Ogni azione rivolta al male disgusta anche chi la commette. Questa è la prima punizione: nessun colpevole è assolto dalla propria coscienza, neppure se per scellerato broglio una sentenza iniqua del pretore gli abbia dato ragione. Ma cosa credi che pensi la gente, Calvino mio, della scelleratezza che hai da poco subito e dell'infamia d'una fiducia tradita? Certo, il tuo patrimonio non è tanto esiguo che il peso di così irrilevante infortunio ti sommerga, ma ciò che tu sopporti non è poi tanto raro: è capitato a molti, è un caso ormai banale, uno dei tanti guai che tra infiniti riserva la sorte. Non piangiamoci su: il dolore non deve in un uomo bruciare più del giusto e superare la ferita. E tu, perché un amico non ti rende un deposito sacrosanto, sopporti a stento una briciola minima, insignificante del più lieve dei mali, e di bile ti brucia il fegato? Un uomo, nato sotto il console Fonteio e che alle spalle s'è lasciato sessant'anni, può ancora stupirsi di queste cose? Non ti è dunque servita a nulla o in meglio tutta questa esperienza? Grandi precetti nei libri divini fornisce certo la sapienza per vincere la sorte, ma io considero felice anche chi, avendo maestra la vita, della vita impara a sopportare le molestie senza studiare d'evitarne il giogo. C'è mai un giorno di festa tanto solenne da impedire a un ladro di entrare in scena, da impedire perfidie, frodi, di trar guadagno da crimini d'ogni sorta e di procurarsi denaro con la spada o il veleno? Rari sono gli onesti: contali, non superano il numero delle porte di Tebe o delle foci del fecondo Nilo. Il tempo in cui viviamo è peggiore dell'epoca del ferro e alle sue nefandezze la natura non ha trovato un nome o un metallo dal quale derivarlo. Noi invochiamo la fede di uomini e dei con lo stesso clamore dei postulanti, che a gran voce applaudono Fesidio quando arringa. Dimmi, vecchio fanciullino, non sai che prurito mette addosso il denaro altrui? non sai il ridere che fa nella gente la tua ingenuità, quando pretendi che nessuno ti manchi di parola, che tutti credano alla presenza di un nume nei templi e sugli altari insanguinati? Questi i costumi dei popoli arcaici, prima che Saturno, deposto il suo diadema, fuggendo impugnasse la falce contadina, quando Giunone era ancora una verginella e Giove un anonimo negli antri dell'Ida. Allora oltre le nubi non c'erano banchetti di Celesti, col fanciullo troiano e la bella sposina di Ercole come coppieri, né Vulcano, dopo aver tracannato il nettare, si tergeva le braccia affumicate nell'officina di Lipari. Ogni dio pranzava da solo, non c'era quell'orgia di numi che esiste oggi e, lieto d'ospitarne pochi, il firmamento pesava assai meno sulle spalle dell'infelice Atlante. Ancora non aveva avuto in sorte il triste regno del profondo Averno il torvo Plutone con la sua moglie siciliana; non esistevan ruota, Furie, sasso o pena del nero avvoltoio, e senza re degli Inferi ridenti erano le ombre. La malvagità destava allora stupore: si riteneva che fosse un delitto orrendo, da espiare con la morte, se un giovane di fronte a un vecchio non s'alzava in piedi o non lo faceva un adolescente di fronte a chi sfoggiava già la barba, malgrado in casa sua il ragazzo possedesse più fragole e mucchi più grandi di ghiande. Bastavano quattro anni in più per incutere rispetto e la prima barba s'accomunava a venerabile vecchiaia. Oggi, se un amico non ricusa un deposito e ti rende il vecchio sacchetto con tutta la sua ruggine, si grida a un miracolo d'onestà, degno dei Libri etruschi, sino a esigere il sacrificio di un'agnella inghirlandata. Vedere un uomo onesto e intemerato non è per me portento diverso da un neonato bicefalo, da pesci trovati con meraviglia sotto un aratro o da una mula gravida; e resto sbigottito come se vedessi piovere pietre, insediarsi sulla cima di un tempio a grappolo d'uva uno sciame d'api o rovesciarsi in mare un fiume torrenziale con strani gorghi e vortici di latte. Ti hanno carpito con perfida frode diecimila sesterzi: di questo ti lamenti. Cosa dovrebbe dire allora chi ne avesse persi duecentomila, dati sulla parola, come hai fatto tu? o un altro che ne avesse persi ancor di più, tanti da riempire a stento un forziere stipato sino all'orlo? Se non c'è nessun uomo che lo sappia, è la cosa più facile del mondo sbugiardare gli dei chiamati a testimone. Guarda con che sicumera lo nega, con che faccia impassibile t'imbroglia. Giura per i raggi del Sole, per i fulmini di Tarpeo, per la lancia di Marte, per i dardi di Apollo, per le frecce e la faretra di Diana, e per il tuo tridente, Nettuno, padre di Egeo; e poi e poi vi aggiunge l'arco di Ercole, il giavellotto di Minerva e tutto l'arsenale delle armi celesti. Se inoltre è padre, ecco che grida: 'Possa io divorare la testa del mio infelice figliolo, lessata in guazzetto nell'aceto di Faro'. C'è chi dà la colpa di tutto ai capricci della fortuna e crede che il mondo si muova senza guida alcuna, che i giorni e gli anni si susseguano solo per legge di natura: per questo s'accosta senza timore a qualsivoglia altare. C'è invece chi teme che al delitto segua la pena. Costui crede che esistano gli dei, però continua a spergiurare, ragionando così fra sé: 'Iside faccia pure del mio corpo quel che vuole e col suo sistro adirato mi spenga gli occhi, purché anche accecato possa tenermi quei quattrini che sostengo di non avere: valgono bene un po' di tisi, una piaga purulenta, una gamba in meno. Lada, ridotto in miseria, non esita ad augurarsi la gotta dei ricchi, anche se non ha bisogno di Antìcira o di Archìgene: che gli serve infatti, quando soffre la fame, la gloria di un piede veloce o un ramo d'ulivo di Pisa? Per quanto sia terribile, assai lenta è senza dubbio l'ira dei numi: se vogliono colpire tutti quanti i colpevoli, quando mai giungeranno sino a me? Ma potrei anche incontrare un nume indulgente: a colpe come questa di solito si accorda venia. Molti commettono crimini uguali, ma con diversa sorte: c'è chi finisce in croce e chi per quel delitto ottiene un trono'. Così libera il suo cuore smarrito dal terrore della sua colpa orrenda, pronto a precederti, se lo costringi, davanti ai sacri altari ed anzi è proprio lui che a questi in malo modo ti trascina. La faccia tosta in una causa ingiusta tant'è più grande e più passa per molti come innocenza. Recita il suo mimo come lo schiavo in fuga dello spiritoso Catullo; e tu, sventurato, gridi a gran voce, che potresti vincere Stèntore o piuttosto come Marte in Omero: 'O Giove, ascolti queste cose senza muovere labbro, quando dovresti pur parlare, anche se sei di marmo o bronzo? Perché mai, sciolti i cartocci, poniamo sulle tue braci sacri incensi, fegato a pezzi di vitello e bianche viscere di porco? Come vedo, non c'è differenza da fare tra le vostre icone e la statua di Vagellio'. Ascolta invece che conforti potrebbe darti chi non ha letto i Cinici e i dogmi degli Stoici, diversi solo per la tunica, e chi non ha mai studiato Epicuro, pago delle verdure del suo orticello. Dai grandi medici si facciano curare i malati in pericolo di vita: tu puoi anche affidare le tue vene a un discepolo di Filippo. Se mi dimostri che mai è accaduto al mondo un fatto così detestabile, mi cucirò la bocca; lascerò che ti percuota il petto a pugni, che ti illividisca la faccia a suon di schiaffi: quando capita una disgrazia, si deve chiudere la porta e dentro casa versar lacrime sui quattrini perduti con gemiti e lamenti più strazianti che per un funerale; nessuno in questi casi può fingere il dolore, limitandosi a lacerare l'orlo della propria veste o a spremere gli occhi per farne sgorgare una lacrima: il denaro perduto va pianto con lacrime vere. Ma se tu vedi i tribunali pieni di simili lamenti, se tu senti che i debitori, dopo che la parte avversa ha riletto dieci volte il contratto, dichiarano che la cambiale è falsa e non vale più di cartaccia, mentre ad accusarli è la loro firma e la gemma più bella di sardonica custodita in uno scrigno d'avorio, proprio tu, gioia mia, credi d'essere un caso a parte, perché figlio d'una gallina bianca, e noi miserabili polli nati da uova guaste? Se volgi gli occhi a ben maggiori crimini, tu soffri un torto che è un'inezia, che non merita un travaso di bile. Pensa al sicario prezzolato, agli incendi dolosi appiccati con lo zolfo a una porta che in un attimo prende fuoco; e pensa a quelli che da un tempio antico trafugano le grandi coppe dalla ruggine veneranda, le offerte dei fedeli o le corone donate dai re di un tempo; e se di questi non ne vedi, c'è di certo il ladruncolo sacrilego che raschia la doratura a una coscia d'Ercole o magari alla faccia di Nettuno, che strappa a Castore una foglia d'oro: [non credi che, abituato com'è, esiterebbe a fondere tutto il Tonante?] Pensa a chi fabbrica e smercia il veleno, e a chi meriterebbe d'esser gettato a mare chiuso in una pelle di bue con una scimmia innocente dal fato avverso. Minima parte questa dei delitti che Gallico, prefetto di città, deve ascoltare da mattina a sera. Se vuoi conoscere i costumi umani, basta una sola casa: restaci pochi giorni e, venutone via, vedi se hai il coraggio di dirti infelice. Chi si meraviglia se vede in Alpi un gozzo gonfio o a Mèroe tette più grosse di un poppante paffutello? Chi si stupisce degli occhi azzurri dei germani, dei loro capelli biondi coi riccioli impomatati in ciocche attorcigliate? [Certo, perché per tutti loro la natura è comune.] Di fronte all'improvviso strepito di una nube di uccelli traci il guerriero pigmeo afferra le sue armi in miniatura, ma in un attimo, inferiore al nemico, viene ghermito e trascinato in cielo dagli artigli adunchi d'una feroce gru. Se tu vedessi tutto ciò da noi, scoppieresti a ridere, ma laggiù, dove scontri del genere sono teatro quotidiano, nessuno ride, perché tutta la tribù non supera in altezza un piede. 'Quella testa spergiura per il suo scellerato imbroglio non subirà dunque pena di sorta?' Supponi che venga qui trascinato in pesanti catene e che tu possa mandarlo a morte come meglio credi (può lo sdegno pretendere di più?): il tuo danno rimane inalterato e il deposito non ti verrà certo restituito; per soddisfazione, ahimè odiosa, non avrai che il poco sangue di un capo mozzato. 'Ma la vendetta è piacere più dolce della stessa vita...' Lascialo dire agli imbecilli, a chi scoppia di rabbia per un niente o per futili motivi: [ogni pretesto, per quanto irrisorio, è sufficiente a suscitarne l'ira]. Non lo dice Crisippo, non lo dice Talete nella sua mitezza, e neppure il vecchio che visse vicino al dolce Imetto: mai avrebbe dato all'accusatore una goccia della cicuta che ricevette nel crudele carcere. [La saggezza, così feconda, che a tutti insegna ciò che è giusto, disseccherà in noi vizi ed errori.] La vendetta è in ogni caso piacere di gente meschina, di animi gretti e malsani. Ne vuoi la prova? nessuno gode più della vendetta di una femmina. Ma perché tu pensi che restino impuniti quelli che la coscienza del male compiuto rende costernati e che, col tormento in cuore del carnefice, un occulto staffile logora di sorde ferite? Portare in petto notte e giorno un testimone è pena atroce e assai più cruda di quelle inventate dai feroci Cedicio e Radamanto. A uno spartano, incerto se trattenere un deposito o no, coprendo la sua frode con un giuramento, la vate Pizia rispose che mai sarebbe rimasto impunito: voleva infatti sapere il pensiero di Apollo e se il nume avrebbe assentito al crimine. Dunque fu per paura, non per onestà, che lui restituì il maltolto. Tuttavia la profezia dell'oracolo si dimostrò in tutto degna del tempio e infallibile: morì infatti con tutti i figli, la famiglia e i parenti per quanto fossero lontani. Questa la pena che attende chi ha solo l'intenzione di compiere un delitto: chi lo medita in segreto fra sé è come se l'avesse già commesso. Figurarsi poi se lo realizza. Ansia perpetua lo divora, anche quand'è l'ora di pranzo, senza requie, così che non riesce a inghiottire e il cibo gli si impasta nella gola, secca come per un morbo, e tra i denti; l'infelice sputa il vino che beve e gli pare disgustoso persino un Albano pregiato invecchiato negli anni; e se poi gliene offri del migliore, d'una ragnatela di rughe gli si aggrinza la fronte, come se avesse bevuto un Falerno inacidito. Se per caso di notte l'angoscia gli concede un breve sonno e, dopo essersi girato e rigirato nel letto, riposano le membra, all'improvviso in sogno vede il tempio e gli altari del nume profanato; ma quel che è peggio, nell'incubo che gli gronda sudore, vede te, e la tua immagine, maestosa e più grande di quella umana, lo terrorizza e lo costringe impaurito a confessare. Eccoli: tremano e impallidiscono ad ogni lampo; se poi tuona, al primo rombo del cielo crollano esanimi, quasi che il fulmine non cadesse a terra per caso o per furia di venti, ma per fare irato giustizia. Non gli è venuto danno? E già paventano con maggiore angoscia la prossima tempesta, come se questo sereno fosse solo una tregua. In più, se li assale un dolore al fianco e la febbre non li lascia dormire, pensano che a inviare al loro corpo quei morbi sia una divinità sdegnata, convinti che sian questi i macigni e le frecce degli dei. Non osano promettere una pecora al santuario o una cresta di gallo ai Lari: cosa infatti può sperare un colpevole quando cade ammalato? quale vittima non è più di lui degna di rimanere in vita? [Volubile e quasi sempre incostante è la natura dei malvagi.] Quando commettono un delitto sono privi di dubbi: solo a crimine compiuto cominciano a distinguere il bene dal male. Ma, incapace di mutare e ormai incallita, l'indole loro li riporta alle pratiche che avevano condannato. Chi mai ha posto un limite alla colpa? chi mai ha ritrovato la forza di arrossire, una volta che l'abbia espulsa dalla fronte indurita? Esiste forse un uomo che si accontenti di una sola infamia? Il tuo furfante finirà per porre il piede in qualche trappola e dovrà soffrire l'uncino del carcere duro, una rupe dell'Egeo o gli scogli affollati d'illustri esiliati. E allora tu potrai godere dell'amaro castigo inflitto all'uomo che detesti, e soddisfatto riconoscerai, finalmente, che non esiste nume sordo e men che meno cieco come Tiresia. |