Decimo Giunio FGiovenale

Libro Primo - IV

(all'amo dell'imperatore

 

 

Ancora lui, Crispino! sempre lui

alla ribalta! Non posso evitarlo.

Questo mostro che nessuna virtù

può salvare dai vizi, questa chicca smidollata

che solo nella lussuria trova vigore,

un depravato che spregia soltanto le zitelle.

Che importa quanto estesi siano i portici

lungo i quali sfianca i cavalli,

quant'ampia sia l'ombra dei boschi

in cui si fa portare,

quanta terra vicino al Foro,

quali palazzi abbia arraffato?

Una canaglia non è mai felice

e men che meno un seduttore, per di più sacrilego,

al quale s'è appena concessa,

col rischio d'essere sepolta viva,

una vestale consacrata.

 

Ma qui si tratta di sciocchezze,

che però se ne fosse stato autore un altro,

sarebbe caduto sotto le grinfie del censore.

A Tizio e a Seio, due galantuomini, l'infamia;

a Crispino l'immunità. Che farci?

È un individuo losco,

più ripugnante di qualsiasi crimine.

S'è comprato per seimila sesterzi

una triglia che pesa quanto i soldi che ha pagato,

almeno a sentire i millantatori.

Bene, non potrei che lodarne la furbizia,

se con un simile dono avesse carpito

a un vecchio senza prole

una buona fetta di eredità;

o ancora, se l'avesse offerto

a un'amica influente che va a zonzo

in una lettiga chiusa da grandi specchi.

Niente di tutto questo: per sé l'ha comprata!

Si vedon cose che neppure Apicio,

povero e frugale al confronto,

si permise. E tu le fai! tu, che in patria,

mio bel Crispino, andavi un tempo

vestito di papiro,

paghi due squame un tal tesoro?

A meno prezzo avresti potuto comprarti

il pescatore. Per quei soldi

in provincia si vendono terreni,

in Puglia latifondi.

Che ghiottonerie pensi abbia gustato

alla sua tavola l'imperatore,

se un buffone di corte,

paludato di porpora,

stella dei cavalieri oggi, ma che un tempo

al suo paese doveva sgolarsi

per vendere qualche pescetto,

se costui ha sperperato tanti sesterzi

per una parte esigua,

la portata di contorno, della sua sobria cena?

 

Comincia, Calliope. Ma resta pur seduta:

non è un 'cantare' questo, è cronaca.

A voi, Pièridi! Narrate, fanciulle,

e mi torni a mercé

l'avervi chiamate 'fanciulle'.

 

Era il tempo in cui l'ultimo dei Flavi

vessava il mondo intero

e Roma era succube di un Nerone calvo.

Davanti al tempio di Venere, che in Ancona

domina la rocca dorica, un rombo

di dimensioni enormi

per il nostro Adriatico

incappò nelle reti

e tutte le riempì con la sua mole.

Impigliato, mostrava una grandezza

degna di quelli che la palude Meotica

ricopre con i suoi ghiacci e che poi,

sciolti questi dalla vampa del sole,

trascina sino alle bocche impetuose

del Ponto, intorpiditi dal letargo

e impinguati dal lungo gelo.

Il padrone del peschereccio e della rete

destina questa meraviglia

a Domiziano, pontefice massimo.

E chi mai avrebbe osato venderla o comperarla

con tutta la spiaggia piena di spie?

I guardacoste, appostati dovunque,

avrebbero di certo querelato

il povero barcaiolo, pronti a giurare

che era un pesce fuggito dai vivai

dell'imperatore, dove a lungo s'era nutrito,

e che essendo da questi evaso,

doveva tornare al primitivo padrone.

Se gli dai retta, per Palfurio ed Armillato

qualsiasi cosa preziosa e leggiadra

si trovi in mare, ovunque nuoti,

è proprietà del fisco.

Perché non sia sprecata,

gliela si deve dunque dare.

 

Il mortifero autunno ormai cedeva

alla brina, gli infermi s'auguravano

la febbre quartana, strideva lugubre l'inverno

mantenendo fresca la preda.

Ma il pescatore, come incalzato dall'Austro,

s'affretta. E quando gli apparvero i laghi

ai piedi di Albalonga,

che, sebbene in rovina,

conserva ancora il fuoco venuto da Troia

e venera una sua piccola Vesta,

la folla stupefatta

per un poco gli ostacolò l'ingresso.

Ma poi gli fece largo,

si spalancarono le porte

girando docili sui cardini;

e i senatori guardano da fuori

quella ghiottoneria entrare.

Giunto ai piedi dell'Atride, il Piceno:

'Accetta', dice, 'questa preda troppo eccelsa

per focolari di gente comune.

Festeggia questo giorno.

Avanti, sgombra il tuo ventre d'ogni fardello

e màngiati questo rombo che il fato

destina alla tua era. Volle lui

farsi pescare!'. V'è piaggeria più smaccata?

Ma quello drizza la cresta. Non c'è lode che un uomo,

reso dal suo potere simile agli dei,

non creda per sé vera e doverosa.

 

Ma non v'è padella che contenga quel pesce.

Si chiamano a consiglio i maggiorenti,

che lui, Domiziano, odiava, quelli che in viso

recano impresso lo sgomento

per quell'augusta e nefasta amicizia.

E al grido di Liburno, 'Presto, presto, è già in seduta!',

per primo accorre col mantello svolazzante

Pègaso, da poco imposto come amministratore

alla città sgomenta.

Ma poteva allora un prefetto esser diverso?

Fra tutti era il migliore,

scrupoloso interprete delle leggi,

convinto che anche in tempi così tristi

si dovesse trattare ogni questione

con giustizia clemente.

Lo segue Crispo, un vecchietto amabile

un'anima mite, la cui facondia

è pari solo al suo carattere.

Certo, un consigliere ideale

per chi reggeva terre mari e genti,

se sotto quella peste sanguinaria

fosse stato possibile

condannare la crudeltà

ed esporre un parere onesto.

Ma cosa può esservi di più imprevedibile

dell'orecchio di un tiranno? Un amico

che si metta a chiacchierare del caldo, della pioggia

o dei temporali primaverili,

può rischiare la morte.

Per questo Crispo non si pose mai

contro corrente: non era uomo capace

di esprimere liberamente il suo pensiero

o di sacrificare la vita alla verità.

Così poté vedere molti inverni

e l'ottantesimo solstizio,

difeso da queste armi anche in quella corte.

Ottuagenario come lui,

dietro gli sgambettava Acilio con un giovane,

che non meritava l'agguato

di una morte così crudele

e immatura per spada del tiranno.

Ma ormai da un pezzo per un nobile

è un miracolo invecchiare, per cui

essere dei Giganti un fratellino

preferirei piuttosto.

A nulla gli è servito, poveruomo,

aver trafitto in corpo a corpo gli orsi di Numidia,

indifeso cacciatore nel circo di Albalonga.

Chi non conosce ormai le astuzie dei patrizi?

Chi si sorprenderebbe più

della tua arcaica furbizia, Bruto?

È facile gabbare un re barbuto!

 

Seguiva Rubrio, che sebbene di bassa estrazione,

non aveva aspetto migliore,

colpevole com'era

di un antico e innominabile crimine,

ma sfrontato più di una checca

che scriva satire.

Il pancione che quasi si trascina

è Montano. E poi Crispino, che già al mattino

gronda profumo,

quanto ne esalerebbero due morti.

Più scellerato di lui è Pompeo,

che fa sgozzar la gente

con una semplice soffiata.

Agli avvoltoi dei Daci,

studiando tra i marmi della sua villa

piani di guerra, Fusco

i suoi visceri ha già votato.

Poi insieme allo scaltro Veientone,

ecco Catullo, l'assassino,

che ancor prima d'averla vista

s'infiamma per qualsiasi femmina,

un mostro di proporzioni incredibili

anche per un tempo di mostri come il nostro;

adulatore cieco,

cortigiano di strada, una canaglia

degna di mendicare dietro alle carrozze

sulla via Aricia, di gettar baci

e smancerie alle vetture lungo la discesa.

 

Nessuno più di lui

mostrò stupore per il rombo,

tributandogli sperticati elogi

rivolto a manca,

mentre il pesce giaceva alla sua destra.

È il suo stile: così lodava

i corpo a corpo dei Cilici e i loro colpi,

o le macchine teatrali

e i fanciulli sollevati sino al velario.

Veientone non è da meno,

ma come un fanatico ispirato dal tuo delirio,

Bellona, si mette a profetizzare:

'Magnifico augurio!

Sublime e memorabile trionfo avrai:

qualche re farai prigioniero

o dal governo di Britannia

Arvirago cadrà.

Bestia esotica è:

guarda le scaglie ritte che ha sul dorso!'.

E poco mancò che Fabrizio Veientone

non ne precisasse patria ed età.

 

'Qual è allora la sentenza? Tagliarlo a pezzi?'

 

'Lungi da lui questo affronto', grida Montano,

'si trovi piuttosto una padella profonda

che col cerchio dei suoi orli sottili

lo contenga tutto. Un grande e sorprendente Promèteo

ci vuole per questo piatto. Argilla e tornio, qui, presto:

da oggi i vasai ti seguiranno, Cesare,

fin sui campi di guerra!'

Proposta vincente, ben degna di tal uomo.

Montano conosceva a menadito

il tradizionale sfarzo della corte imperiale

e le notti di Nerone protratte sino all'alba,

quando le trippe, arse dal Falerno,

rinnovano la fame.

Nessuno ai miei tempi lo superava

nell'arte di mangiare:

al primo assaggio sapeva dirti se un'ostrica

proveniva dalle scogliere del Circeo,

da quelle del lago Lucrino

o dai fondali di Rutùpie;

a prima vista indovinava la spiaggia di un riccio.

 

Tutti in piedi, seduta sciolta.

Ordine di andarsene ai dignitari,

che il sommo duce aveva convocati

tremebondi e in gran fretta nella rocca d'Alba,

come se volesse discutere

dei Catti o dei minacciosi Sigambri,

come se da terre lontane

gli fosse giunto per corriere

un messaggio angoscioso.

 

Oh, se avesse speso solo in queste sciocchezze

la sua vita efferata!

No, senza che nessuno lo punisse

o mai si vendicasse, svuotò Roma

di anime insigni, di uomini famosi.

Solo quando cominciò ad averne terrore il popolo,

cadde: questo gli fu fatale,

mentre ancora grondava del sangue dei Lami.

 

 


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