Giorno più dolce del mio compleanno questo è per me, Corvino, in cui un verde altare attende in festa le vittime promesse ai numi. A Giunone regina porto una candida agnella e un'altra di vello uguale alla dea che combatte con la Gòrgone maura. Ma non lontano la vittima destinata a Giove Tarpeo irrequieta scuote la fune quant'è lunga e agita le corna: è un vitello impetuoso, maturo ormai, tutto asperso di vino, per l'altare del tempio, un vitello che si vergogna di succhiare le poppe della madre e già tormenta i tronchi col turgore delle corna. Se avessi un patrimonio ingente da compensare il mio affetto, immolerei un toro più grasso di Ispulla, attardato dalla sua stessa mole, e non nutrito nei prati qui intorno, ma d'una razza che riveli i pascoli fiorenti del Clitumno, e con un collo che solo un sacerdote altissimo fosse in grado di colpire, perché qui festeggio il ritorno di un amico tuttora sgomento per gli orrori subiti e incredulo d'essere ancora vivo. Oltre ai rischi del mare è scampato ai colpi del fulmine. Come una sola nube tenebre dense nascosero il cielo e una vampa improvvisa s'abbatté sugli alberi: tutti se ne credettero colpiti, pensando sbigottiti che non c'è naufragio paragonabile all'incendio delle vele. Lo stesso spaventoso orrore d'una tempesta scatenata nei poemi. Ma ascolta il periglio che ne seguì e abbine più pietà; anche se traversie del genere, per quanto atroci, sian ben note a tutti, come dimostrano nei templi gli innumerevoli ex voto: chi non sa che Iside è la manna dei pittori? Un accidente simile è capitato appunto al mio Catullo. Quando ormai l'acqua aveva invaso quasi tutto lo scafo e i flutti, battendo di volta in volta sull'uno o l'altro fianco della nave, facevano ondeggiare l'albero, senza che potesse porvi rimedio l'esperienza del vecchio timoniere, Catullo, cercando un compromesso coi venti, cominciò a disfarsi del carico, come fa il castoro che da solo si castra per potersi salvare a spese dei testicoli, di cui benissimo conosce le virtù mediche. 'Gettate a mare tutto il mio bagaglio, tutto', gridava, deciso a privarsi anche delle cose più belle, una veste di porpora degna di un raffinato Mecenate, e altre del colore che la natura diede al gregge con erbe prodigiose, con le virtù segrete di mirabili sorgenti e del clima di Andalusia. E non esita a gettare gli argenti, i piatti cesellati da Partenio, un cratere della capacità di un'urna, in grado di saziar la sete a Folo o alla moglie di Fusco; e ancora catini, vasellame a mucchi e coppe cesellate, nelle quali aveva bevuto quello scaltro compratore di Olinto. Ma oggi chi altri e in quale parte del mondo avrebbe l'animo di preferire la vita all'argento, la salvezza agli averi? [Non è per vivere che certa gente ammassa patrimoni, ma, accecata dall'avarizia, solo per questi vive.] Senza risparmio si gettano in mare anche gli oggetti d'uso, ma il pericolo non s'attenua. Nell'incalzare della furia avversa si decide allora di abbattere con l'ascia l'albero maestro, togliendosi così dalle difficoltà: quando null'altro resta per salvare la nave, espediente estremo non v'è che mutilarla. Vai, dunque, e affida ai venti la tua vita alla mercé d'un legno monco: dalla morte ti separano quattro o sette dita, se più larga è la fiancata; ma con le reti, il pane e l'otre pieno non dimenticare di prendere la scure in caso di tempesta. Ma poi, quando placato il mare si distese e un tempo più propizio per la sorte dei naviganti ebbe il sopravvento su venti e flutti, e rasserenate le Parche stami più favorevoli filarono di lana bianca, ecco che non più forte d'una brezza si alza un vento leggero e la nave malconcia coi suoi poveri mezzi, pochi panni distesi e la sola vela di prora, ritorna a navigare. Così al calare delle stelle col sole si riaffaccia la speranza. Alta nel cielo allora appare la vetta cara a Iulo e preferita a Lavinio, città della matrigna; vetta a cui diede il nome la candida scrofa, che con la sua mirabile fertilità, trenta poppe, incredibile prodigio, riempì di gioia i frigi. E finalmente la nave entra in porto tra i due moli, il faro Tirreno e gli argini che si protendono sul mare aperto, lasciando alle spalle l'Italia: non esiste in natura porto che meriti altrettanta ammirazione. Ma per la sua nave così smembrata il pilota cerca il bacino più interno, un'insenatura tanto tranquilla, che potrebbe navigarla persino un canotto di Baia, dove i marinai col capo rasato, finalmente al sicuro, si divertono a narrare infiorandole le peripezie loro. Ragazzi, avanti, all'opera, in silenzio e con animo propizio; appendete corone al tempio e infarinate di farro i coltelli, ornate i teneri altari di verdi zolle. Vi seguirò e compiuto, come è giusto, il rito sacro, a casa tornerò, dove piccole statuette, illuminate da tremuli ceri, riceveranno coroncine. Là placherò il Giove di casa mia, offrirò incenso ai miei Lari paterni e intorno spargerò viole d'ogni colore. Tutto è illuminato, di lunghi rami si rianima la porta e in segno di festa sin dal mattino risplendono lucerne. Non sospettare malizie, Corvino: Catullo, per il cui ritorno innalzo tanti altari, ha tre piccoli eredi. Vorrei vedere chi per un amico, così poco proficuo, immolerebbe anche solo una gallina ammalata sul punto di chiudere gli occhi; ma questa è ancora una spesa eccessiva: per il proprio padre non si sacrifica oggi neanche una quaglia. Se invece avvertono il calore della febbre Gallitta e Pacio, ricchi e senza figli, tutto il portico si riveste di tavolette votive conformi ai riti, non manca chi promette d'immolare cento buoi, solo perché da noi non ci sono elefanti in vendita e questo animale nel Lazio e sotto il nostro cielo proprio non nasce; importato dal paese dei mori, se pascola tra gli alberi dei Rùtuli o nelle campagne di Turno, come parte degli armenti di Cesare, non può servire per usi privati; anche se i suoi antenati ubbidivano al punico Annibale, ai nostri duci e al re dei Molossi, portando, elemento decisivo in battaglia, interi reparti sul loro dorso e torri mobili d'assalto. Certo, gente come Novio o Pacuvio Istro non esiterebbe un istante a trascinare all'ara tutto quell'avorio per immolarlo ai Lari di Gallitta, unica vittima degna di così grandi numi e di chi insegue i loro testamenti. Il secondo, poi, se potesse, voterebbe al sacrificio tra i servi suoi i più robusti e i più belli d'aspetto, circonderebbe di bende la fronte di schiavi e ancelle, e se in famiglia avesse una vergine Ifigenia, la destinerebbe agli altari, anche senza speranza che furtiva, come nella tragedia, una cerva prendesse il posto suo. E bravo il mio concittadino: mille navi non valgono un testamento come quello. Se il malato scamperà a Libitina, dopo un omaggio così sorprendente, preso nella rete, distruggerà il vecchio testamento e in breve forse lascerà tutto quanto a Pacuvio, a lui solo, che se ne andrà superbo tra i rivali vinti. Vedi dunque che val pure la pena di sgozzare la fanciulla di Micene. L'augurio mio: lunga vita a Pacuvio, tanta quanta ne visse Nestore, possieda quanto ha rubato Nerone, raggiunga col suo oro le montagne; ma non ami nessuno e da nessuno sia amato mai. |