Giovenale

 LIBRO QUATTRO

XI

(i giusti piaceri)

 

Se Attico cena in modo sopraffino,

passa per gran signore;

se lo fa Rùtilo, passa per pazzo.

Non c'è nulla che faccia più sghignazzare la gente

di un Apicio in miseria.

Ai pranzi, ai bagni, nei ritrovi, nei teatri,

dovunque si parla di Rùtilo.

Finché giovane e vigoroso

potrà reggere l'elmo in testa,

finché avrà sangue nelle vene,

si dice che accetterà per contratto

regole e prepotenze del lanista,

senza che glielo imponga o glielo impedisca un tribuno.

E quanta gente vedi

che trova ragione di vita

soltanto nei piaceri del palato,

con creditori, accuratamente evitati,

in agguato alle porte del mercato.

E chi cena meglio e in modo più raffinato

è spesso il più spiantato,

sull'orlo di una rovina ormai evidente.

In più cerca fra tutti i cibi i più gustosi,

senza che il prezzo gli freni la voglia;

e se guardi con attenzione,

gli dan maggior piacere

proprio quelli che costano di più.

Trovar la somma da buttare

non è difficile, se si impegnano le stoviglie

o si vende pezzo per pezzo

la statua della madre

per allestirsi in tegami di terracotta

una ghiottoneria da quattrocento argenti;

anche se di questo passo si arriva

alla sbobba dei gladiatori.

 

Ma bisogna distinguere

tra chi si prepara queste delizie:

in Rùtilo è un lusso eccessivo,

in Ventidio assume nome onorevole

e trae prestigio dal suo censo.

Posso così disprezzare chi sa

di quanto Atlante più si leva

sui monti di Libia, ma ignora

la differenza tra un forziere e un borsellino.

Viene dal cielo il detto 'Conosci te stesso'

che si dovrebbe incidere

e meditare in cuore,

quando ci si accinge a prendere moglie

o si intende far parte del sacro senato.

Tersite non pretese

la corazza di Achille,

nella quale faceva pena

persino Ulisse: se dunque intendi difendere

a tuo rischio e pericolo una causa ambigua,

interroga prima te stesso,

domandandoti chi tu sia,

se un oratore travolgente

o un millantatore come Curzio e Matone.

Bisogna conoscere i propri limiti

e tenerli presenti

sia nelle grandi che nelle piccole cose,

anche quando si acquista un pesce,

per non desiderare una triglia, se in tasca

hai solo quanto basta per un ghiozzo.

Che fine ti attende, se vien meno la borsa

e cresce l'appetito,

una volta scomparse nel tuo ventre,

capace di assorbire

rendite, argento massiccio, bestiame e terre,

l'eredità e le sostanze paterne?

Di questi signori, svanito tutto quanto,

s'invola per ultimo anche l'anello,

e così Pollione mendica a mano nuda.

 

Più che fine precoce e rogo prematuro

questi scialacquatori devono temere,

peggiore della morte, la vecchiaia.

Queste di solito le tappe:

avuto a Roma in prestito denaro,

lo si dilapida sotto gli occhi dei creditori;

poi, quando ne resta solo un'inezia

e l'usuraio si fa verde,

si cambia aria e via

a mangiare le ostriche a Baia.

Fallire ormai non è più una vergogna,

quasi si trattasse di traslocare

dall'afosa Suburra all'Esquilino.

L'unica pena e l'unica tristezza,

per chi fugge di casa,

è dover rinunciare per un anno intero

agli spettacoli del Circo.

Non una punta di rossore sulle guance:

remora di pochi è il pudore,

che, oggetto di riso, se ne fugge da Roma.

 

Qui, Persico, potrai verificare

se le bellissime cose che dico

io poi le pratico davvero

nella vita, nei costumi e nei fatti,

se lodo i legumi e in segreto

mi dò alle gozzoviglie,

se al mio ragazzo in faccia a tutti

ordino polenta e in un orecchio focacce.

Visto che hai promesso di pranzare con me,

in me troverai un Evandro

giungendo come l'eroe di Tirinto

o come quell'ospite meno grande,

ma anch'egli di sangue divino,

entrambi assunti in cielo,

questo dall'acqua, l'altro dalle fiamme.

Eccoti il menu: niente è del mercato.

Dai pascoli di Tivoli verrà

un capretto bello grasso, il più tenero

di tutto il gregge, ancora non avvezzo all'erba

e incapace di mordere i virgulti

curvi a terra di un salice,

con più latte che sangue in corpo;

poi asparagi di montagna

colti, deposto il fuso, da una contadina.

Non mancheranno grosse uova

ancora tiepide del loro fieno,

le galline che le hanno fatte,

e graspi d'uva conservati lungo l'anno

come pendevano dai tralci,

mele di Segni e Siria,

e, negli stessi cesti, mele

di profumo freschissimo,

da fare invidia a quelle del Piceno:

non temere, il freddo ha seccato

gli umori autunnali e non c'è pericolo

che aspro sia ancora il loro succo.

 

Questa era la cena sontuosa

dei nostri senatori.

Curio sul suo modesto focolare

poneva con le proprie mani

le erbette raccolte nell'orticello,

erbette che oggi farebbero schifo

anche al più miserabile dei zappatori

avvinto in duri ceppi,

memore del sapore

di una vulva di scrofa

assaggiata al caldo di un'osteria.

Un tempo usava conservare,

per i giorni di festa,

il lombo affumicato di un maiale

appeso ai buchi di un graticcio,

e servire ai parenti negli anniversari

un pezzo di lardo con carne fresca,

se a fornirla c'era una vittima.

Qualche parente poi,

che si fregiava di tre consolati,

del titolo di generale o dittatore,

si recava al convito più presto del solito

portando, giù dal monte

che aveva dissodato,

la zappa sulla spalla.

Quando tremavano i romani

davanti ai Fabi, all'austero Catone,

agli Scauri e a Fabrizio,

quando persino il censore temeva

il severo rigore del collega,

nessuno ritenne mai importante

e serio sapere quale testuggine,

che nuota tra i flutti del mare,

avrebbe reso splendido e superbo

il letto dei discendenti di Troia;

i loro giacigli erano minuscoli,

disadorne le sponde,

e sulle testiere di bronzo

faceva capolino la testaccia

di un asinello incoronato,

sotto cui giocavano allegramente

i fanciulli dei campi.

E così come la casa e gli arredi

erano i cibi.

 

Il rude soldato di allora,

troppo sordo per apprezzare l'arte greca,

espugnata una città, riduceva in pezzi

le coppe dei grandi artisti, assegnate

come sua parte di bottino,

per farne ornamenti del suo cavallo

e cesellare l'elmo con l'immagine

della lupa di Romolo,

resa schiava del suo destino di comando,

o con quella dei due Quirini

sotto la rupe, per mostrare

al nemico in procinto di morire

l'immagine nuda del dio,

che con scudo e lancia fulmineo incombe.

In ciotole etrusche si scodellava

zuppa di farro, e tutto l'argento esistente

soltanto sulle armi brillava.

Se solo un po' sei invidioso,

tutto era tale allora

da suscitarti invidia.

 

E più presente era l'autorità dei templi:

nel cuore della notte un tempo,

quando i Galli erano sbarcati sulla costa,

in piena Roma risonò una voce:

a compiere l'ufficio di profeti

erano i numi stessi.

Così ci avvisò Giove,

mostrando la sollecitudine

che nutriva per la sorte del Lazio,

quand'era raffigurato in argilla

e ancora non profanato dall'oro.

Nelle nostre case non si vedevano

che tavole fatte con alberi del luogo;

e il legno usato era in genere quello

di un vecchio noce abbattuto dal vento.

Ma per i ricchi d'oggi

non v'è piacere nel cenare,

nessun gusto in un rombo, nessuno in un daino,

e sembrano puzzare anche profumi e rose,

se a sostenere

le loro smisurate tavole

non è, come piede enorme d'avorio,

uno stupendo leopardo

con le fauci spalancate e scolpito

in quelle zanne

che ci mandano la porta di Siene,

gli agili Mauri e gli Indi più scuri dei Mauri,

in quelle zanne che troppo pesanti

per il suo capo, l'elefante

depone nei boschi dei Nabatei.

Nasce di qui l'appetito, di qui

prende lo stomaco vigore:

per loro una base d'argento sotto il tavolo

è come un anello di ferro al dito.

 

Dio mi guardi da un commensale

che con superbia mi confronta a sé

e disprezza la povertà.

Certo, io non posseggo un'oncia d'avorio,

né d'avorio son fatti i dadi e le pedine mie;

anzi sono d'osso persino

i manici dei miei coltelli;

ma non per questo diventano rancide

le mie vivande e la gallina

che taglio perde il suo sapore.

E non ho neppure uno scalco

da far invidia alla miglior cucina,

allievo di mastro Trifero,

alla cui scuola con ferri smussati

si tagliano grandi scrofe, lepri, cinghiali,

antilopi, uccelli di Scizia,

fenicotteri enormi e gazzelle getuliche

a non finire, mentre in tutta la Suburra

risuona questa cena in legno d'olmo.

Il mio scalco non sa trinciare

nemmeno un pezzo di capretto

o un'ala di gallina faraona:

principiante e rozzo com'è in ogni occasione,

conosce solo i segreti di piccoli bocconi.

Questo schiavetto trasandato,

ma ben riparato dal freddo,

ti porgerà coppe comuni,

comprate per pochi denari.

Non è frigio né licio

[e non è stato acquistato da un mercante di schiavi

a caro prezzo]: se vuoi chiedergli qualcosa,

fallo dunque in latino.

Tutti i miei servi hanno vestiti uguali,

capelli corti e dritti,

solo oggi pettinati per via del banchetto.

Questo è figlio di un incolto pastore,

quello di un bifolco. Ha nostalgia della madre

che non vede da tempo,

e con tristezza rimpiange la sua capanna

e gli adorati suoi capretti;

ha l'aspetto e la dignità

di un uomo libero, come essere dovrebbero

quelli che indossano indumenti

fiammeggianti di porpora;

non sbandiera, con voce chioccia,

i suoi testicoli imberbi nei bagni;

mai s'è fatto depilare le ascelle,

e non nasconde intimidito

dietro l'oliera il membro inturgidito.

Ti servirà un vino imbottigliato sui monti

dai quali viene e sulle cui pendici

giocava un tempo:

per vino e coppiere un'unica patria.

 

Forse ti aspetti che con armoniosa melodia

ti seducano canzoni di Gades

e che, incitate dagli applausi,

danzatrici si pieghino ancheggiando

sino a terra. [Anche le matrone,

accanto al marito sdraiato,

assistono a queste danze, che un uomo,

in loro presenza, avrebbe ritegno

di descrivere.] Tutto questo serve ai ricchi

per risvegliare, pungente come l'ortica,

la libidine assopita, [anche se il piacere

è più vivo nel sesso femminile,]

dove maggiormente si accende

ed eccitato dalla vista e dall'udito

ne provoca gli umori.

 

La mia modesta casa

non ospita simili passatempi.

Il crepitare delle nacchere,

quei discorsi dai quali si asterrebbe

in un sozzo bordello

persino una puttana nuda,

queste oscenità e queste sfrenatezze erotiche

le ascolti e se le goda

chi lorda di vomito tavole di marmo:

alla ricchezza si concede venia.

Gioco d'azzardo ed adulterio

per gente da poco sono vergogna;

se li pratica un ricco,

lo si dice spiritoso e brillante.

Il mio banchetto offrirà altri diletti:

si reciterà l'Iliade di Omero

e il poema del sublime Virgilio,

che rendono incerto a chi assegnare la palma.

E poco importa di chi sia la voce

che leggerà questi versi divini.

 

E ora bando agli affanni,

non pensare agli affari,

concediti il piacere di una sosta:

avrai tutta una giornata per te.

Nessuno parli di denaro,

e se tua moglie, uscita di primo mattino,

ritorna ogni tanto di notte a casa,

non ti rodere il fegato in silenzio,

anche se rientra con le vesti umide

e spiegazzate in maniera sospetta,

se ha i capelli in disordine,

il volto e le orecchie arrossate.

Deponi alla mia soglia ogni dolore,

dimentica la casa, i servi,

tutto ciò che ti rompono

o fanno scomparire,

ma soprattutto scorda i tuoi amici ingrati.

 

Intanto per onorare la dea dell'Ida

si dà inizio con lo stendardo

ai ludi Megalesi,

e il pretore, portato da cavalli,

siede come in trionfo;

se mi è concesso dirlo,

con buona pace dell'immensa e troppa folla,

oggi il Circo contiene tutta Roma,

e dal frastuono che mi assorda

presumo che vincerà la squadra dei verdi.

Guai se perdesse: vedresti la città tutta

dolente e sbigottita,

come dopo la sconfitta dei consoli

nella gran polvere di Canne.

È uno spettacolo per giovani:

appartiene alla loro età

il trambusto, la scommessa rischiosa,

l'insidiare qualche bella figliola.

Via la toga, le rughe della nostra pelle

si bevano invece il sole di primavera.

Ormai puoi recarti al bagno senza timore,

anche se manca un'ora esatta a mezzogiorno.

Ma per cinque giorni filati è troppo:

anche una vita come questa

finirebbe per diventar noiosa.

Più raro è, più si esalta il piacere.

 


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