Giovenale 
Libro Terzo IX

(vita da miserabile)

 

 

Vorrei sapere, Nèvolo,

perché mai così spesso

t'incontro intristito e con la fronte aggrottata,

come un Marsia sconfitto.

Perché questa faccia? Mi sembri Ràvola

sorpreso a strofinare con la barba gocciolante

a Ròdope la fica.

(E pensare che se un servo lecca una torta,

gli molliamo un ceffone!)

No, nemmeno Crepereio Pollione,

che va in giro a offrire interessi tripli

senza trovare gonzi,

avrebbe un viso così sconsolato.

Di dove all'improvviso tante rughe?

Accontentandoti di poco,

vivevi la vita di un cavaliere becero,

commensale spiritoso e pungente

dagli scherzi mordaci

e dalle arguzie di pretta marca romana.

Ora tutto il contrario:

viso serio, una selva orrenda

di capelli arruffati,

nessuna traccia sulla pelle

di quel candore che ti conferivano

gli empiastri calabri di pece calda,

ma gambe squallide e trascurate,

tutte una foresta di peli.

Perché questa magrezza d'ammalato cronico,

che la febbre quartana,

ormai da tempo familiare,

brucia di giorno in giorno?

Saltano agli occhi in un corpo ammalato

le afflizioni celate in cuore

o al contrario le gioie:

da queste il volto

prende l'una o l'altra espressione.

Perciò mi sembra

che tu abbia mutato propositi

e conduca una vita diversa da prima.

Non è molto, rammento,

che tu, puttaniere più celebre di Aufidio,

solevi profanare il tempio d'Iside,

il Ganimede della Pace,

i riti segreti della Gran Madre

giunta dal mare al Palatino,

e il tempio della stessa Cerere

(del resto in quale tempio

non si prostituiscono le donne?)

e, malgrado su ciò tu taccia,

solevi farti anche i mariti.

 

"È vero, questo genere di vita

a molti rende,

ma io non ne ho ricavato nulla.

A volte, sì, qualche pesante mantellaccio

per coprire la toga,

di qualità ruvida e grossolana,

malamente cardato

dal pettine di un tessitore gallico,

o un'inezia d'argento di cattiva lega.

Il destino domina l'uomo

e domina anche le parti nascoste dalla veste.

Se le stelle ti sono avverse,

a nulla ti varrà

la lunghezza mai vista del tuo cazzo,

sebbene vedendoti nudo

Virrone t'affligga sbavando

con raffiche d'inviti amorosi e insistenti:

per natura sua l'invertito attira il maschio.

Ma quale maggior mostro vi è

di un pederasta avaro?

'Ti ho dato questo, quello e poi e poi...'

Fa i conti e sculetta. Bene, facciamoli,

vengano gli schiavi col tavoliere:

cinquemila sesterzi in tutto!

Ma ora fa' il conto delle mie fatiche.

Ti par facile e agevole

cacciare nelle viscere un cazzo come si deve

per imbattersi nella cena precedente?

Meno schiavo sarà quel disgraziato

che in luogo del padrone zappa il suolo.

Ma forse tu tenero ti credevi

come un bel ragazzino

degno di servir coppe in cielo.

È mai possibile che concediate

qualcosa a un povero cliente

o a un vostro ammiratore,

se non siete disposti a farlo per il vostro vizio?

Questo è l'uomo a cui mandare un verde ombrellino

o grosse perle d'ambra

ogni volta che ricorre il suo compleanno

o fra la pioggia inizia primavera,

quando adagiato sui cuscini della sedia a sdraio

lui accarezza i doni

ricevuti in segreto alle calende delle donne.

Dimmi, passerotto, per chi conservi

tante colline, tanti fondi in Puglia,

tanti e tanti che tra i tuoi pascoli

si stancano persino i nibbi?

I campi di Trifoglio,

le montagne che sovrastano Cuma

e le valli di Gauro

ti colmano del frutto delle loro viti:

nessun altro impecia più botti

dove invecchiare il mosto.

Quanto ti sarebbe costato

donare ai lombi del tuo esausto cliente

pochi iugeri di terra?

È forse meglio che, insieme alla madre,

alla capanna e al cagnolino con cui gioca,

questo contadinello un lascito diventi

per quell'amico tuo che suona il cembalo?

'Sei insaziabile quando chiedi', mi ribatte.

Ma è la pigione che mi grida 'Chiedi!',

è il mio unico schiavo che reclama,

unico come il grande occhio di Polifemo,

che permise all'astuto Ulisse di fuggire.

Dovrò comprarne un altro

(questo non basta), e nutrirli ambedue.

Che farò quando soffierà la bruma?

E cosa dirò, dimmelo, dimmelo tu,

alle schiene e ai piedi dei servi,

quando in dicembre spira l'aquilone:

'Resistete e aspettate le cicale'?

Fai pur finta d'ignorare la verità,

getta al vento anche il resto,

ma che valore dai al fatto

che, s'io non ti fossi così devoto e affezionato,

vergine ancora sarebbe tua moglie?

Sai bene come mi pregavi di questo piacere,

con quanta insistenza e quali promesse.

Mille volte ho dovuto in un abbraccio

trattenere la tua fanciulla

che voleva fuggire;

già aveva rotto il contratto di nozze

e stava per contrarne un altro.

Per riconquistarla c'è voluta una intera notte,

mentre tu piagnucolavi dietro la porta:

testimone ne è il letto

e tu stesso che, con i gemiti di lei,

ne udisti i cigolii.

In molte case un amante ha salvato

un matrimonio vacillante

sul punto di rompersi, anzi già rotto.

Dove vuoi sbattere la testa?

quali argomenti puoi portare come inizio e fine?

È merito da poco,

ingrato e perfido che sei,

averti reso padre

di un maschietto e di una bambina?

Li riconosci e godi

di diffondere nei registri pubblici

la prova della tua virilità.

Appendi ghirlande alle porte:

sei padre, ti ho dato un'arma

per difenderti dalle maldicenze.

Hai i diritti di un padre,

per merito mio puoi ereditare,

ricevere legati d'ogni specie,

non esclusi i dolci beni vacanti.

E molti altri vantaggi

si aggiungeranno a questi beni,

se a tre porterò il numero dei tuoi figlioli."

 

Non ti lamenti a torto, Nèvolo,

ma lui cosa ribatte?

 

"Mi trascura e cerca per sé

un altro somaro a due zampe.

Ma attento a tener ben nascosto

ciò che t'ho detto; chiudi in te,

senza parlarne, i miei lamenti:

mortale è l'astio

di un uomo levigato con la pomice.

Non appena mi confida un segreto,

brucia e mi odia come se avessi

già rivelato tutto quanto.

Non esita a impugnare un'arma,

a spaccarmi la testa col bastone,

ad appiccare con la torcia

il fuoco alla mia porta.

E non dimenticare, senza darvi peso,

che il costo del veleno

non è mai troppo caro per i mezzi suoi.

Perciò custodisci il segreto

come la curia di Marte in Atene."

 

O Coridone, Coridone,

pensi che i ricchi serbino qualche segreto?

Ammesso che tacciano i servi,

parleranno cavalli, cani, porte e marmi.

Chiudi le finestre, tappa con tende le fessure,

spranga bene i battenti, fai sparire i lumi,

fa' che tutti si tolgano di mezzo

e che nessuno ti dorma vicino:

malgrado questo, l'oste accanto

verrà a sapere prima ancora che sia giorno

ciò che il padrone ha fatto

al secondo canto del gallo

e sarà al corrente di ciò che han preparato

macellai, capicuochi e pasticciere.

Quali accuse non sarebbero pronti

a escogitare costoro contro i padroni,

ogni volta che vendicano

le staffilate con la maldicenza?

Troverai sempre chi ti seguirà

nei crocicchi, che tu lo voglia o no,

e tra i fumi del vino

stordirà le tue povere orecchie.

Rivolgi a loro, come hai fatto a me,

l'ordine di tacere:

godrebbero più a svelare un segreto

che a trincare tanto Falerno

quanto ne beveva Saufeia

in onore del popolo romano.

Bisogna per molti motivi

vivere onestamente e soprattutto

per non prestare orecchio alla lingua dei servi.

Sì, per non prestare orecchio alla lingua degli schiavi,

perché il loro lato peggiore

è nella malignità della lingua.

In ogni caso più spregevole ancora sarà

chi non sa liberarsi di costoro,

la cui vita lui stesso

sostenta col suo farro e il suo denaro.

 

"Il tuo consiglio è buono, ma generico.

Dopo il tempo perduto

e tante speranze deluse,

tu a me, a me cosa suggerisci?

Il fiore di giovinezza, parte brevissima

d'una vita povera e miserevole,

fugge, ahimè, fugge via:

mentre beviamo e chiediamo ghirlande,

profumi e ragazze, senza che la si aspetti,

la vecchiaia ci piomba addosso."

 

Non stare in pena: finché i sette colli

ben saldi rimarranno in piedi,

un amico effeminato non ti mancherà mai.

Su carri e navi da ogni parte

qui converranno

tutti quelli che con un dito solo

si grattano la testa.

Altra e maggior speranza ti rimane:

ti basta masticare eruca.

 

"Lasciali ai fortunati questi esempi:

le mie Cloto e Lachesi,

se per merito del mio cazzo

riesco a sfamare il ventre,

fremono già di gioia.

Umili Lari miei, che sempre venero

con qualche granello d'incenso,

con farro e coroncine,

quando mai potrò infilzare qualcuno

che metta la mia vecchiaia al riparo

da stracci e bastonate?

Per rendita ventimila sesterzi

garantiti da pegni,

qualche vasettino d'argento puro

(ma tale che possa incappare

nelle censure di Fabrizio),

due robusti schiavi della razza dei Mesi,

che, portandomi sulle loro spalle,

m'assicurino, fra gli schiamazzi del Circo,

un bel posto a sedere.

E in più vorrei avere

un cesellatore ingobbito dal lavoro

e un pittore che in pochi istanti

sappia dipingere figure su figure.

Questo sarebbe sufficiente.

Ma quando sarò solo un povero?

Miserabile voto,

e non ho nemmeno questa speranza:

ogni volta che invoco per me la Fortuna,

quella s'è tappata le orecchie

con la cera rubata alla famosa nave

che al canto delle Sirene poté sfuggire

grazie alla sordità dei rematori."

 

 

 

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