Da Cadice al Gange, dove nasce l'aurora, su tutte le terre pochi sanno
distinguere, dissipando le nebbie dell'errore, i veri beni da quelli che non lo sono. Quando mai i nostri desideri e timori seguono la ragione? Qual è l'impresa iniziata col piede
giusto della quale poi non accadde che dovessi pentirti d'averla intrapresa e portata a termine? Pronti sono gli dei a distruggere intere case per soddisfare chi lo brama. Militari e politici chiedono spesso cose che torneranno a loro danno. A quanti è riuscito mortale il fiume torrenziale della propria eloquenza; quanti si sono persi per fiducia eccessiva nella forza dei loro ammirevoli muscoli; ma ancor di
più ne soffoca il denaro ammassato con troppa avidità e un patrimonio che supera tutti gli
altri, quant'è la balena britannica più gigantesca di un delfino. Così al tempo funesto di Nerone, e per ordine suo, una coorte intera circondò la casa di Longino, i grandi giardini del ricchissimo Seneca e cinse d'assedio il magnifico palazzo dei
Laterani: si sa, quasi mai i soldati si spingono sino ai tuguri. Se ti metti in viaggio di notte, basta che tu porti pochi vasi d'argento per temere randelli e spade, e
così morir di spavento per l'ombra di una canna che ondeggia al balenare della luna: sotto il naso dei ladri se la canta invece chi viaggia a tasche
vuote. Il primo desiderio è la ricchezza (non c'è tempio che non lo sappia): ricco sempre
più ricco, così che il nostro scrigno diventi il massimo di tutto il Foro. Ma non si beve veleno in coppe d'argilla: comincia a temerlo quando berrai in bicchieri gemmati, quando il vino di Sezze scintillerà in calici d'oro. Puoi dunque approvare quei due sapienti, l'uno dei quali, ogni volta che metteva il piede fuori di
casa, rideva, mentre l'altro al contrario
piangeva? Ma criticare con la ferocia del riso è facile; stupefacente è invece lo
sgorgare dagli occhi dell'altro di tante lacrime. Un perpetuo riso scoteva il petto di
Democrito, sebbene nelle città dei suoi tempi non vi fossero toghe preteste e trabeate, fasci, lettighe e tribunali. Che avebbe fatto se avesse visto un
pretore ergersi impettito in mezzo alla polvere
del Circo in cima a un cocchio, con la tunica di
Giove, una toga purpurea sulle spalle ampia come un sipario, e una corona enorme, di tale
circonferenza che non c'è testa in grado di riempirla? Gliela regge infatti uno schiavo pubblico sullo stesso carro, per preservarlo da troppa vanità. E aggiungici in
più l'aquila in cima allo scettro d'avorio, e di qua la fanfara, di là i funzionari che in lungo corteo lo precedono, e di fianco ai cavalli, in toga bianca, i Quiriti che, in
virtù della sportula nascosta nelle loro tasche, si è fatti amici. Ma anche allora Democrito trovava motivo di riso incontrando i suoi simili: la sua saggezza dimostra che i grandi
uomini, capaci di dare fulgidi esempi, possono nascere anche in terra di sciocchi e sotto cielo d'ignoranti. Rideva degli affanni della gente, delle sue gioie e a volte delle lacrime, facendo fiche alla Fortuna avversa e mandandola per conto suo a farsi
impiccare. [Superfluo e pernicioso è quindi ciò che noi chiediamo ai numi, credendo giusto appendere tavolette votive alle loro ginocchia?] Il potere, oggetto di tanta invidia, è per alcuni causa di rovina: l'immane e fastosa sequela dei loro onori li sommerge. Scalzate dalle corde crollano le statue; a colpi di scure sono sfasciate le ruote delle bighe e fracassate le gambe di cavalli senza colpa. Ecco, crepita il fuoco e quella testa adorata dal popolo arde ormai al soffio dei mantici nella
fornace; col viso infranto del grande
Seiano, che secondo era in tutto il mondo, si fanno
orcioli, catini, teglie e
pitali. Adorna di lauro la casa, conduci in Campidoglio un bue grasso imbiancato di creta: guarda, un uncino trascina Seiano e ne godono tutti. 'Che grinta, che volto il suo! Credimi, non mi è mai piaciuto quell'uomo. Ma per quale accusa è caduto? Chi l'ha denunciato? e con quali prove,
quali testi?' 'Niente di questo: è arrivata da Capri solo una lettera lunga e ampollosa.' 'Bene, bene, non chiedo altro.' Ma che fa questa gentaglia di Remo? Al solito, gira con la fortuna e disprezza chi cade. Se Norzia avesse sostenuto il suo
Toscano, se il vecchio imperatore ignaro fosse caduto nell'agguato, proprio quel popolo avrebbe nel medesimo
istante proclamato Seiano Augusto. Ormai, da quando non si vendono
più i
voti, ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto lui, potere, fasci, legioni; adesso lascia fare, spasima solo per due cose: pane e giochi. 'Sento che molti altri ne morranno.' 'Sicuro, grande è la fornace.' 'Vicino all'altare di Marte ho incontrato un amico mio, Bruttidio, pallido come uno straccio; temo che, per non averlo difeso al
meglio, come Aiace vinto, l'imperatore voglia punirci. Corriamo, corriamo, finché giace su questa riva, a calpestare il nemico di Cesare. E ci vedano i servi, perché non vi sia chi possa negarlo e trascini in giudizio il suo padrone atterrito, con una corda al collo.' Questi allora i discorsi su
Seiano, i mormorii sibillini del volgo. Vuoi acclamazioni come
Seiano, possedere altrettanto, assegnare a questo il seggio curule, a quello il comando delle legioni, passare per il tutore del principe che se ne sta sul piccolo scoglio di
Capri con il suo gregge di
Caldei? E vuoi armi, coorti, cavalieri scelti e magari un fortilizio davanti a casa? Perché no? Anche chi non intende uccidere vuol essere in grado di farlo. Ma vi son cose
così propizie e preziose da pareggiare con le loro gioie il peso dei malanni? Piuttosto che indossare la pretesta di costui che vien trascinato via, non preferiresti essere a Fidene o a Gabi un'autorità, dar legge a pesi e misure, spezzare nella spopolata
Ùlubre vasi di capacità minore del dovuto, come cencioso edile? Devi riconoscere allora che Seiano ignorò cosa era meglio per lui desiderare: smodati onori, smodate ricchezze bramava infatti, innalzando una torre piano su piano sino al cielo, perché
più rovinosa fosse la caduta, più immane il crollo della distruzione. Cosa travolse Pompeo, Crasso e colui che domò i Quiriti riducendoli sotto la sua sferza, se non la loro eccelsa posizione ottenuta con tutti i mezzi, se non le loro immense aspirazioni esaudite da dèi maligni? Pochi sono i re scesi al genero di Cerere senza lesioni di ferita, pochi i tiranni spenti da morte
incruenta. Ogni scolaro, che onora Minerva modestamente con un solo asse ed è seguito dallo schiavo con la piccola cartella dei libri, s'augura sin dai primi passi l'eloquenza e la fama di Demostene e Cicerone e le invoca a tutte le feste della dea. Eppure entrambi gli oratori perirono per la loro eloquenza; fu la vena profonda, straripante del loro ingegno che li condusse a morte. È all'ingegno che si troncano mani e
testa; mai accadde che colasse dai rostri il sangue di un
avvocaticchio. 'Roma fortunata, sotto il mio consolato
nata': se avesse parlato sempre
così, non avrebbe fatto alcun caso ai pugnali di Antonio. Meglio un versaccio
così comico che la tua seconda Filippica, divina per l'altissima sua fama. Morte non men crudele strappò alla vita quel dominatore di teatri gremiti, che Atene ammirava per l'impeto della sua oratoria. Nato con numi avversi sotto sinistra stella, il padre, con gli occhi infiammati dal fumo di colate roventi, lo volle sottrarre al carbone, alle
tenaglie e all'incudine che forgia le spade, e dalla polvere della fucina lo mandò a scuola di retorica. Il bottino di guerra, una corazza appesa al fusto di un trofeo, una gorgiera che pende da un elmo squarciato, un giogo mozzo del timone, l'aplustro di una trireme arrembata e un prigioniero malinconico in cima all'arco di trionfo: questi sono stimati i beni maggiori del mondo. Per questi i condottieri, romani, greci o barbari che fossero, si diedero coraggio affrontando pericoli e fatiche, tanto
più grande è la sete di gloria di quella della
virtù. Se togli il
tornaconto, questa chi mai l'abbraccerebbe per sé
stessa? Eppure a volte avvenne che l'ambizione di pochi portasse a rovina la patria, come la frenesia di gloria o quella d'avere un'epigrafe incisa sulla pietra tombale, pietra che radici maligne d'uno sterile fico bastano a frantumare, visto che anche i sepolcri hanno un loro
destino. Pesa i resti di Annibale: quante libbre di un condottiero
così
grande vi troverai? Eppure è proprio lui, lui a cui non bastava tutta l'Africa, dall'oceano dei Mauri al tepore del Nilo, dalle terre etiopi a quelle degli
elefanti. Volle aggiungere alle sue conquiste la
Spagna, oltrepassare i Pirenei. La natura gli oppose nevi ed Alpi: lui si
aprì un varco tra le rupi, rompendo i monti con l'aceto. Ormai è in Italia, ma vuol spingersi
oltre. 'Nulla ho fatto,' esclama, 'se con le mie
armate non sfondo le porte di Roma e in mezzo alla Suburra non pianto il mio stendardo.' Uno spettacolo degno di un quadro: quel condottiero guercio che cavalca la belva di Getulia! E alla fine? O gloria, anche lui è vinto, fugge a precipizio in esilio e, sia pure grande e ammirevole, siede come un cliente davanti alla tenda del re, e attende che il tiranno di Bitinia si degni d'aprire i suoi occhi. E a quell'anima, che sconvolse il mondo, fine non porranno spade, macigni o
strali, ma quell'anello, vindice implacabile di Canne e di tanto sangue versato. Vai, vai, corri fra i dirupi delle Alpi, pazzo che sei: oggetto di declamazioni, divertirai solo i ragazzi. Al giovane di Pella un mondo solo non basta: negli angusti confini
dell'universo soffoca scontento, come se fosse chiuso tra gli scogli di Giaro o nella piccola
Serifo; ma quando sarà entrato nella città fortificata dai vasai, di un sarcofago dovrà accontentarsi. Solo la morte mette a nudo quanto poco valga il corpo di un uomo. Possiamo credere che un tempo l'Athos fosse percorso dalle vele, se si presta fede alle menzogne che i
greci fanno passare per storia; che il mare, ricoperto da quella stessa flotta, abbia prestato solido sostegno alle ruote dei carri; che profondi fiumi si siano prosciugati per servire con l'acqua loro di bevanda nei banchetti dei Medi; possiamo credere anche a ciò che con ebbro volo Sòstrato canta. Ma come tornò, abbandonata
Salamina, il barbaro
Serse, che con la sferza era solito infierire su Coro ed Euro (nemmeno nel carcere di Eolo avevano subito tanto), lui che in ceppi aveva avvinto Nettuno
stesso? (Certo fu troppo mite, perché non ritenne di imporgli il marchio di schiavo: sempre che un nume vi sia, disposto a servire
costui.) Ma come tornò? Su una nave sola, su un mare insanguinato, dove attardata era la prua da mucchi di cadaveri. Questo lo scotto che la gloria, tante volte invocata, pretese da lui. 'Lunga vita, anni ed anni dammi, Giove!' Che il tuo viso sprizzi salute o pallido sia, solo questo chiedi. Ma una lunga vecchiaia di quanti e continui malanni è piena! Volto deforme e tetro,
guàrdati, così diverso da com'era un tempo; in luogo della pelle un cuoio indecoroso, guance cascanti e solcate da rughe, come quelle intorno alla vecchia bocca di una scimmia ormai madre da una vita, là dove Tàbraca distende l'ombra delle sue foreste. I giovani son tutti diversi tra loro: questo è
più bello di quello, quello di
un altro, e questo è
più robusto del compagno; i vecchi hanno una sola faccia: voci e membra tremanti, testa calva, goccia al naso come i bambini; sdentati, devono con le gengive, poveracci, spezzare il pane; di peso a moglie, figlioli e a sé stessi, persino a quel cacciatore di testamenti che è Cosso ispirano disgusto. Intorpidito, il palato di un vecchio non trae
più piacere da vino e cibo; e l'amore è un ricordo d'altri tempi: flaccido il suo piccolo membro dorme, prova pure a palparlo, e non cesserà di dormire anche se lo palpi tutta la notte. E cosa può sperare un inguine vecchio e malato? In
più la lussuria di chi cerca piacere senza averne le forze non suscita qualche giusto sospetto? Senza considerare gli altri guasti. Che diletto può trarre un vecchio dai gorgheggi di un citaredo anche ammirevole come Seleuco o come quelli che han costume di risplendere in mantelli dorati? Che gli serve sedere nel teatro in un posto o in un altro, se poi a stento sentirà i suonatori di corno e gli squilli delle
trombe? Bisogna urlare perché il suo orecchio
intenda il nome che lo schiavo annuncia e l'ora che gli dice. Inoltre quell'ombra di sangue che ancora rimane nel suo gelido corpo si scalda solo per la febbre, mentre intorno a ranghi serrati gli danzano malattie d'ogni genere. E son tante, che se me ne chiedessi i
nomi, più in fretta potrei elencarti tutti quanti gli amanti di Oppia, quanti ammalati in un autunno solo ha spedito alla tomba
Temisone, quanti soci ha raggirato Basilio, quanti pupilli
Irro, quanti maschi in un giorno ha succhiato la lunga Maura o quanti alunni ha sottomesso
Amillo; potrei passare in rassegna
più in fretta tutte le ville che oggi possiede costui, sotto la cui lama, quand'ero giovane, strideva la mia barba dura. Chi ha male alle spalle, chi ai reni, chi
alle gambe; quello ha perso entrambi gli occhi e
invidia chi è guercio; le labbra esangui di costui non ricevono cibo se non per mano d'altri: abituato com'era a spalancare la bocca davanti al cibo, ora la socchiude appena, come il pulcino della rondine, a cui vola la madre digiuna col becco
pieno. Ma peggiore d'ogni malanno fisico è il rimbambimento senile: più non ci si ricorda il nome degli
schiavi, il volto dell'amico che la sera prima ha cenato con te, e neppure i figli che hai messo al mondo ed allevato, al punto da diseredarli con disumano testamento lasciando tutto il patrimonio a Fiale, tanto può il fiato di un'abile bocca che nel chiuso di un lupanare per anni ed anni si è prostituita. Ma se rimane sana la sua mente, dovrà allora affrontare il funerale dei
figlioli, vedere il rogo della moglie amata, del
fratello, e l'urna con le ceneri delle sorelle. Questa è la pena per chi vive a lungo: invecchiare, di lutto in lutto, tra le continue morti dei suoi cari, in perpetuo pianto e lugubri vesti. Il re di Pilo, sempre che tu creda al
grande Omero, fornì l'esempio di una vita quasi pari a quella delle cornacchie. Felice senza dubbio, che per tanto tempo poté differire la morte, contare con la destra di cento in cento i
suoi anni e bere tante volte vino nuovo. Ma, ti prego, ascolta come si lagna del filo troppo lungo della vita decretatogli dal destino, quando vede la barba in fiamme del valoroso
Antìloco, quando chiede agli amici che gli sono
accanto perché debba vivere ancora e quale delitto debba scontare con quell'interminabile esistenza. E
così Peleo, quando piange la morte di
Achille, e
così Laerte, costretto dal destino a piangere Ulisse in balia del mare. Se fosse morto qualche tempo prima che Paride avesse allestito i suoi audaci scafi, Priamo, quando Troia era ancora intatta, tra le ombre sarebbe disceso coi riti solenni di
Assàraco, ed Ettore coi suoi fratelli avrebbe portato il feretro sulle spalle tra il pianto delle donne d'Ilio, non appena Cassandra avesse alzato il suo
lamento e lacerata si fosse Polissena la veste. Che vantaggi gli portò la sua lunga vita? Tutto vide sconvolto e l'Asia distrutta da ferro e fuoco. Allora, deposta la tiara, tremante, quel guerriero impugnò le armi e cadde davanti all'altare del sommo Giove, come un vecchio toro che offre al coltello del padrone il povero collo emaciato, stanco ormai di sopportare l'aratro. Morì da uomo, non come la moglie che, sopravvissuta, rabbiosamente giunse a latrare con muso di cagna. Vengo a noi, tralasciando il re del Ponto e Creso, che con stupenda parola il giusto Solone esortò ad attendere gli ultimi istanti della lunga vita sua. Esilio, carcere, paludi di Minturno e pane mendicato nella vinta Cartagine a Mario vennero dalla vecchiaia: mai la natura e Roma stessa avrebbero donato a questa terra cittadino
più felice di lui, se quel prode avesse esalato l'anima all'apice della sua gloria militare, circondato da una folla di prigionieri e nell'atto di scendere dal carro del trionfo sui
Teutoni. Provvidenziale la Campania aveva donato a Pompeo le febbri che s'era augurato, ma le preghiere pubbliche di tante città la spuntarono; e
così, sconfitto dal Fato suo e da quello di Roma, ebbe mozzato il capo che aveva tratto in salvo. Supplizio e infamia che né Lèntulo o
Cetego, caduti intatti, dovettero subire; e Catilina stesso col corpo intatto giacque. Quando visita il tempio di Venere, ansiosa sino alle
più tenere preghiere, chiede ogni madre la bellezza, in un sussurro per i figli, a voce chiara per le figlie. 'E mi rimproveri? Della bellezza di Diana anche Latona si compiace.' Ma Lucrezia ti esorta a non desiderare una bellezza come la sua, e volentieri con la gobba di
Rùtila Virginia avrebbe scambiato le grazie sue. Un figlio, poi, con un un bel corpo tiene sempre in angoscia e all'erta i genitori: così rara è l'unione di bellezza e pudore. Anche se una famiglia austera gli ha trasmesso costumi puri come quelli degli antichi Sabini e in
più a larghe mani la natura gli ha largito benignamente indole casta e volto che s'imporpora di pudico rossore (e
più di questo, più efficace d'ogni tutela e d'ogni educazione, a un giovane che potrebbe donare la natura?), di esser uomo non gli sarà permesso: la prodiga malignità dei corruttori arriverà a tentare persino i genitori, tanto nel denaro si ripone fiducia. Nella sua rocca maledetta nessun tiranno ha mai castrato un efebo deforme, e mai Nerone ha rapito un adolescente sciancato, scrofoloso o gobbuto dietro e davanti. Vai ora a rallegrarti della bellezza del tuo figliolo: pericoli tremendi lo sovrastano. D'ogni donna sarà l'amante, col terrore della vendetta di tutti i mariti infuriati, e non avrà miglior sorte di Marte: prima o poi cadrà nella rete. È un affronto questo che a volte esige
più di quanto prevede la legge: questo uccide di spada, quello strazia a colpi di sferza, e a qualche adultero si ficca in corpo un
muggine. Credi forse che solo della donna amata diverrà Endimione l'amante? Aspetta che Servilia gli regali qualcosa, sarà suo anche se non l'ama e la spoglierà d'ogni suo gioiello. Cosa mai saprebbe negare, che sia Oppia o Catulla, una donna in calore? Ha tutta
lì la sua morale una donna corrotta. 'Ma a un giovane casto che danno può fare la bellezza?' Portò forse questo austero proposito qualche vantaggio a Ippolito o a
Bellerofonte? Umiliata per il rifiuto, non seppe che arrossire
Stenebea, ardendo d'ira come la Cretese, ed entrambe persero il senno. Mai donna è
più crudele di quando la vergogna la costringe
all'odio. Pensa al consiglio che daresti a chi la moglie di Cesare vuol sposare. È il migliore, il
più bello dei patrizi, lo sventurato condotto, pena la morte, davanti a Messalina, che da tempo l'attende col velo nuziale; nei giardini, sotto gli occhi di tutti, coperto di porpora è posto il letto; secondo il rito antico un milione gli sarà dato in dote, presenti testimoni ed
àuguri. E tu, Silio, credevi che ciò potesse rimaner segreto o noto solo a pochi? No, lei vuole sposarsi in regola. Scegli, dunque. Se rifiuti sei morto prima di sera; se acconsenti al crimine ti sarà concessa una breve tregua, finché la cosa, nota a popolo e città, non sarà giunta all'orecchio del
principe, l'ultimo a conoscere la vergogna piombata sulla sua casata. Nell'attesa obbedisci agli ordini, se per te vale tanto qualche giorno di vita. Ma qualunque decisione tu prenda, che ritieni migliore e men gravosa, dovrai pur sempre porgere alla spada questo tuo candido e bel collo. Ma allora agli uomini non son concessi desideri? Il mio consiglio è questo: lascia giudicare agli dei quel che ci convenga e
più utile sia ai nostri interessi; invece di ciò che ci piace, ci daranno gli dei quel che
più ci si adatta. L'uomo è
più caro a loro che a sé stesso. Per impulso del cuore e travolti da cieca bramosia desideriamo moglie e figli, ma loro sanno bene cosa saranno figli e moglie. Allora, se qualcosa vuoi chiedere ai
numi, offrendo nei sacrari viscere e carni sacre di un candido porco, devi pregarli che ti diano mente sana in un corpo sano. Chiedi un animo forte, che non tema la morte, che ponga la lunghezza della vita come l'ultimo dono di natura, che sappia tollerare qualunque fatica, che ignori collera, non abbia desideri, e preferisca le dure fatiche di Ercole, i suoi travagli, agli amori lascivi, alle cene e alle piume di
Sardanapalo. Ti ho indicato quei beni che tu stesso puoi procurarti; un sentiero soltanto si apre a una vita tranquilla: quello della
virtù. Se vige la saggezza, non avrai altro nume. Noi, solo noi, Fortuna, t'abbiamo resa dea, e collocata in cielo. |