocare è la Scantinia.

Avanti, guarda i maschi

e controlla quante ne fanno più di noi;

ma li difende il numero,

falangi strette scudo a scudo.

Solidali, non c'è che dire, i rammolliti.

Mai troverai nel nostro sesso

esempio così detestabile:

Tedia non lecca Cluvia, né Flora Catulla;

Ispone invece si vota ai ragazzi

e per eccessi opposti si fa smorto.

E noi? discutiamo forse i processi,

sovvertiamo le leggi,

facciamo gazzarra ai vostri comizi?

Donne dedite alla lotta o che mangino

il rancio degli atleti sono rare.

Ma voi filate lana, voi,

raccogliete in cestelli le matasse,

più veloci di Aracne,

più abili della stessa Penelope

a torcere il fuso carico di fili sottili:

così relegata al suo ceppo

lavora negletta una concubina.

Sappiamo perché Istro ha fatto testamento

solo in favore del liberto:

perché ha arricchito in vita la sposina.

Quella, che sa dormire come terza

nel letto nuziale, farà la sua fortuna.

Spòsati e taci: fruttano gemme i segreti.

E dopo tutto questo,

puoi dir male di noi?

La censura risparmia i corvi

e s'accanisce contro le colombe'.

 

Davanti a verità

cantate con tanta chiarezza,

si dispersero confusi gli pseudostoici:

Laronia è irrefutabile.

Ma cosa non faranno gli altri,

quando tu, Crètico, indossando veli,

tuonerai contro Pròcule e Pollitte

tra il pubblico esterrefatto per la tua veste?

Fabulla è adultera: la si condanni,

e con lei anche Carfinia, se vuoi;

chi condanni, stai certo,

non indosserà mai una toga come la tua.

'Ma luglio è un forno ed io muoio di caldo.'

E allora esci nudo,

minor vergogna è la pazzia.

In questa foggia, mentre proponevi editti e leggi,

avrebbe dovuto vederti il popolo

vittorioso, sì, ma con le ferite ancora aperte

o qualche montanaro che per ascoltarti

avesse appena lasciato l'aratro.

E non grideresti allo scandalo

se vedessi indosso a un giudice questa roba?

Mi domando se i veli s'addicano a un teste.

E tu, spietato e indomito maestro

di libertà, tu, Crètico,

ti mostri in trasparenza?

Il contagio ti ha impestato e impesterà altri,

come in campagna tutto il gregge

soccombe per la scabbia o la tigna di un solo porco

e l'uva marcisce a contatto d'altra uva.

 

Un giorno o l'altro oserai cose

ben più turpi di un abito:

nessuno arriva di colpo al massimo dell'infamia.

A poco a poco t'accoglieranno fra loro

quelli che al chiuso si fasciano il capo

di lunghi nastri, ricoprono il collo intero

di collane e offrono in grazia alla dea Bona

pancetta di scrofa novella e crateri di vino.

Ma, invertendo il rito, nessuna donna,

tenuta a distanza, può varcare la soglia:

ai soli maschi è riservata l'ara della dea.

'Via, sacrileghe,' gridano,

'qui nessuna flautista può far gemere il suo corno.'

Misteri come questi al lume incerto d'una torcia

celebravano i Batti, che in Atene

riuscivano a infastidire Cotitto stessa.

Uno con un ago ritorto

si allunga i sopraccigli

tingendoli di fuliggine inumidita

e si dipinge gli occhi sbattendoli al cielo;

un altro beve da un fallo di vetro,

capelli lunghi sino ai piedi

che gonfiano una reticella d'oro,

la veste a quadri azzurri o di raso verdino

e uno schiavo che anche lui giura

in nome di Giunone.

Un altro ancora impugna quello specchio

che fu ornamento dell'effeminato Otone

e in cui, quasi 'spoglia di Attore Aurunco',

egli si rimirava in armi

ordinando ai suoi d'alzare le insegne.

Avvenimento, sì, da immortalare

negli annali della storia contemporanea:

uno specchio fra gli arnesi della guerra civile!

Solo un duce eccelso può assassinare Galba

e curarsi al tempo la pelle;

ci vuole l'animo di un cittadino eccelso

per ambire sui campi di Bedriaco

la conquista del Palatino

e intanto spalmarsi sul viso con le dita

un impiastro di pane:

nemmeno Semiramide

cinta d'armi nel suo impero assiro

o Cleopatra in lutto sulla sua nave ad Azio

ne furono capaci.

Tra voi invece non c'è freno alle parole,

rispetto per la mensa, niente;

solo l'infamia di Cibele impera

e la licenza di parlare a voce fessa,

mentre un vecchio fanatico,

bianco di capelli e campione raro

d'insaziabile golosità, tanto insigne in questo

da prendersi a maestro,

sovraintende alle cerimonie.

Che mai aspettano costoro?

Da tempo avrebbero dovuto all'uso frigio

recidersi col ferro quell'inutile appendice.

 

A un suonatore di corno o, meglio, di tromba dritta

Gracco ha portato in dote

quattrocentomila sesterzi.

Contratto firmato, 'felicità!',

una cena sontuosa, e la sposina

è già in grembo al marito. O nobili,

chi ci vuole? il censore o l'indovino?

Si proverebbe forse più orrore

se una donna partorisse un vitello

o una vacca un agnello?

lo stimeresti più mostruoso?

Frange, velo nuziale e strascichi:

questo indossa chi un tempo sudò

sotto gli scudi ancili,

portando questi oggetti sacri

sospesi alle loro corregge mistiche.

Padre di Roma, da dove è piombata

tanta nefandezza sui pastori latini?

da dove è giunto, Marte,

questo prurito ai tuoi nipoti?

Un uomo illustre per sangue e fortuna

si dà, lo vedi, a un altro uomo

e tu non scuoti l'elmo, non batti a terra la lancia,

non gridi il tuo sdegno al padre celeste?

Vattene, allora; sgombra il Campo Marzio,

quella terra austera che tu trascuri.

 

'Domani all'alba ho un impegno ai piedi del Quirinale.'

Il motivo? 'Non lo sai? Un amico si marita:

l'invito è solo per gli intimi.' Vivi ancora un po'

e queste cose si faranno, si faranno in pubblico

e si pretenderà di registrarle.

Ma un bel tormento perseguita queste spose:

partorire non possono e

vincolare così i mariti con la prole.

Fortuna che la natura alle voglie

non concede poteri sulla carne:

muoiono sterili, e a loro non servono

gli unguenti dell'obesa Lide,

non serve offrire le palme ai Luperchi in corsa.

Mostruosità maggiore? Gracco,

che in tunica di gladiatore e armato di tridente,

fugge in mezzo all'arena; Gracco,

lui, più nobile dei Capitolini e dei Marcelli,

dei discendenti di Càtulo e Paolo,

più dei Fabi e di tutti gli spettatori in tribuna

e puoi comprendervi quello che dava i giochi

il giorno in cui Gracco gettò la rete.

 

Neanche i bambini, salvo quelli

che ai bagni non pagano ancora,

credono agli spiriti e ai regni d'oltretomba,

alla pertica di Caronte

e alle rane nere della palude stigia,

le cui acque migliaia d'anime

attraverserebbero su una barca sola.

Ma mettiamo che siano storie vere:

che proverebbero Curio e i due Scipioni,

Fabrizio e l'ombra di Camillo,

i legionari di Crèmera, i giovani

caduti a Canne e le larve di tante guerre,

quando l'anima d'uno di questi scende tra loro?

Fuoco e zolfo, rorido alloro

per purificarsi, questo vorrebbero,

se potessero averlo.

Miseri noi, là finiremo!

Abbiamo, sì, portato le armi nostre

oltre i lidi d'Irlanda e, conquista recente,

oltre le Orcadi e i Britanni,

che s'appagano di notti brevissime,

ma i nostri vinti non commettono

ciò che si fa nella città dei vincitori.

E tuttavia si dice di un armeno,

Zalace, di tutti gli efebi il più effeminato,

che agli ardori di un tribuno s'è abbandonato.

Frutto degli scambi, non credi?

Ostaggio: così era venuto,

ma qui si fanno uomini.

Ammetti che questi ragazzi

soggiornino per qualche tempo a Roma:

non mancherà loro un amante.

Gettati brache, frustini, briglie e pugnali,

rimpatrieranno ad Artassata

coi costumi dei giovani romani.

 

 

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