Decimo Gaio Giovenale
Libro Quarto - XII

(per il ritorno di un amico)

 

 

Giorno più dolce del mio compleanno

questo è per me, Corvino,

in cui un verde altare attende in festa

le vittime promesse ai numi.

A Giunone regina porto una candida agnella

e un'altra di vello uguale alla dea

che combatte con la Gòrgone maura.

Ma non lontano la vittima destinata

a Giove Tarpeo irrequieta scuote

la fune quant'è lunga e agita le corna:

è un vitello impetuoso,

maturo ormai, tutto asperso di vino,

per l'altare del tempio,

un vitello che si vergogna

di succhiare le poppe della madre

e già tormenta i tronchi col turgore delle corna.

Se avessi un patrimonio ingente

da compensare il mio affetto,

immolerei un toro più grasso di Ispulla,

attardato dalla sua stessa mole,

e non nutrito nei prati qui intorno,

ma d'una razza che riveli

i pascoli fiorenti del Clitumno,

e con un collo

che solo un sacerdote altissimo

fosse in grado di colpire, perché

qui festeggio il ritorno di un amico

tuttora sgomento per gli orrori subiti

e incredulo d'essere ancora vivo.

 

Oltre ai rischi del mare

è scampato ai colpi del fulmine.

Come una sola nube

tenebre dense nascosero il cielo

e una vampa improvvisa s'abbatté sugli alberi:

tutti se ne credettero colpiti,

pensando sbigottiti che non c'è naufragio

paragonabile all'incendio delle vele.

Lo stesso spaventoso orrore

d'una tempesta scatenata nei poemi.

Ma ascolta il periglio che ne seguì

e abbine più pietà;

anche se traversie del genere,

per quanto atroci, sian ben note a tutti,

come dimostrano nei templi

gli innumerevoli ex voto:

chi non sa che Iside è la manna dei pittori?

Un accidente simile

è capitato appunto al mio Catullo.

 

Quando ormai l'acqua aveva invaso

quasi tutto lo scafo

e i flutti, battendo di volta in volta

sull'uno o l'altro fianco della nave,

facevano ondeggiare l'albero,

senza che potesse porvi rimedio

l'esperienza del vecchio timoniere,

Catullo, cercando un compromesso coi venti,

cominciò a disfarsi del carico,

come fa il castoro che da solo si castra

per potersi salvare a spese dei testicoli,

di cui benissimo conosce

le virtù mediche.

'Gettate a mare tutto il mio bagaglio, tutto',

gridava, deciso a privarsi

anche delle cose più belle,

una veste di porpora

degna di un raffinato Mecenate,

e altre del colore che la natura

diede al gregge con erbe prodigiose,

con le virtù segrete di mirabili sorgenti

e del clima di Andalusia.

E non esita a gettare gli argenti,

i piatti cesellati da Partenio,

un cratere della capacità di un'urna,

in grado di saziar la sete a Folo

o alla moglie di Fusco; e ancora

catini, vasellame a mucchi

e coppe cesellate,

nelle quali aveva bevuto

quello scaltro compratore di Olinto.

Ma oggi chi altri e in quale parte del mondo

avrebbe l'animo di preferire

la vita all'argento, la salvezza agli averi?

[Non è per vivere che certa gente

ammassa patrimoni,

ma, accecata dall'avarizia,

solo per questi vive.]

 

Senza risparmio si gettano in mare

anche gli oggetti d'uso,

ma il pericolo non s'attenua.

Nell'incalzare della furia avversa

si decide allora di abbattere

con l'ascia l'albero maestro,

togliendosi così dalle difficoltà:

quando null'altro resta

per salvare la nave,

espediente estremo non v'è che mutilarla.

Vai, dunque, e affida ai venti la tua vita

alla mercé d'un legno monco:

dalla morte ti separano quattro

o sette dita, se più larga è la fiancata;

ma con le reti, il pane e l'otre pieno

non dimenticare di prendere la scure

in caso di tempesta.

Ma poi, quando placato il mare si distese

e un tempo più propizio

per la sorte dei naviganti

ebbe il sopravvento su venti e flutti,

e rasserenate le Parche

stami più favorevoli

filarono di lana bianca,

ecco che non più forte d'una brezza

si alza un vento leggero

e la nave malconcia

coi suoi poveri mezzi,

pochi panni distesi

e la sola vela di prora,

ritorna a navigare.

Così al calare delle stelle

col sole si riaffaccia la speranza.

Alta nel cielo allora appare

la vetta cara a Iulo

e preferita a Lavinio, città della matrigna;

vetta a cui diede il nome la candida scrofa,

che con la sua mirabile fertilità,

trenta poppe, incredibile prodigio,

riempì di gioia i frigi.

E finalmente la nave entra in porto

tra i due moli, il faro Tirreno

e gli argini che si protendono sul mare aperto,

lasciando alle spalle l'Italia:

non esiste in natura porto

che meriti altrettanta ammirazione.

Ma per la sua nave così smembrata

il pilota cerca il bacino più interno,

un'insenatura tanto tranquilla,

che potrebbe navigarla persino

un canotto di Baia,

dove i marinai col capo rasato,

finalmente al sicuro,

si divertono a narrare infiorandole

le peripezie loro.

Ragazzi, avanti, all'opera,

in silenzio e con animo propizio;

appendete corone al tempio

e infarinate di farro i coltelli,

ornate i teneri altari di verdi zolle.

Vi seguirò e compiuto, come è giusto,

il rito sacro, a casa tornerò,

dove piccole statuette,

illuminate da tremuli ceri,

riceveranno coroncine.

Là placherò il Giove di casa mia,

offrirò incenso ai miei Lari paterni

e intorno spargerò viole d'ogni colore.

Tutto è illuminato, di lunghi rami

si rianima la porta

e in segno di festa sin dal mattino

risplendono lucerne.

 

Non sospettare malizie, Corvino:

Catullo, per il cui ritorno

innalzo tanti altari,

ha tre piccoli eredi.

Vorrei vedere chi per un amico,

così poco proficuo, immolerebbe

anche solo una gallina ammalata

sul punto di chiudere gli occhi;

ma questa è ancora una spesa eccessiva:

per il proprio padre non si sacrifica

oggi neanche una quaglia.

Se invece avvertono il calore della febbre

Gallitta e Pacio, ricchi e senza figli,

tutto il portico si riveste

di tavolette votive conformi ai riti,

non manca chi promette d'immolare cento buoi,

solo perché da noi

non ci sono elefanti in vendita

e questo animale nel Lazio

e sotto il nostro cielo

proprio non nasce;

importato dal paese dei mori,

se pascola tra gli alberi dei Rùtuli

o nelle campagne di Turno,

come parte degli armenti di Cesare,

non può servire per usi privati;

anche se i suoi antenati ubbidivano

al punico Annibale, ai nostri duci

e al re dei Molossi, portando,

elemento decisivo in battaglia,

interi reparti sul loro dorso

e torri mobili d'assalto.

Certo, gente come Novio o Pacuvio Istro

non esiterebbe un istante

a trascinare all'ara tutto quell'avorio

per immolarlo ai Lari di Gallitta,

unica vittima degna di così grandi numi

e di chi insegue i loro testamenti.

Il secondo, poi, se potesse,

voterebbe al sacrificio tra i servi suoi

i più robusti e i più belli d'aspetto,

circonderebbe di bende la fronte

di schiavi e ancelle, e se in famiglia avesse

una vergine Ifigenia,

la destinerebbe agli altari,

anche senza speranza

che furtiva, come nella tragedia,

una cerva prendesse il posto suo.

 

E bravo il mio concittadino:

mille navi non valgono

un testamento come quello.

Se il malato scamperà a Libitina,

dopo un omaggio così sorprendente,

preso nella rete, distruggerà

il vecchio testamento e in breve

forse lascerà tutto quanto

a Pacuvio, a lui solo,

che se ne andrà superbo tra i rivali vinti.

Vedi dunque che val pure la pena

di sgozzare la fanciulla di Micene.

L'augurio mio: lunga vita a Pacuvio,

tanta quanta ne visse Nestore,

possieda quanto ha rubato Nerone,

raggiunga col suo oro le montagne;

ma non ami nessuno

e da nessuno sia amato mai.

 


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