Decimo Giunio Giovenale

LIBRO QUINTO - XIII

(il rimorso come punizione)

 

 

Ogni azione rivolta al male

disgusta anche chi la commette.

Questa è la prima punizione:

nessun colpevole è assolto

dalla propria coscienza,

neppure se per scellerato broglio

una sentenza iniqua del pretore

gli abbia dato ragione.

Ma cosa credi che pensi la gente,

Calvino mio, della scelleratezza

che hai da poco subito

e dell'infamia d'una fiducia tradita?

Certo, il tuo patrimonio non è tanto esiguo

che il peso di così irrilevante infortunio

ti sommerga, ma ciò che tu sopporti

non è poi tanto raro: è capitato a molti,

è un caso ormai banale,

uno dei tanti guai

che tra infiniti riserva la sorte.

Non piangiamoci su: il dolore

non deve in un uomo bruciare più del giusto

e superare la ferita.

E tu, perché un amico non ti rende

un deposito sacrosanto,

sopporti a stento una briciola minima,

insignificante del più lieve dei mali,

e di bile ti brucia il fegato?

Un uomo, nato sotto il console Fonteio

e che alle spalle s'è lasciato sessant'anni,

può ancora stupirsi di queste cose?

Non ti è dunque servita a nulla o in meglio

tutta questa esperienza?

Grandi precetti nei libri divini

fornisce certo la sapienza

per vincere la sorte,

ma io considero felice anche chi,

avendo maestra la vita, della vita

impara a sopportare le molestie

senza studiare d'evitarne il giogo.

 

C'è mai un giorno di festa tanto solenne

da impedire a un ladro di entrare in scena,

da impedire perfidie, frodi,

di trar guadagno da crimini d'ogni sorta

e di procurarsi denaro

con la spada o il veleno?

Rari sono gli onesti: contali,

non superano il numero

delle porte di Tebe

o delle foci del fecondo Nilo.

Il tempo in cui viviamo

è peggiore dell'epoca del ferro

e alle sue nefandezze

la natura non ha trovato un nome

o un metallo dal quale derivarlo.

Noi invochiamo la fede di uomini e dei

con lo stesso clamore

dei postulanti, che a gran voce

applaudono Fesidio quando arringa.

Dimmi, vecchio fanciullino, non sai

che prurito mette addosso il denaro altrui?

non sai il ridere che fa

nella gente la tua ingenuità,

quando pretendi

che nessuno ti manchi di parola,

che tutti credano alla presenza di un nume

nei templi e sugli altari insanguinati?

 

Questi i costumi dei popoli arcaici,

prima che Saturno, deposto il suo diadema,

fuggendo impugnasse la falce contadina,

quando Giunone era ancora una verginella

e Giove un anonimo negli antri dell'Ida.

Allora oltre le nubi

non c'erano banchetti di Celesti,

col fanciullo troiano

e la bella sposina di Ercole

come coppieri, né Vulcano,

dopo aver tracannato il nettare,

si tergeva le braccia

affumicate nell'officina di Lipari.

Ogni dio pranzava da solo,

non c'era quell'orgia di numi

che esiste oggi e, lieto d'ospitarne pochi,

il firmamento pesava assai meno

sulle spalle dell'infelice Atlante.

Ancora non aveva avuto in sorte

il triste regno del profondo Averno

il torvo Plutone con la sua moglie siciliana;

non esistevan ruota, Furie, sasso

o pena del nero avvoltoio,

e senza re degli Inferi

ridenti erano le ombre.

 

La malvagità destava allora stupore:

si riteneva che fosse un delitto orrendo,

da espiare con la morte, se un giovane

di fronte a un vecchio non s'alzava in piedi

o non lo faceva un adolescente

di fronte a chi sfoggiava già la barba,

malgrado in casa sua

il ragazzo possedesse più fragole

e mucchi più grandi di ghiande.

Bastavano quattro anni in più

per incutere rispetto e la prima barba

s'accomunava a venerabile vecchiaia.

Oggi, se un amico non ricusa un deposito

e ti rende il vecchio sacchetto

con tutta la sua ruggine,

si grida a un miracolo d'onestà,

degno dei Libri etruschi, sino a esigere

il sacrificio di un'agnella inghirlandata.

Vedere un uomo onesto e intemerato

non è per me portento

diverso da un neonato bicefalo,

da pesci trovati con meraviglia

sotto un aratro o da una mula gravida;

e resto sbigottito

come se vedessi piovere pietre,

insediarsi sulla cima di un tempio

a grappolo d'uva uno sciame d'api

o rovesciarsi in mare

un fiume torrenziale

con strani gorghi e vortici di latte.

 

Ti hanno carpito con perfida frode

diecimila sesterzi:

di questo ti lamenti.

Cosa dovrebbe dire allora

chi ne avesse persi duecentomila,

dati sulla parola, come hai fatto tu?

o un altro che ne avesse persi ancor di più,

tanti da riempire a stento un forziere

stipato sino all'orlo?

Se non c'è nessun uomo che lo sappia,

è la cosa più facile del mondo

sbugiardare gli dei chiamati a testimone.

Guarda con che sicumera lo nega,

con che faccia impassibile t'imbroglia.

Giura per i raggi del Sole,

per i fulmini di Tarpeo,

per la lancia di Marte,

per i dardi di Apollo,

per le frecce e la faretra di Diana,

e per il tuo tridente, Nettuno, padre di Egeo;

e poi e poi vi aggiunge l'arco di Ercole,

il giavellotto di Minerva

e tutto l'arsenale delle armi celesti.

Se inoltre è padre, ecco che grida:

'Possa io divorare la testa

del mio infelice figliolo,

lessata in guazzetto nell'aceto di Faro'.

 

C'è chi dà la colpa di tutto

ai capricci della fortuna

e crede che il mondo si muova senza guida alcuna,

che i giorni e gli anni si susseguano

solo per legge di natura:

per questo s'accosta senza timore

a qualsivoglia altare.

C'è invece chi teme che al delitto segua la pena.

Costui crede che esistano gli dei,

però continua a spergiurare,

ragionando così fra sé:

'Iside faccia pure del mio corpo

quel che vuole e col suo sistro adirato

mi spenga gli occhi, purché anche accecato

possa tenermi quei quattrini

che sostengo di non avere:

valgono bene un po' di tisi,

una piaga purulenta, una gamba in meno.

Lada, ridotto in miseria, non esita

ad augurarsi la gotta dei ricchi,

anche se non ha bisogno di Antìcira

o di Archìgene: che gli serve infatti,

quando soffre la fame,

la gloria di un piede veloce

o un ramo d'ulivo di Pisa?

Per quanto sia terribile,

assai lenta è senza dubbio l'ira dei numi:

se vogliono colpire

tutti quanti i colpevoli,

quando mai giungeranno sino a me?

Ma potrei anche incontrare un nume indulgente:

a colpe come questa

di solito si accorda venia.

Molti commettono crimini uguali,

ma con diversa sorte:

c'è chi finisce in croce

e chi per quel delitto ottiene un trono'.

 

Così libera il suo cuore smarrito

dal terrore della sua colpa orrenda,

pronto a precederti, se lo costringi,

davanti ai sacri altari ed anzi è proprio lui

che a questi in malo modo ti trascina.

La faccia tosta in una causa ingiusta

tant'è più grande e più passa per molti

come innocenza. Recita il suo mimo

come lo schiavo in fuga

dello spiritoso Catullo;

e tu, sventurato, gridi a gran voce,

che potresti vincere Stèntore

o piuttosto come Marte in Omero:

'O Giove, ascolti queste cose

senza muovere labbro,

quando dovresti pur parlare,

anche se sei di marmo o bronzo?

Perché mai, sciolti i cartocci, poniamo

sulle tue braci sacri incensi,

fegato a pezzi di vitello

e bianche viscere di porco?

Come vedo, non c'è differenza da fare

tra le vostre icone e la statua di Vagellio'.

 

Ascolta invece che conforti

potrebbe darti chi

non ha letto i Cinici e i dogmi degli Stoici,

diversi solo per la tunica,

e chi non ha mai studiato Epicuro,

pago delle verdure del suo orticello.

Dai grandi medici si facciano curare

i malati in pericolo di vita:

tu puoi anche affidare le tue vene

a un discepolo di Filippo.

Se mi dimostri che mai è accaduto al mondo

un fatto così detestabile,

mi cucirò la bocca; lascerò

che ti percuota il petto a pugni,

che ti illividisca la faccia a suon di schiaffi:

quando capita una disgrazia,

si deve chiudere la porta

e dentro casa versar lacrime

sui quattrini perduti

con gemiti e lamenti più strazianti

che per un funerale;

nessuno in questi casi

può fingere il dolore,

limitandosi a lacerare l'orlo

della propria veste o a spremere gli occhi

per farne sgorgare una lacrima:

il denaro perduto

va pianto con lacrime vere.

Ma se tu vedi i tribunali pieni

di simili lamenti, se tu senti

che i debitori, dopo che la parte avversa

ha riletto dieci volte il contratto,

dichiarano che la cambiale è falsa

e non vale più di cartaccia,

mentre ad accusarli è la loro firma

e la gemma più bella di sardonica

custodita in uno scrigno d'avorio,

proprio tu, gioia mia,

credi d'essere un caso a parte,

perché figlio d'una gallina bianca,

e noi miserabili polli

nati da uova guaste?

Se volgi gli occhi a ben maggiori crimini,

tu soffri un torto che è un'inezia,

che non merita un travaso di bile.

 

Pensa al sicario prezzolato,

agli incendi dolosi

appiccati con lo zolfo a una porta

che in un attimo prende fuoco;

e pensa a quelli che da un tempio antico

trafugano le grandi coppe

dalla ruggine veneranda,

le offerte dei fedeli

o le corone donate dai re di un tempo;

e se di questi non ne vedi,

c'è di certo il ladruncolo sacrilego

che raschia la doratura a una coscia d'Ercole

o magari alla faccia di Nettuno,

che strappa a Castore una foglia d'oro:

[non credi che, abituato com'è,

esiterebbe a fondere tutto il Tonante?]

Pensa a chi fabbrica e smercia il veleno,

e a chi meriterebbe

d'esser gettato a mare

chiuso in una pelle di bue

con una scimmia innocente dal fato avverso.

 

Minima parte questa dei delitti

che Gallico, prefetto di città,

deve ascoltare da mattina a sera.

Se vuoi conoscere i costumi umani,

basta una sola casa:

restaci pochi giorni e, venutone via,

vedi se hai il coraggio di dirti infelice.

Chi si meraviglia se vede in Alpi

un gozzo gonfio o a Mèroe tette

più grosse di un poppante paffutello?

Chi si stupisce

degli occhi azzurri dei germani,

dei loro capelli biondi coi riccioli

impomatati in ciocche attorcigliate?

[Certo, perché per tutti loro

la natura è comune.]

Di fronte all'improvviso strepito

di una nube di uccelli traci

il guerriero pigmeo

afferra le sue armi in miniatura,

ma in un attimo, inferiore al nemico,

viene ghermito e trascinato in cielo

dagli artigli adunchi d'una feroce gru.

Se tu vedessi tutto ciò da noi,

scoppieresti a ridere, ma laggiù,

dove scontri del genere

sono teatro quotidiano,

nessuno ride, perché tutta la tribù

non supera in altezza un piede.

 

'Quella testa spergiura

per il suo scellerato imbroglio

non subirà dunque pena di sorta?'

Supponi che venga qui trascinato

in pesanti catene e che tu possa

mandarlo a morte come meglio credi

(può lo sdegno pretendere di più?):

il tuo danno rimane inalterato

e il deposito non ti verrà certo

restituito; per soddisfazione,

ahimè odiosa, non avrai

che il poco sangue di un capo mozzato.

'Ma la vendetta è piacere più dolce

della stessa vita...' Lascialo dire

agli imbecilli, a chi scoppia di rabbia

per un niente o per futili motivi:

[ogni pretesto, per quanto irrisorio,

è sufficiente a suscitarne l'ira].

Non lo dice Crisippo,

non lo dice Talete nella sua mitezza,

e neppure il vecchio che visse

vicino al dolce Imetto:

mai avrebbe dato all'accusatore

una goccia della cicuta

che ricevette nel crudele carcere.

[La saggezza, così feconda,

che a tutti insegna ciò che è giusto,

disseccherà in noi vizi ed errori.]

La vendetta è in ogni caso piacere

di gente meschina, di animi gretti

e malsani. Ne vuoi la prova?

nessuno gode più della vendetta

di una femmina. Ma perché tu pensi

che restino impuniti

quelli che la coscienza del male compiuto

rende costernati e che, col tormento in cuore

del carnefice, un occulto staffile

logora di sorde ferite?

Portare in petto notte e giorno

un testimone è pena atroce

e assai più cruda di quelle inventate

dai feroci Cedicio e Radamanto.

A uno spartano, incerto

se trattenere un deposito o no,

coprendo la sua frode con un giuramento,

la vate Pizia rispose che mai

sarebbe rimasto impunito:

voleva infatti sapere il pensiero

di Apollo e se il nume avrebbe assentito al crimine.

Dunque fu per paura, non per onestà,

che lui restituì il maltolto.

Tuttavia la profezia dell'oracolo

si dimostrò in tutto degna del tempio

e infallibile: morì infatti

con tutti i figli, la famiglia

e i parenti per quanto fossero lontani.

 

Questa la pena che attende chi ha solo

l'intenzione di compiere un delitto:

chi lo medita in segreto fra sé

è come se l'avesse già commesso.

Figurarsi poi se lo realizza.

Ansia perpetua lo divora,

anche quand'è l'ora di pranzo,

senza requie, così che non riesce a inghiottire

e il cibo gli si impasta nella gola,

secca come per un morbo, e tra i denti;

l'infelice sputa il vino che beve

e gli pare disgustoso persino

un Albano pregiato invecchiato negli anni;

e se poi gliene offri del migliore,

d'una ragnatela di rughe

gli si aggrinza la fronte,

come se avesse bevuto un Falerno inacidito.

Se per caso di notte

l'angoscia gli concede un breve sonno

e, dopo essersi girato e rigirato nel letto,

riposano le membra, all'improvviso

in sogno vede il tempio

e gli altari del nume profanato;

ma quel che è peggio,

nell'incubo che gli gronda sudore,

vede te, e la tua immagine, maestosa

e più grande di quella umana,

lo terrorizza e lo costringe

impaurito a confessare.

 

Eccoli: tremano e impallidiscono ad ogni lampo;

se poi tuona, al primo rombo del cielo

crollano esanimi, quasi che il fulmine

non cadesse a terra per caso

o per furia di venti,

ma per fare irato giustizia.

Non gli è venuto danno? E già paventano

con maggiore angoscia la prossima tempesta,

come se questo sereno fosse solo una tregua.

In più, se li assale un dolore al fianco

e la febbre non li lascia dormire,

pensano che a inviare al loro corpo

quei morbi sia una divinità sdegnata,

convinti che sian questi

i macigni e le frecce degli dei.

Non osano promettere una pecora

al santuario o una cresta di gallo ai Lari:

cosa infatti può sperare un colpevole

quando cade ammalato?

quale vittima non è più di lui

degna di rimanere in vita?

 

[Volubile e quasi sempre incostante

è la natura dei malvagi.]

Quando commettono un delitto

sono privi di dubbi: solo a crimine compiuto

cominciano a distinguere il bene dal male.

Ma, incapace di mutare e ormai incallita,

l'indole loro li riporta

alle pratiche che avevano condannato.

Chi mai ha posto un limite alla colpa?

chi mai ha ritrovato

la forza di arrossire,

una volta che l'abbia espulsa

dalla fronte indurita?

Esiste forse un uomo

che si accontenti di una sola infamia?

Il tuo furfante finirà

per porre il piede in qualche trappola

e dovrà soffrire l'uncino

del carcere duro, una rupe dell'Egeo

o gli scogli affollati d'illustri esiliati.

E allora tu potrai godere

dell'amaro castigo

inflitto all'uomo che detesti,

e soddisfatto riconoscerai,

finalmente, che non esiste nume

sordo e men che meno cieco come Tiresia.



Indice di Giovenale