Se anche tu mi giurassi che non provi vergogna dei tuoi propositi e sei ancora convinto che sommo bene sia sfamarsi alla tavola altrui, e sopportare affronti puoi che all'infame mensa di Cesare nemmeno Sarmento o Gabba, per quanto ignobili, avrebbero subito, io non ti crederei. Niente è più facile che accontentare il ventre; ma ammetti pure di non aver nemmeno quel poco che occorre a uno stomaco vuoto: non ci son più banchine libere? un ponte o, men che meno, uno straccio di stuoia? Vale dunque tanto per te una cena inframmezzata d'ingiurie? così rabbiosa è la tua fame? Umilia meno battere all'addiaccio i denti, rosicchiare i ripugnanti tozzi di pane che si gettano ai cani. Fìccati bene in testa che un invito a cena costituisce il saldo di servizi resi. Un pasto: questo frutta l'amicizia dei potenti. Il tuo tiranno te lo mette in conto e te lo mette anche se t'invita, ahimè, così di rado. Dopo mesi d'oblio gli salta in mente d'invitare un cliente perché vuoto non rimanga un divano: 'Stiamo un po' insieme', gli dice. Il colmo dei tuoi voti: cosa vuoi di più? Trebio ha ben ragione d'interrompere il sonno e precipitarsi con le scarpe slacciate al rito del saluto, nel timore che la folla dei clienti abbia già concluso il giro al lume incerto delle stelle, quando il gelido carro di Boote ruota ancora pian piano su sé stesso. E poi, che cena! Neppure la lana grezza vorrebbe quel vinaccio per sgrassarsi: in tanti Coribanti vedrai mutarsi i convitati! Si dà il via con gli insulti; ma ben presto anche tu, malconcio, ti trovi a roteare coppe, a tergerti col tovagliolo insanguinato le ferite, ogni volta che tra voi e la schiera dei liberti scoppia una rissa combattuta a colpi di bottiglia. L'anfitrione intanto beve vino imbottigliato al tempo in cui i consoli portavano i capelli ancora intonsi, e ne conserva di quello pigiato durante le guerre sociali. Lui, che nemmeno un bicchiere ne manderebbe a un amico sofferente di stomaco, domani si berrà un vino dei colli Albani o dei Setini, così vecchio che il tempo sotto un velo di muffa ne avrà cancellato sull'anfora antica origine e nome; un vino uguale a quello che bevevano, incoronati di fiori, Tràsea ed Elvidio nell'anniversario dei due Bruti e di Cassio. E in che coppe li beve il tuo Virrone! enormi, incrostate d'ambra, tempestate di gemme. A te oggetti d'oro niente, o se per caso te li danno, ti mettono un guardiano al fianco che controlla le pietre e tiene d'occhio le tue unghie aguzze. Comprendilo: lì c'è un diaspro famoso, invidiato da tutti. Come tanti, anche Virrone trasferisce le sue gemme dalle dita alle coppe, e sono gemme come quelle che il giovane preferito al geloso Iarba incastonava a vista sul fodero della spada. Tu invece vuoterai un calice a quattro becchi, che porta il nome di un ciabattino di Benevento, e in più sbrecciato al punto da invocare zolfo per le crepe del vetro. Se per troppe pietanze e troppo vino ribolle lo stomaco del padrone, ecco pronta per lui acqua bollita, più fredda della neve getica. Lamentavo che a voi si servisse altra qualità di vini? Ma anche l'acqua che bevete è diversa! E ti porge il bicchiere un galoppino africano o la mano ossuta di un negro della Mauritania, che non vorresti davvero incontrare quando nel cuore della notte t'inerpichi in mezzo ai sepolcri della via Latina. Davanti a lui invece ecco, c'è un fiore d'Asia, pagato più di quanto possedevano il bellicoso Tullo ed Anco; a farla breve, più di tutti i poveri arredi dei re romani messi insieme. Stando così le cose, quando avrai sete rivolgiti al tuo nero Ganimede. Un servo pagato un tal patrimonio non sa come mescere il vino ai poveri: è bello e giovane, la sua boria si spiega. Quando mai arriverà sino a te? quando mai, anche se lo preghi, ti verserà l'acqua, calda o fredda che sia? Già è seccato di dover servire un vecchio cliente, seccato che tu gli chieda qualcosa e in più sdraiato come sei, mentre lui se ne sta in piedi. [Ogni casa importante è piena di servi altezzosi.] Eccone un altro: guarda come brontola nel porgerti il pane appena spezzato! Tozzi ammuffiti di farina dura come il marmo, che per quanto tu batta i denti non riesci ad intaccare. Il pane tenero, bianco, impastato con fior di farina, è riservato al padrone. Tieni a freno la mano; abbi rispetto per quel pane. Avanti, prova a mostrarti sfrontato: addosso come un fulmine ti piomba chi ti farà mollar la presa: 'Ospite sfacciato, attingi al paniere tuo! Non sai distinguere il colore del tuo pane?'. 'Solo per questo dunque, trascurando tante volte mia moglie, mi sono inerpicato per il gelido Esquilino in primavera sotto la furia di un temporale, tra sferzate di grandine, e col mantello tutto inzuppato di pioggia!' Guarda quell'aragosta, che vien servita al padrone, come guarnisce il piatto col suo lungo corpo e come in mezzo a un mare di asparagi con la sua coda sembra spregiare gli invitati, mentre sulle mani di un servo gigantesco passa trionfante tra voi. E a te, vero banchetto funebre, mezzo uovo che avvolge un gamberetto in un piattino. Lui annega il pesce nell'olio di Venafro; a te, poveruomo, vien dato un cavolo slavato che puzza di lucerna: l'olio delle vostre ampolle, lo sai, è quello che i Numidi ci portano sulle loro agili giunche, un olio che rende persino immuni dal veleno dei serpenti: per questo nessuno a Roma vuol più lavarsi con Bòccare. Triglia di Corsica per il padrone o delle scogliere di Taormina: il mare della nostra costa ormai è morto, spopolato da una golosità sfrenata; senza sosta le reti hanno sondato per il mercato i fondali vicini a noi, senza lasciare ai pesci del Tirreno neanche il tempo di crescere. È dunque la provincia che provvede alla nostra cucina: vien di là ciò che Lenate, in caccia d'eredità, compra e Aurelia rivende. A Virrone si serve una murena enorme, pescata negli abissi di Sicilia: quando l'Austro si quieta, tace e asciuga nella sua grotta le ali madide di pioggia, le reti osano sfidare persino il cuore di Cariddi. Per te invece, eccoti servito, un'anguilla incrociata con le bisce o un pescetto del Tevere maculato dal gelo, uno di quelli che nascono vicino alla sponda, s'ingrassano agli scarichi della cloaca e seguendo le fogne giungono sino al centro della Suburra. Se mi prestasse ascolto, vorrei dire due parole a Virrone. 'Nessuno ti chiede quello che Seneca, Cotta o il buon Pisone largivano anche agli amici più modesti; un tempo, è vero, era la generosità maggior motivo di gloria che i titoli o le cariche. Ti chiediamo soltanto un po' di civiltà nelle tue cene. Almeno questo; poi continua pure ad essere prodigo con te stesso, come fanno tanti, e spilorcio con gli amici.' Davanti a lui fumano il fegato di un'oca enorme, un pollo grosso come questa e un cinghiale degno del ferro del biondo Meleagro. Poi a primavera, se gli invocati temporali avranno reso più laute le cene, ecco i tartufi. E Alledio: 'Tienti pure il tuo frumento, Libia, stacca dall'aratro i buoi, ma mandaci i tuoi tartufi!'. No, non v'è limite allo sdegno: guarda come saltella passo passo il maggiordomo, come quel pantomimo volteggia il coltello, finché non ha eseguito tutti i dettami del suo pigmalione: certo non è cosa da poco distinguere con quale gesto è da trinciare una lepre e con quale una gallina! Se osi fiatare, quasi fossi un nobile, sarai, come Caco steso da Ercole, trascinato per i piedi e scaraventato fuori. Quando mai Virrone brinda con te? Berrebbe mai dal tuo bicchiere? C'è qualcuno tra voi così audace o così folle da dire al grand'uomo: 'Bevi!'? Sono molte, troppe le cose che non osa dire chi ha un abito sdrucito. Ma se un dio o un omuncolo simile agli dei e migliore del destino ti regalasse una fortuna, dal niente che sei, diverresti per Virrone il più amico degli amici. 'Date a Trebio, servite Trebio! Fratello mio, vuoi un po' di questo filetto?' Denaro, denaro! è questo che onora, che è suo fratello! Ma se vuoi signoreggiare veramente su di lui, mai accada che alla tua corte giochi un piccolo Enea o una bambina più tenera di lui: una moglie sterile rende amabile e prezioso l'amico. Mìcale, però, la tua concubina, può partorire quanto vuole, scodellandoti in grembo tre figli alla volta: felice sarà di questa nidiata allegra, e ogni volta che un piccolo scroccone sederà alla sua mensa, gli farà portare un farsetto verde e noccioline, monetine, quante ne vuole. Agli amici di poco conto funghi di dubbio pregio; al padrone un porcino, di quelli che mangiava Claudio, prima che uno gliene offrisse sua moglie, dopo il quale non mangiò più. Per sé e per qualche altro Virrone farà portare frutti, il cui profumo, solo quello, basterebbe a saziarti, frutti come ne produceva l'eterno autunno dei Feaci, frutti che tu potresti credere sottratti alle sorelle Espèridi. Per te, o gaudio, una mela rognosa, di quelle rosicchiate sui bastioni da una scimmia che bardata di scudo ed elmo impara tremando a suon di frustate come dal dorso irsuto di una capra si scaglia un giavellotto. Credi che Virrone lo faccia per spilorceria? No, gli piace farti soffrire: non c'è commedia, non c'è mimo più divertente di un affamato che implora. Tutto è predisposto, se vuoi saperlo, per costringerti a spargere lacrime di bile, a stridere i denti tra le mascelle serrate. E tu credi d'essere un uomo libero, un pari del re? Uno schiavo, nient'altro ti ritiene, schiavo del profumo che emana dalla sua cucina, e non ha torto. Chi è quel miserabile che può sopportarlo due volte, se da ragazzo ha portato la borchia d'oro o almeno il collare di cuoio che distingue i cittadini più poveri? Vi perde la speranza di una buona cena: 'È il nostro turno: ci darà gli avanzi della lepre, il coccige del cinghiale; magari giungerà sino a noi un pollastrino'. E così ve ne state tutti muti, in attesa, col pane pronto, intatto, stretto in pugno. Ha ragione lui a trattarvi in questo modo. Se puoi sopportare tutto ciò, te lo meriti. Un giorno, a testa rasa, ti farai riempire di schiaffi la faccia, subirai impavido le più dure sferzate, degno come sei di un tale banchetto e di un tale amico. |