Decimo Giunio Giovenale 
LIBRO QUARTO - X

(le nebbie dell'errore)

 

 

Da Cadice al Gange, dove nasce l'aurora,

su tutte le terre pochi sanno distinguere,

dissipando le nebbie dell'errore,

i veri beni da quelli che non lo sono.

Quando mai i nostri desideri e timori

seguono la ragione?

Qual è l'impresa iniziata col piede giusto

della quale poi non accadde

che dovessi pentirti

d'averla intrapresa e portata a termine?

Pronti sono gli dei

a distruggere intere case

per soddisfare chi lo brama.

Militari e politici

chiedono spesso cose

che torneranno a loro danno.

A quanti è riuscito mortale

il fiume torrenziale

della propria eloquenza;

quanti si sono persi

per fiducia eccessiva nella forza

dei loro ammirevoli muscoli;

ma ancor di più ne soffoca il denaro

ammassato con troppa avidità

e un patrimonio che supera tutti gli altri,

quant'è la balena britannica

più gigantesca di un delfino.

Così al tempo funesto di Nerone,

e per ordine suo,

una coorte intera circondò

la casa di Longino,

i grandi giardini del ricchissimo Seneca

e cinse d'assedio il magnifico palazzo

dei Laterani: si sa, quasi mai

i soldati si spingono sino ai tuguri.

Se ti metti in viaggio di notte,

basta che tu porti pochi vasi d'argento

per temere randelli e spade,

e così morir di spavento

per l'ombra di una canna

che ondeggia al balenare della luna:

sotto il naso dei ladri

se la canta invece chi viaggia a tasche vuote.

 

Il primo desiderio è la ricchezza

(non c'è tempio che non lo sappia):

ricco sempre più ricco,

così che il nostro scrigno

diventi il massimo di tutto il Foro.

Ma non si beve veleno in coppe d'argilla:

comincia a temerlo quando berrai

in bicchieri gemmati,

quando il vino di Sezze

scintillerà in calici d'oro.

Puoi dunque approvare quei due sapienti,

l'uno dei quali,

ogni volta che metteva il piede fuori di casa,

rideva, mentre l'altro al contrario piangeva?

Ma criticare con la ferocia del riso

è facile; stupefacente è invece lo sgorgare

dagli occhi dell'altro di tante lacrime.

Un perpetuo riso scoteva

il petto di Democrito,

sebbene nelle città dei suoi tempi

non vi fossero toghe

preteste e trabeate,

fasci, lettighe e tribunali.

Che avebbe fatto se avesse visto un pretore

ergersi impettito in mezzo alla polvere del Circo

in cima a un cocchio, con la tunica di Giove,

una toga purpurea sulle spalle

ampia come un sipario,

e una corona enorme, di tale circonferenza

che non c'è testa in grado di riempirla?

Gliela regge infatti uno schiavo pubblico

sullo stesso carro, per preservarlo

da troppa vanità.

E aggiungici in più l'aquila

in cima allo scettro d'avorio,

e di qua la fanfara, di là i funzionari

che in lungo corteo lo precedono,

e di fianco ai cavalli, in toga bianca,

i Quiriti che, in virtù della sportula

nascosta nelle loro tasche,

si è fatti amici.

Ma anche allora Democrito

trovava motivo di riso

incontrando i suoi simili:

la sua saggezza dimostra che i grandi uomini,

capaci di dare fulgidi esempi,

possono nascere

anche in terra di sciocchi

e sotto cielo d'ignoranti.

Rideva degli affanni della gente,

delle sue gioie e a volte delle lacrime,

facendo fiche alla Fortuna avversa

e mandandola per conto suo a farsi impiccare.

 

[Superfluo e pernicioso è quindi ciò

che noi chiediamo ai numi,

credendo giusto appendere

tavolette votive alle loro ginocchia?]

Il potere, oggetto di tanta invidia,

è per alcuni causa di rovina:

l'immane e fastosa sequela

dei loro onori li sommerge.

Scalzate dalle corde crollano le statue;

a colpi di scure sono sfasciate

le ruote delle bighe e fracassate

le gambe di cavalli senza colpa.

Ecco, crepita il fuoco

e quella testa adorata dal popolo

arde ormai al soffio dei mantici nella fornace;

col viso infranto del grande Seiano,

che secondo era in tutto il mondo,

si fanno orcioli, catini, teglie e pitali.

Adorna di lauro la casa,

conduci in Campidoglio

un bue grasso imbiancato di creta:

guarda, un uncino trascina Seiano

e ne godono tutti.

'Che grinta, che volto il suo! Credimi,

non mi è mai piaciuto quell'uomo.

Ma per quale accusa è caduto?

Chi l'ha denunciato? e con quali prove, quali testi?'

'Niente di questo: è arrivata da Capri

solo una lettera lunga e ampollosa.'

'Bene, bene, non chiedo altro.'

Ma che fa questa gentaglia di Remo?

Al solito, gira con la fortuna

e disprezza chi cade.

Se Norzia avesse sostenuto il suo Toscano,

se il vecchio imperatore ignaro

fosse caduto nell'agguato,

proprio quel popolo avrebbe nel medesimo istante

proclamato Seiano Augusto.

Ormai, da quando non si vendono più i voti,

ha perso ogni interesse; un tempo

attribuiva tutto lui, potere,

fasci, legioni; adesso lascia fare,

spasima solo per due cose: pane e giochi.

'Sento che molti altri ne morranno.'

'Sicuro, grande è la fornace.'

'Vicino all'altare di Marte

ho incontrato un amico mio,

Bruttidio, pallido come uno straccio;

temo che, per non averlo difeso al meglio,

come Aiace vinto, l'imperatore

voglia punirci. Corriamo, corriamo,

finché giace su questa riva,

a calpestare il nemico di Cesare.

E ci vedano i servi,

perché non vi sia chi possa negarlo

e trascini in giudizio il suo padrone

atterrito, con una corda al collo.'

Questi allora i discorsi su Seiano,

i mormorii sibillini del volgo.

 

Vuoi acclamazioni come Seiano,

possedere altrettanto,

assegnare a questo il seggio curule,

a quello il comando delle legioni,

passare per il tutore del principe

che se ne sta sul piccolo scoglio di Capri

con il suo gregge di Caldei?

E vuoi armi, coorti, cavalieri scelti

e magari un fortilizio davanti a casa?

Perché no? Anche chi non intende uccidere

vuol essere in grado di farlo.

Ma vi son cose così propizie e preziose

da pareggiare con le loro gioie

il peso dei malanni?

Piuttosto che indossare la pretesta

di costui che vien trascinato via,

non preferiresti essere a Fidene o a Gabi

un'autorità, dar legge a pesi e misure,

spezzare nella spopolata Ùlubre

vasi di capacità minore del dovuto,

come cencioso edile?

 

Devi riconoscere allora

che Seiano ignorò cosa era meglio

per lui desiderare:

smodati onori, smodate ricchezze

bramava infatti, innalzando una torre

piano su piano sino al cielo,

perché più rovinosa fosse la caduta,

più immane il crollo della distruzione.

Cosa travolse Pompeo, Crasso

e colui che domò i Quiriti

riducendoli sotto la sua sferza,

se non la loro eccelsa posizione

ottenuta con tutti i mezzi,

se non le loro immense aspirazioni

esaudite da dèi maligni?

Pochi sono i re scesi al genero di Cerere

senza lesioni di ferita,

pochi i tiranni spenti da morte incruenta.

 

Ogni scolaro, che onora Minerva

modestamente con un solo asse

ed è seguito dallo schiavo

con la piccola cartella dei libri,

s'augura sin dai primi passi

l'eloquenza e la fama

di Demostene e Cicerone

e le invoca a tutte le feste della dea.

Eppure entrambi gli oratori

perirono per la loro eloquenza;

fu la vena profonda,

straripante del loro ingegno

che li condusse a morte.

È all'ingegno che si troncano mani e testa;

mai accadde che colasse dai rostri

il sangue di un avvocaticchio.

'Roma fortunata, sotto il mio consolato nata':

se avesse parlato sempre così,

non avrebbe fatto alcun caso

ai pugnali di Antonio.

Meglio un versaccio così comico

che la tua seconda Filippica,

divina per l'altissima sua fama.

Morte non men crudele

strappò alla vita quel dominatore

di teatri gremiti, che Atene ammirava

per l'impeto della sua oratoria.

Nato con numi avversi

sotto sinistra stella, il padre,

con gli occhi infiammati dal fumo

di colate roventi,

lo volle sottrarre al carbone, alle tenaglie

e all'incudine che forgia le spade,

e dalla polvere della fucina

lo mandò a scuola di retorica.

 

Il bottino di guerra, una corazza appesa

al fusto di un trofeo, una gorgiera

che pende da un elmo squarciato,

un giogo mozzo del timone,

l'aplustro di una trireme arrembata

e un prigioniero malinconico

in cima all'arco di trionfo:

questi sono stimati

i beni maggiori del mondo.

Per questi i condottieri,

romani, greci o barbari che fossero,

si diedero coraggio

affrontando pericoli e fatiche,

tanto più grande è la sete di gloria

di quella della virtù. Se togli il tornaconto,

questa chi mai l'abbraccerebbe per sé stessa?

Eppure a volte avvenne che

l'ambizione di pochi

portasse a rovina la patria,

come la frenesia di gloria o quella

d'avere un'epigrafe incisa

sulla pietra tombale,

pietra che radici maligne

d'uno sterile fico

bastano a frantumare,

visto che anche i sepolcri hanno un loro destino.

 

Pesa i resti di Annibale:

quante libbre di un condottiero così grande

vi troverai? Eppure è proprio lui,

lui a cui non bastava tutta l'Africa,

dall'oceano dei Mauri al tepore del Nilo,

dalle terre etiopi a quelle degli elefanti.

Volle aggiungere alle sue conquiste la Spagna,

oltrepassare i Pirenei.

La natura gli oppose nevi ed Alpi:

lui si aprì un varco tra le rupi,

rompendo i monti con l'aceto.

Ormai è in Italia, ma vuol spingersi oltre.

'Nulla ho fatto,' esclama, 'se con le mie armate

non sfondo le porte di Roma

e in mezzo alla Suburra

non pianto il mio stendardo.'

Uno spettacolo degno di un quadro:

quel condottiero guercio

che cavalca la belva di Getulia!

E alla fine? O gloria, anche lui è vinto,

fugge a precipizio in esilio

e, sia pure grande e ammirevole,

siede come un cliente

davanti alla tenda del re,

e attende che il tiranno di Bitinia

si degni d'aprire i suoi occhi.

E a quell'anima, che sconvolse il mondo,

fine non porranno spade, macigni o strali,

ma quell'anello, vindice implacabile

di Canne e di tanto sangue versato.

Vai, vai, corri fra i dirupi delle Alpi,

pazzo che sei: oggetto di declamazioni,

divertirai solo i ragazzi.

 

Al giovane di Pella un mondo solo

non basta: negli angusti confini dell'universo

soffoca scontento, come se fosse chiuso

tra gli scogli di Giaro o nella piccola Serifo;

ma quando sarà entrato

nella città fortificata dai vasai,

di un sarcofago dovrà accontentarsi.

Solo la morte mette a nudo

quanto poco valga il corpo di un uomo.

 

Possiamo credere che un tempo

l'Athos fosse percorso dalle vele,

se si presta fede alle menzogne che i greci

fanno passare per storia; che il mare,

ricoperto da quella stessa flotta,

abbia prestato solido sostegno

alle ruote dei carri; che profondi fiumi

si siano prosciugati per servire

con l'acqua loro di bevanda

nei banchetti dei Medi;

possiamo credere anche a ciò

che con ebbro volo Sòstrato canta.

Ma come tornò, abbandonata Salamina,

il barbaro Serse, che con la sferza

era solito infierire su Coro ed Euro

(nemmeno nel carcere di Eolo

avevano subito tanto),

lui che in ceppi aveva avvinto Nettuno stesso?

(Certo fu troppo mite,

perché non ritenne di imporgli

il marchio di schiavo: sempre che un nume

vi sia, disposto a servire costui.)

Ma come tornò? Su una nave sola,

su un mare insanguinato,

dove attardata era la prua

da mucchi di cadaveri.

Questo lo scotto che la gloria,

tante volte invocata, pretese da lui.

'Lunga vita, anni ed anni dammi, Giove!'

Che il tuo viso sprizzi salute

o pallido sia, solo questo chiedi.

Ma una lunga vecchiaia

di quanti e continui malanni è piena!

Volto deforme e tetro, guàrdati,

così diverso da com'era un tempo;

in luogo della pelle un cuoio indecoroso,

guance cascanti e solcate da rughe,

come quelle intorno alla vecchia bocca

di una scimmia ormai madre da una vita,

là dove Tàbraca

distende l'ombra delle sue foreste.

I giovani son tutti diversi tra loro:

questo è più bello di quello, quello di un altro,

e questo è più robusto del compagno;

i vecchi hanno una sola faccia:

voci e membra tremanti, testa calva,

goccia al naso come i bambini;

sdentati, devono con le gengive,

poveracci, spezzare il pane;

di peso a moglie, figlioli e a sé stessi,

persino a quel cacciatore di testamenti

che è Cosso ispirano disgusto.

Intorpidito, il palato di un vecchio

non trae più piacere da vino e cibo;

e l'amore è un ricordo d'altri tempi:

flaccido il suo piccolo membro dorme,

prova pure a palparlo,

e non cesserà di dormire

anche se lo palpi tutta la notte.

E cosa può sperare

un inguine vecchio e malato?

In più la lussuria di chi cerca piacere

senza averne le forze

non suscita qualche giusto sospetto?

 

Senza considerare gli altri guasti.

Che diletto può trarre un vecchio

dai gorgheggi di un citaredo

anche ammirevole come Seleuco

o come quelli che han costume

di risplendere in mantelli dorati?

Che gli serve sedere nel teatro

in un posto o in un altro,

se poi a stento sentirà

i suonatori di corno e gli squilli delle trombe?

Bisogna urlare perché il suo orecchio intenda

il nome che lo schiavo annuncia

e l'ora che gli dice.

Inoltre quell'ombra di sangue

che ancora rimane nel suo gelido corpo

si scalda solo per la febbre,

mentre intorno a ranghi serrati

gli danzano malattie d'ogni genere.

E son tante, che se me ne chiedessi i nomi,

più in fretta potrei elencarti

tutti quanti gli amanti di Oppia,

quanti ammalati in un autunno solo

ha spedito alla tomba Temisone,

quanti soci ha raggirato Basilio,

quanti pupilli Irro,

quanti maschi in un giorno

ha succhiato la lunga Maura

o quanti alunni ha sottomesso Amillo;

potrei passare in rassegna più in fretta

tutte le ville che oggi possiede costui,

sotto la cui lama, quand'ero giovane,

strideva la mia barba dura.

Chi ha male alle spalle, chi ai reni, chi alle gambe;

quello ha perso entrambi gli occhi e invidia chi è guercio;

le labbra esangui di costui

non ricevono cibo

se non per mano d'altri:

abituato com'era a spalancare la bocca

davanti al cibo, ora la socchiude appena,

come il pulcino della rondine,

a cui vola la madre digiuna col becco pieno.

Ma peggiore d'ogni malanno fisico

è il rimbambimento senile:

più non ci si ricorda il nome degli schiavi,

il volto dell'amico che la sera prima

ha cenato con te, e neppure i figli

che hai messo al mondo ed allevato,

al punto da diseredarli

con disumano testamento

lasciando tutto il patrimonio a Fiale,

tanto può il fiato di un'abile bocca

che nel chiuso di un lupanare

per anni ed anni si è prostituita.

 

Ma se rimane sana la sua mente,

dovrà allora affrontare il funerale dei figlioli,

vedere il rogo della moglie amata, del fratello,

e l'urna con le ceneri delle sorelle.

Questa è la pena per chi vive a lungo:

invecchiare, di lutto in lutto,

tra le continue morti dei suoi cari,

in perpetuo pianto e lugubri vesti.

Il re di Pilo, sempre che tu creda al grande Omero,

fornì l'esempio di una vita

quasi pari a quella delle cornacchie.

Felice senza dubbio, che per tanto tempo

poté differire la morte,

contare con la destra di cento in cento i suoi anni

e bere tante volte vino nuovo.

Ma, ti prego, ascolta come si lagna

del filo troppo lungo della vita

decretatogli dal destino,

quando vede la barba in fiamme

del valoroso Antìloco,

quando chiede agli amici che gli sono accanto

perché debba vivere ancora

e quale delitto debba scontare

con quell'interminabile esistenza.

E così Peleo, quando piange la morte di Achille,

e così Laerte, costretto dal destino

a piangere Ulisse in balia del mare.

 

Se fosse morto qualche tempo prima

che Paride avesse allestito

i suoi audaci scafi,

Priamo, quando Troia era ancora intatta,

tra le ombre sarebbe disceso

coi riti solenni di Assàraco,

ed Ettore coi suoi fratelli

avrebbe portato il feretro sulle spalle

tra il pianto delle donne d'Ilio,

non appena Cassandra avesse alzato il suo lamento

e lacerata si fosse Polissena la veste.

Che vantaggi gli portò la sua lunga vita?

Tutto vide sconvolto

e l'Asia distrutta da ferro e fuoco.

Allora, deposta la tiara,

tremante, quel guerriero impugnò le armi

e cadde davanti all'altare

del sommo Giove, come un vecchio toro

che offre al coltello del padrone

il povero collo emaciato,

stanco ormai di sopportare l'aratro.

Morì da uomo, non come la moglie

che, sopravvissuta, rabbiosamente

giunse a latrare con muso di cagna.

 

Vengo a noi, tralasciando il re del Ponto

e Creso, che con stupenda parola

il giusto Solone esortò ad attendere

gli ultimi istanti della lunga vita sua.

Esilio, carcere, paludi di Minturno

e pane mendicato

nella vinta Cartagine

a Mario vennero dalla vecchiaia:

mai la natura e Roma stessa

avrebbero donato a questa terra

cittadino più felice di lui,

se quel prode avesse esalato l'anima

all'apice della sua gloria militare,

circondato da una folla di prigionieri

e nell'atto di scendere dal carro

del trionfo sui Teutoni.

Provvidenziale la Campania

aveva donato a Pompeo

le febbri che s'era augurato,

ma le preghiere pubbliche

di tante città la spuntarono;

e così, sconfitto dal Fato suo

e da quello di Roma,

ebbe mozzato il capo

che aveva tratto in salvo.

Supplizio e infamia che né Lèntulo

o Cetego, caduti intatti,

dovettero subire; e Catilina stesso

col corpo intatto giacque.

 

Quando visita il tempio di Venere,

ansiosa sino alle più tenere preghiere,

chiede ogni madre la bellezza,

in un sussurro per i figli,

a voce chiara per le figlie.

'E mi rimproveri? Della bellezza

di Diana anche Latona si compiace.'

Ma Lucrezia ti esorta

a non desiderare una bellezza

come la sua, e volentieri

con la gobba di Rùtila

Virginia avrebbe scambiato le grazie sue.

Un figlio, poi, con un un bel corpo

tiene sempre in angoscia

e all'erta i genitori:

così rara è l'unione

di bellezza e pudore.

Anche se una famiglia austera

gli ha trasmesso costumi puri

come quelli degli antichi Sabini

e in più a larghe mani la natura

gli ha largito benignamente

indole casta e volto che s'imporpora

di pudico rossore (e più di questo,

più efficace d'ogni tutela

e d'ogni educazione, a un giovane

che potrebbe donare la natura?),

di esser uomo non gli sarà permesso:

la prodiga malignità

dei corruttori arriverà a tentare

persino i genitori,

tanto nel denaro si ripone fiducia.

Nella sua rocca maledetta

nessun tiranno ha mai castrato

un efebo deforme, e mai Nerone

ha rapito un adolescente

sciancato, scrofoloso

o gobbuto dietro e davanti.

Vai ora a rallegrarti della bellezza

del tuo figliolo:

pericoli tremendi lo sovrastano.

D'ogni donna sarà l'amante,

col terrore della vendetta

di tutti i mariti infuriati,

e non avrà miglior sorte di Marte:

prima o poi cadrà nella rete.

È un affronto questo che a volte

esige più di quanto prevede la legge:

questo uccide di spada,

quello strazia a colpi di sferza,

e a qualche adultero si ficca in corpo un muggine.

 

Credi forse che solo della donna amata

diverrà Endimione l'amante?

Aspetta che Servilia

gli regali qualcosa,

sarà suo anche se non l'ama

e la spoglierà d'ogni suo gioiello.

Cosa mai saprebbe negare,

che sia Oppia o Catulla,

una donna in calore?

Ha tutta lì la sua morale

una donna corrotta.

 

'Ma a un giovane casto che danno

può fare la bellezza?'

Portò forse questo austero proposito

qualche vantaggio a Ippolito o a Bellerofonte?

Umiliata per il rifiuto,

non seppe che arrossire Stenebea,

ardendo d'ira come la Cretese,

ed entrambe persero il senno.

Mai donna è più crudele

di quando la vergogna la costringe all'odio.

 

Pensa al consiglio che daresti a chi

la moglie di Cesare vuol sposare.

È il migliore, il più bello dei patrizi,

lo sventurato condotto, pena la morte,

davanti a Messalina, che da tempo

l'attende col velo nuziale;

nei giardini, sotto gli occhi di tutti,

coperto di porpora è posto il letto;

secondo il rito antico

un milione gli sarà dato in dote,

presenti testimoni ed àuguri.

E tu, Silio, credevi

che ciò potesse rimaner segreto

o noto solo a pochi?

No, lei vuole sposarsi in regola.

Scegli, dunque. Se rifiuti sei morto

prima di sera; se acconsenti al crimine

ti sarà concessa una breve tregua,

finché la cosa, nota a popolo e città,

non sarà giunta all'orecchio del principe,

l'ultimo a conoscere la vergogna

piombata sulla sua casata.

Nell'attesa obbedisci agli ordini,

se per te vale tanto

qualche giorno di vita.

Ma qualunque decisione tu prenda,

che ritieni migliore e men gravosa,

dovrai pur sempre porgere alla spada

questo tuo candido e bel collo.

 

Ma allora agli uomini

non son concessi desideri?

Il mio consiglio è questo:

lascia giudicare agli dei

quel che ci convenga e più utile

sia ai nostri interessi;

invece di ciò che ci piace,

ci daranno gli dei

quel che più ci si adatta.

L'uomo è più caro a loro che a sé stesso.

Per impulso del cuore

e travolti da cieca bramosia

desideriamo moglie e figli,

ma loro sanno bene

cosa saranno figli e moglie.

Allora, se qualcosa vuoi chiedere ai numi,

offrendo nei sacrari viscere

e carni sacre di un candido porco,

devi pregarli che ti diano

mente sana in un corpo sano.

Chiedi un animo forte,

che non tema la morte,

che ponga la lunghezza della vita

come l'ultimo dono di natura,

che sappia tollerare qualunque fatica,

che ignori collera, non abbia desideri,

e preferisca le dure fatiche di Ercole,

i suoi travagli, agli amori lascivi,

alle cene e alle piume di Sardanapalo.

Ti ho indicato quei beni

che tu stesso puoi procurarti;

un sentiero soltanto si apre

a una vita tranquilla:

quello della virtù.

Se vige la saggezza,

non avrai altro nume.

Noi, solo noi, Fortuna,

t'abbiamo resa dea,

e collocata in cielo.

 



Indice di Giovenale