Giovenale

LIBRO TERZO - VII

(intellettuali e potenti)

 

Speranza e sostegno della cultura

solo in Cesare sono ormai riposti.

Solo da lui le Camene in gramaglie

hanno avuto uno sguardo di riguardo

di questi tempi,

quando poeti celebri sulla bocca di tutti

cercano ormai di appaltare un modesto bagno a Gabi

o un forno a Roma

e altri non reputano turpe o vergognoso

trasformarsi in strilloni d'asta,

dopo che Clio morta di fame,

disertate le valli di Aganippe,

era migrata nei mercati.

D'altra parte, se all'ombra delle Pièridi

non vedi nemmeno un quattrino,

abbraccia pure nome e vita di Machera

e vendi per conto terzi la merce

che si aggiudica al miglior offerente:

armadi, tripodi, boccali e casse,

l'Alcìtoe di Paccio, la Tebaide e il Tereo di Fausto.

Sempre meglio che giurare davanti al giudice

'ho visto' ciò che non hai visto:

lascialo fare ai cavalieri asiatici,

a quelli di Cappadocia e Bitinia,

o a coloro che vengon di Galazia

con i talloni nudi.

Nessuno d'ora in avanti sarà costretto

a lavori indegni dell'arte sua,

se intessere saprà in ritmi armoniosi

la voce dei propri discorsi

e avrà gustato il lauro.

Coraggio, giovani!

la benevolenza del principe

vi osserva, vi sprona e altro non desidera

che di mostrarsi a voi.

 

Se altrove speri d'ottenere aiuto,

Telesino, per i tuoi guai,

e per questo riempi fogli di gialla pergamena,

presto, chiedi un po' di legna e dona i tuoi scritti

al marito di Venere,

oppure chiudi a chiave i tuoi libretti

e abbandonali in pasto alle tignole.

Spezza la penna, sventurato,

distruggi le tue insonni battaglie,

tu che epopee sublimi in una cella angusta

componi per meritarti un po' d'edera

e un busto macilento.

Altro non puoi sperare:

i ricchi avari spartiscono ormai

solo ammirazione e lode al talento,

come i bimbi all'uccello di Giunone.

Ma se ne va in un soffio l'età giusta

per sopportare mare, elmo e zappa.

Allora invade l'anima il disgusto

e la vecchiaia, eloquente ma spoglia,

maledice se stessa e la sua Musa.

 

Senti la sua malizia:

per non dar niente a te,

l'uomo che tu corteggi

al punto da lasciar da parte

il tempio di Apollo e le Muse,

fa versi pure lui

e ad Omero si ritiene inferiore

solo per i mille anni suoi.

E se, acceso da lusinga di gloria,

vuoi leggere i tuoi versi,

ti presta una stamberga sporca;

e devi accontentarti

di una casa sprangata da cent'anni,

dove l'ingresso

è pari pari la porta d'una città assediata.

Ti presta anche i liberti per le ultime file

e una claque di voci tonanti

a tua disposizione.

Ma nessuno di questi prìncipi

ti rimborserà il costo delle panche,

dei palchi appesi ai tralicci in affitto

e delle poltrone di prima fila

che poi dovrai restituire.

E noi non ci si dà per vinti:

tracciamo solchi nella polvere impalpabile

e con sterile aratro rivoltiamo il lido.

Tu vorresti fuggire,

[ma il tarlo di una morbosa ambizione

ti stringe nel suo laccio:]

l'insanabile cancro dello scrivere

ti tiene in pugno e invecchierà con te,

col tuo cuore malato.

 

Un poeta vero, di vena non volgare,

che non componga niente di banale

e abbia orrore di battere

in conio frusto versi risaputi,

questo poeta, che non so indicarti

ma unicamente immaginare,

lo può creare solo un cuore privo d'ansia,

non prigioniero delle avversità,

che sappia amare i boschi

e abbeverarsi alla sorgente delle Muse.

La triste povertà,

che non ha quel po' di denaro

di cui notte e giorno il corpo ha bisogno,

nell'antro delle Pièridi non può cantare e

tanto meno impugnare il tirso:

quando Orazio lancia il suo 'evoè'

ha lo stomaco pieno.

Il vostro cuore non ammette due tormenti:

rapito dai signori di Cirra e di Nisa,

l'ingegno trova spazio

solo se la parola è l'unica sua pena.

Descrivere carri, cavalli, i volti degli dei

e delle Erinni che accecano Turno,

è impresa di mente ispirata,

non angosciata di dover trovare una coperta.

Togli a Virgilio lo schiavetto

e una casa decente:

dal capo della Furia

cadrebbero tutti i serpenti

e, muta, più non squillerebbe

con suoni cupi la tromba di guerra.

 

Come si può pretendere

che Rubreno Lappa non sia da meno

dell'antica tragedia,

se per il suo Atreo è costretto a impegnare

piatti e mantello?

Povero com'è, Numitore

non ha nulla da mandare all'amico;

ma il denaro per far doni a Quintilia

non gli manca e non gli è mancato

per comprarsi un leone già domato

da nutrire con montagne di carne.

Si sa, il costo di una belva è minore,

mentre la pancia di un poeta è senza fondo.

Disteso fra i marmi del suo giardino

Lucano può accontentarsi della sua fama,

ma per Serrano e il diafano Saleio

che vale una gloria, per quanto grande,

se soltanto gloria rimane?

Quando Stazio per la gioia della città

fissa il giorno della recita, tutti,

per udire la delizia della sua voce

e l'incanto armonioso della sua Tebaide,

fanno a gara, tanto grande è il piacere

che, avvincendoli, infonde in cuore

e tanto è nella gente il desiderio di ascoltarlo;

ma quando coi suoi versi ha soggiogato la platea,

creperebbe di fame

se a Paride non vendesse l'inedita sua Àgave.

Paride, che dispensa in lungo e in largo

cariche militari,

anche ai poeti infila al dito

l'anello d'oro che vale sei mesi.

Ciò che non danno i nobili

lo darà un istrione.

E tu ti affanni dietro ai Camerini,

ai Bàrea, ai saloni dell'aristocrazia?

Ma è una Pelopea che crea i prefetti

e una Filomela i tribuni.

Non prendertela coi poeti

che di teatro vivono:

dove li trovi al giorno d'oggi

i tuoi Mecenati, i tuoi Fabi o i Proculei,

e ancora un altro Cotta, un altro Lèntulo?

Allora il premio era pari all'ingegno,

allora, sì, valeva il conto

d'impallidire negli studi

e d'ignorare il vino per tutto dicembre.

 

E voi, storiografi?

È più redditizio il vostro lavoro?

Più tempo ed olio vi si perde.

Senza limiti si arriva e passa a pagina mille

e l'esborso per il papiro cresce a dismisura:

così vuole lo sterminato numero dei fatti

e la legge del genere.

E dopo cosa si raccoglie?

Tornano frutti dalla terra arata?

Chi darebbe a uno storico

ciò che si dà a chi ti legge un affisso?

'Ma è una genia di fannulloni!

amano solo il letto e l'ombra.'

Dimmi allora cosa rendono agli avvocati

le attività forensi

e tutti i fasci di carte che si portano appresso.

Pieni di pomposità sono,

soprattutto quando li ascolta un creditore

o, peggio, se un altro, stando loro alle costole,

viene con enormi registri

a contestare il debito.

Allora, gonfiando i polmoni,

vomitano bugie mostruose

e il loro petto s'imbratta di sputi.

Ma se poi vuoi sapere cos'hanno mietuto,

poni su un piatto i beni di cento avvocati,

sull'altro solo quelli di Lacerta in giacca rossa.

 

I magistrati han preso posto,

e tu, pallido Aiace, ti alzi in piedi

per patrocinare un affrancamento contestato

davanti a un giudice bifolco.

Gónfiati, rompiti il fegato come un martire:

stanco morto, alla fine

potrai appendere in segno di gloria

verdi foglie di palma alle tue scale.

E il salario per la tua voce?

Un'ombra rinsecchita di prosciutto,

un vasetto di tonno,

cipolle vecchie (razione mensile di africani)

o cinque bottiglie di vino

trasportate dal Tevere.

Se hai fatto quattro cause

e ti spetta un denaro d'oro,

devi toglierne la parcella

dovuta per contratto ai consulenti.

 

'Emilio è più che strapagato,

ma le mie arringhe sono migliori.'

Lui però nel vestibolo ha un carro di bronzo

con quattro splendidi cavalli da battaglia;

lui stesso in sella a un focoso destriero

da lontano minaccia di scagliare

una lancia vibrante

e la statua con un occhio socchiuso

sembra meditar guerra.

È così che Pedone va in rovina

e Matone fallisce;

questa è la fine di Tongillo,

che usa recarsi ai bagni

con un gran corno di rinoceronte

e mette a soqquadro le terme

col suo séguito abbietto,

che attraversando il Foro schiaccia sotto il peso

della sua lunga lettiga i giovani Medi,

pronto a comprare tutto,

ragazzi, argenteria, vasi di mirra e ville:

per lui garantisce la porpora preziosa

di tessuto tirio che indossa.

E tutto ciò gli rende.

Son la porpora e l'ametista

che danno fama a un avvocato.

Vivere fra gli applausi

e con l'apparenza di un censo superiore

è ciò che gli conviene:

la prodigalità di Roma

non pone limiti agli sperperi.

 

Non sperare nell'eloquenza.

Nessuno darebbe duecento soldi

di questi tempi a Cicerone,

se non portasse un grosso anello al dito.

Chi intenta una causa per prima cosa

guarda se hai almeno otto schiavi,

dieci clienti, una lettiga al séguito

e qualche togato che ti precede.

Per questo Paolo prendeva a nolo una gemma

quando discuteva una causa

e così si faceva pagare più caro

di Gallo e di Basilio.

In panni modesti non brilla l'eloquenza.

Quando mai a Basilio sarebbe permesso

esibire come teste una madre in lacrime?

Chi lo sopporterebbe,

anche se si esprime benissimo?

Emigra in Gallia o, meglio, in Africa,

nutrice di avvocati,

se vuoi trar profitto dai tuoi discorsi.

 

Sei professore di declamazione?

Cuore di ferro devi avere, Vezzio,

quando un turbine di scolari

fa giustizia di crudeli tiranni.

Ciò che si è letto al banco,

lo si ripete in piedi

e poi lo si ricanta con gli stessi versi:

cavoli riscaldati,

la morte per voi, poveri maestri.

Pretesto, tipo di causa, nodo della questione,

le frecciate che dalla parte avversa

potrebbero arrivare,

sì, tutto vogliono sapere,

ma pronto a pagare il compenso

non c'è nessuno.

'Vuoi essere pagato?

Ma che mai ho imparato?'

'Si sa, la colpa è del docente,

se a sinistra nel seno

niente batte a questo giovinotto d'Arcadia,

che ogni sei giorni gonfia e gonfia

la mia povera testa

col suo spietato Annibale,

qualunque sia il piano che medita,

se dopo Canne marciare su Roma

o se, reso cauto da tuoni e fulmini,

far ripiegare le truppe molli di pioggia.

Fissa la cifra, l'avrai su due piedi:

quanto devo sborsare

perché suo padre stia ad ascoltarlo

tante volte quante capita a me?'

Altri sei o più retori

questo gridano a gran voce concordi

e, lasciati in un canto rapitori,

passati sotto silenzio veleni propinati,

mariti ingrati e malvagi, misture

che sanano la cecità senile,

dan fiato a vere e proprie arringhe.

 

Se il nostro consiglio lo smoverà,

da solo si darà congedo

e intraprenderà diversa carriera

chi dalla nicchia della retorica scende in campo

per non perdere i pochi soldi

che servono a un misero buono per il pane:

poiché questo è lautissimo salario.

Pensa ai guadagni di Crisògono e Pollione,

che dan lezione ai rampolli dei ricchi:

farai a pezzi l'Arte di Teodoro.

Per un bagno si spendono migliaia di sesterzi

e anche più per un portico,

dove un signore possa farsi scarrozzare

quando piove: dovrebbe forse

attendere il bel tempo e inzaccherare

di fango fresco i suoi cavalli?

Meglio qui, dove brilla

lo zoccolo di una mula strigliata.

Da un'altra parte sorga la sala da pranzo,

sostenuta da alte colonne di Numidia,

e accolga i raggi del sole invernale.

Costi quel che costi la casa,

non mancherà chi sa con arte

confezionare le portate

e chi render gustose le pietanze.

Per tutte queste spese

a Quintiliano basteranno duemila sesterzi

ed è già molto:

ma niente al padre costerà meno del figlio.

 

'Ma allora come mai

Quintiliano ha tanti poderi?'

Non prendere ad esempio un caso eccezionale.

Chi è fortunato è anche avvenente e coraggioso,

chi è fortunato è saggio,

nobile e generoso

e può adattare sui neri calzari

la lunetta d'avorio;

chi è fortunato è anche eccelso oratore,

gran lanciatore di saette

e, pure influenzato, canta che è un incanto.

Tutta la differenza sta negli astri

che ti accolgono, quando ancora rosso

del grembo materno emetti il primo vagito.

Se Fortuna vorrà,

da retore diverrai console,

oppure da console retore, se lo vorrà.

Cosa dimostrano Ventidio e Tullio

se non la forza delle stelle

e la sorprendente potenza

del fato avvolto nel mistero?

Il fato può dare un regno agli schiavi

e portare in trionfo i prigionieri.

Ma un uomo così fortunato

è più raro di un corvo bianco.

 

Molti si son doluti della loro cattedra

sterile e inconcludente:

pensa alla fine di Tarsìmaco

o di Secondo Carrinate!

Atene lo vide in miseria

e altro non seppe offrirgli

che gelida cicuta.

O dei, concedete terra leggera e soffice

all'ombra dei nostri antenati

e profumi di croco, eterna primavera

nell'urne loro,

che sacro come il padre

vollero considerato il precettore.

Achille era già uomo,

ma ancora temeva la verga,

quando cantava sui monti della sua patria,

e mai avrebbe riso della coda

che aveva il citaredo suo maestro;

oggi i discepoli pigliano a bastonate

Rufo e gli altri maestri; Rufo,

che pure è spesso detto il Cicerone allòbrogo.

 

Chi versa nelle tasche di Celado

o del dotto Palèmone

onorari adeguati

alla fatica di un grammatico?

Eppure da questi, qualunque sia la somma

(inferiore sempre a quella di un retore),

rosicchia la sua parte

l'insulso pedagogo del discepolo

e un poco per sé ne ritaglia anche il cassiere.

Lascia fare, Palèmone,

e sopporta la detrazione,

come chi vende coperte invernali

e candide lenzuola,

purché non si vanifichi il lavoro

che fai, seduto in cattedra nel cuore della notte,

quando nessuno lo farebbe,

né l'artigiano o chi con un ferro ricurvo

insegna a cardare la lana;

purché del tutto non vada perduto

l'aver assorbito il puzzo di tante lampade

quanti sono gli allievi,

quando ormai Orazio è sbiadito

e nero di fuliggine Virgilio.

E tuttavia ricevere il compenso è raro

senza un ricorso in tribunale.

In più al precettore

s'impongono esigenze disumane:

che sappia tutte le regole della lingua,

che commenti la storia,

che conosca tutti gli autori

come le unghie delle sue dita,

che, interrogato a bruciapelo,

mentre se ne va alle terme o ai bagni di Febo,

sappia nominare la nutrice di Anchise,

il nome e la patria della matrigna

di Anchèmolo, quanti anni visse Aceste

e quante anfore di vino siciliano

regalò ai Frigi;

si esige che plasmi i caratteri

ancora teneri dei figli,

come fa col pollice chi modella un volto in cera;

si esige che faccia da padre alla sua classe

e che impedisca giochi disonesti,

specialmente quelli fatti a vicenda.

Ma non è facile badare

alle mani di tanti ragazzini

e agli occhi loro che al culmine tremano irrequieti.

'Ma questo è il tuo compito', gli si dice.

'E a fine d'anno avrai tanto oro,

quanto per un vincitore nei giochi

il volgo ne pretende.'

 

 

 


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