Giovenale
Libro Quinto - XIV

(l'origine dei vizi)

 

Moltissimi, Fuscino, sono i vizi

destinati a sinistra fama,

tali da imprimere macchie indelebili

nelle anime più pure,

che gli stessi genitori col loro esempio

infondono nei figli.

Se a un vecchio piace rovinarsi ai dadi,

l'erede si dà al gioco ancora imberbe

e nel piccolo bussolotto

agita le sue stesse armi.

Il giovane, che da un padre indolente

e goloso d'antico pelo

ha imparato a grattar tartufi,

a mettere in salsa boleti

e a immergere in quell'intingolo i beccafichi,

non permetterà che per sé i parenti

possano sperare meglio di tanto.

Quando il ragazzo avrà fatto sette anni

e non avrà cambiato ancora tutti i denti,

puoi porgli accanto da l'un lato e l'altro

mille e mille precettori barbuti:

pretenderà pur sempre di cenare

a una tavola imbandita con ogni ben di dio

secondo i dettami della grande cucina.

Insegna forse Rùtilo

ad essere d'animo mite

e indulgente verso i piccoli errori,

e pensa forse che l'anima e il corpo degli schiavi

siano fatti della stessa materia

e dei nostri stessi elementi?

o non educa piuttosto alla crudeltà,

lui, Rùtilo, che gode

all'aspro strepito delle percosse

e che paragonabile non crede

canto di Sirena a sibilo di flagello,

lui, Antìfate e Polifemo

di un focolare più morto che vivo,

felice ogni volta che, chiamato il carnefice,

può far marchiare a fuoco qualche schiavo,

magari per due salviette rubate?

Cosa mai può consigliare a un ragazzo

chi si compiace a stridore di ceppi,

chi prova inaudito diletto a stigmate,

a lavori forzati e carceri?

Sei così ingenuo da non attenderti

che la figlia di Larga diventi un'adultera,

quando, anche a limitarne il campo,

non potrebbe elencarti

tutti gli amanti di sua madre

senza doversi interrompere almeno

trenta volte per prender fiato?

Sin da bambina sapeva tutto di lei;

ora è la madre che le detta i bigliettini

da consegnare al suo amante

tramite gli stessi mezzani.

Così vuole natura: dentro casa

ogni esempio di vizi assai più in fretta

ci corrompe, perché più a fondo

penetrano nell'animo

per l'autorità di chi ce li mostra.

Uno o due giovani, ai quali Titano

ha plasmato con argilla migliore

e più benevolmente il cuore,

forse li trovi refrattari a questi esempi;

ma le esecrabili orme paterne

fanno da guida a tutti gli altri,

attratti, come sono,

nell'orbita dei vecchi vizi

che hanno di giorno in giorno sotto gli occhi.

Evita dunque ciò che è indegno;

anche se fosse l'unica

c'è una ragione che le vale tutte:

che chi da noi è nato

non segua i nostri crimini,

perché tutti noi siamo inclini

a imitare turpitudini e infamie,

e se a qualunque latitudine,

presso qualsiasi popolo,

puoi incontrare un Catilina,

in nessun luogo accade di trovare

un Bruto o di Bruto uno zio.

 

Dove c'è un padre, intatto resti l'uscio

da parole o visioni sconce.

Lontano, oh lontano di qui sgualdrine

e canti di nottambuli scrocconi.

Ai bambini si deve massimo rispetto,

soprattutto se prepari un'infamia;

considera l'età del tuo figliolo

e sia proprio la sua infanzia

a proibirti di peccare.

Se un giorno per un'azione compiuta

si attirerà gli strali del censore,

e non solo nel corpo e nel suo volto

si mostrerà simile a te,

ma anche figlio dei tuoi costumi,

e, seguendoti passo passo,

in grado di peccare con maggiore infamia,

tu di certo lo sgriderai

e lo castigherai con aspre grida,

pronto a mutare dopo questo

persino il testamento.

Ma con che faccia potrai farlo,

con quale franchezza di padre,

quando tu stesso, vecchio come sei,

ne fai di peggio e la tua testa,

ormai da tempo priva di cervello,

reclama le ventose del salasso?

 

Arriva un ospite e nessuno in casa

avrà più pace: 'Scopa il pavimento,

lucida le colonne,

togli quel ragno secco e tutta la sua tela;

tu strofina a specchio l'argenteria,

tu lustra i vasi cesellati'.

Con la minaccia della frusta,

addosso a tutti infuria

la voce del padrone.

Costernato, tu temi

che, imbrattato dallo sterco di cane,

il tuo atrio possa offendere gli occhi

dell'amico in arrivo,

o che il portico sia sporco di fango,

cose che basta uno schiavetto a far sparire

con solo un po' di segatura:

e non ti preoccupi che tuo figlio

veda piuttosto una casa onorata,

senza macchia e priva di vizi?

Che tu abbia dato alla patria e al popolo

un cittadino è meritevole,

sempre che della patria tu lo renda degno,

valido all'opera dei campi,

valido in quelle di guerra e di pace.

Di capitale importanza sarà

dunque il modo in cui e a quali costumi

tu saprai educarlo.

La cicogna nutre i suoi piccoli

con serpenti e lucertole

scovati in campagne sperdute:

messe le penne, quelli cercano lo stesso cibo.

L'avvoltoio, lasciate le carogne

di giumenti, di cani e criminali,

si affretta alla nidiata

per portare brandelli di cadavere:

e questo è pure il cibo

dell'avvoltoio divenuto adulto

e in grado di nutrirsi come vuole,

quando per proprio conto

si fa il nido su un albero isolato.

Ma l'uccello di Giove, nobile rapace,

caccia nei boschi lepri e caprioli,

portando nel suo covo queste prede:

quando gli aquilotti, cresciuti,

sapranno alzarsi in volo,

spinti dalla fame, si avventeranno

su quelle stesse prede,

che avevano gustato

non appena usciti dall'uovo.

 

Cetronio si sentiva un costruttore,

e ora nel golfo di Gaeta,

ora sulla rocca di Tivoli,

ora sui monti di Preneste,

coi marmi della Grecia

e di terre lontane,

innalzava grandiose ville,

che eclissavano i templi di Ercole

e della Fortuna, come le terme

dell'eunuco Posìde

eclissavano il nostro Campidoglio.

Per queste dimore Cetronio

certo intaccò le sue sostanze,

mettendo a rischio il patrimonio,

ma l'ammontare dei beni rimasti

non era in fin dei conti piccolo:

a tutto diede fondo

un figlio megalomane,

costruendo ville su ville

con marmi ancora più pregiati.

 

Chi ha avuto in sorte un padre

che onora il sabato, altro non adora

che le nuvole e la maestà del cielo,

ritiene che la carne di maiale,

da cui il padre si asteneva,

non differisce da quella dell'uomo,

e prima che può si fa circoncidere;

non tenendo in conto alcuno le nostre leggi,

apprende e osserva norma dopo norma

devotamente quelle ebraiche,

tramandate su tavole arcane da Mosè:

mai a chi non segue il suo culto

rivelerà la strada

e solo i circoncisi

guiderà a cercare la fonte.

Responsabile è il padre

che, astenendosi da ogni occupazione,

rimaneva in ozio un giorno su sette.

 

L'imitazione d'ogni vizio

nei giovani è del tutto naturale:

anche se contro voglia,

solo l'avarizia vien loro imposta.

Questo è un vizio che può trarre in inganno

con l'apparenza e l'aureola della virtù,

poiché si presenta severo

nel contegno, nel volto e austero nel vestire:

non v'è alcun dubbio che un avaro

possa venir lodato come un uomo

frugale, parco e più attento

a tutelare la propria fortuna

del drago delle Esperidi

o di quello del Ponto, se fossero loro

a custodire quegli stessi averi.

Aggiungi che la gente stima l'uomo,

di cui parlo, un maestro

nell'arte d'arricchirsi;

son proprio loro i fabbri

che fan fruttare i patrimoni,

[anche se questi crescono con tutti i mezzi

e si dilatano] sopra un'incudine

battuta di continuo

e dentro una fornace sempre ardente.

[E il padre crede felici gli avari,]

perché chi ammira la ricchezza

e pensa che non esistano esempi

di poveri felici, esorta i giovani

a prefiggersi quella strada

e a restare ben saldi in quei principi.

Il vizio possiede i suoi rudimenti;

il padre li inculca nei figli,

obbligandoli a fare proprie

le più meschine tirchierie;

così li inizia al desiderio

di accumulare senza fine.

Con razioni ridotte

porta alla fame i servi,

digiunando egli stesso:

mai si azzarderebbe a mangiare

tozzi di pane ormai verdi di muffa,

abituato com'è nel cuor di settembre

a conservare gli avanzi del giorno prima

o a rimandare alla cena seguente,

sigillato a dovere,

un piatto di fave estive, un pezzo di sgombro,

mezzo siluro ormai andato a male,

o a riporre, dopo averle contate,

fette di porro da tritare.

Anche chi mendica sui ponti

rifiuterebbe un invito a una cena simile.

 

Ma una ricchezza accumulata fra i tormenti

non è pura pazzia?

non è manifesta follia

vivere in povertà

per morire ricchi sfondati?

E man mano la borsa

si gonfia sino all'orlo,

cresce l'amore del denaro

quanto più questo cresce,

al punto che lo desidera meno

chi non ne ha. E allora fatti una nuova villa,

visto che una tenuta sola non ti basta

e vuoi allargarne i confini,

perché più vasto e migliore del tuo

ti sembra il fondo del vicino;

e contratta anche questo, coi suoi alberi

e il folto uliveto che imbianca il monte.

Se il proprietario a nessun prezzo

lo vuol cedere, tu di notte,

in mezzo al suo frumento ancora verde,

manda qualche bue denutrito

con famelici cavalli dal collo smunto,

e fa' che non ritornino alle stalle

prima che tutto il seminato

sia sparito nei loro ventri senza fondo,

così da poter credere

che sia stato falciato.

Difficile dire quanti lamentino

simili infamie e quanti siano i fondi

venduti a causa di queste violenze.

Ma quante voci, quante trombe

sulla tua ripugnante fama!

E lui: 'Che danno me ne viene?

Preferisco la scorza di un lupino,

che sentirmi lodare

da tutti i miei vicini,

mentre mieto un pugno di spighe

in un metro di terra'.

Ma bada, immune da malattie e stanchezze,

sfuggirai ad affanni e lutti,

lunga vita e miglior destino avrai,

solo che tu possieda tanta terra

quanta ne aravano i romani sotto Tazio.

 

Un tempo agli uomini fiaccati dall'età,

che avevano affrontato

le guerre puniche, l'immane Pirro,

le spade dei Molossi,

in cambio di tante ferite

venivano concessi,

sì e no, due iugeri di terra:

questo premio per le fatiche

e il sangue versato a nessuno mai

parve inferiore ai loro meriti

o scarsa mercé della patria ingrata.

Quel pezzetto di terra

bastava a sostentare il padre

e tutta la gente di casa,

dove, dopo aver partorito,

riposava la moglie, mentre intorno

giocavano quattro bambini,

uno figlio di schiavi,

gli altri tre del padrone;

ma per i fratelli maggiori,

che tornavano dall'aratura dei campi,

la cena era più abbondante

e in grandi paioli fumava la polenta.

Oggi un campo di quelle dimensioni

neppure per un giardino ti basta.

Di qui nascono in genere i delitti,

perché non c'è vizio di mente umana

che, più della feroce bramosia

di smodate ricchezze,

propini più veleni

o faccia più spesso ricorso al ferro.

Chi vuole arricchirsi, lo vuole fare in fretta:

e che rispetto delle leggi,

che paura e pudore

vuoi che abbia un avaro impaziente?

 

'Ragazzi, di queste capanne

e di questi colli siate felici',

ordinavano un tempo i nostri vecchi,

Èrnici, Marsi o Vestini che fossero;

'guadagnamoci con l'aratro il pane

sufficiente alla nostra mensa:

questo vogliono le divinità dei campi;

col loro aiuto gli uomini,

dopo il gradito dono delle spighe,

si son tolti la nausea della quercia,

che un tempo li nutriva.

Mai s'indurrà a compiere azioni illecite

chi in inverno non si vergogna

di proteggersi con alti stivali

o col cuoio d'una pelliccia

dal vento si difende:

straniera e ignota sia per noi

la porpora, qualsiasi porpora

che a infamie e delitti conduca.'

 

Questi i precetti di quei vecchi ai giovani.

Ma oggi, al cadere dell'autunno,

i padri svegliano dal sonno i figli

strepitando nel cuore della notte:

'Prendi le tavolette, figlio mio,

scrivi, non dormire, studia le cause,

leggi e rileggi le leggi dei nostri padri,

quelle sottolineate in rosso;

chiedi il grado di centurione,

e fa' in modo che Lelio

noti il tuo capo ancora vergine di pettine,

le tue narici irsute, e ammiri

le tue possenti braccia;

e distruggi le capanne dei Mauri,

le fortificazioni dei Briganti,

perché tu possa avere a sessant'anni

i vantaggi dell'aquila;

oppure, se non ti va di affrontare

le lunghe fatiche della milizia

e l'udire corni e trombe di guerra

ti sconvolge di terrore le viscere,

compra merci da rivendere al doppio

e non aver schifo di quelle

che si dovrebbero relegare oltre il Tevere;

non fare differenza tra profumi e cuoio:

da qualsiasi mercanzia venga,

sempre buono è l'odore del guadagno.

Abbi in ogni momento sulla bocca

questa sentenza, degna degli dei

o d'esser voce dello stesso Giove:

Donde viene ciò che possiedi

nessuno vuol saperlo:

importa solo che tu l'abbia'.

[Questo ai bambini in fasce

insegnano le vecchie balie,

questo imparano tutte le bambine

prima dell'alfabeto.]

 

Così potrei parlare a un padre

che commina tali precetti:

 

Dimmi, minchione, chi t'impone questa fretta?

Credimi, l'allievo sarà più bravo del maestro.

Non dubitare: ti supererà,

come Aiace superò Telamone

e Achille il suo Peleo.

Devi aver pazienza con i ragazzi:

la malvagità dell'età matura

non ha impregnato ancora il loro cuore.

Quando comincerà a pettinarsi la barba

o, se lunga, a tagliarla col rasoio,

testimonierà il falso

e venderà per pochi soldi i suoi spergiuri,

toccando il piede e l'altare di Cerere.

Se con una dote per lei mortale

in casa ti entrerà una nuora,

puoi considerarla già morta.

Sai bene quali mani

la soffocheranno nel sonno.

I beni che tu pensi

si debbano cercare per terra e per mare,

se li procurerà tuo figlio

per una via più breve:

non costa certo fatica un grande delitto.

'Non l'ho indotto e convinto io

a fare questo.' Eppure è solo in te

l'origine e la causa

della sua mente infame.

Chi predica l'amore di grandi ricchezze

e con sciagurati precetti

rende avari i suoi figli,

[così che con la frode imparino

a raddoppiare i patrimoni,]

toglie i freni e allenta le briglie al carro:

se lo richiami, non puoi più fermarlo

e, senza badarti, s'invola

ben lontano dal suo traguardo.

Nessuno pone un limite ai delitti,

se tu glieli consenti:

ben altro è ciò che si concedono.

Quando a un giovane dici che è sciocco

chi fa un dono a un amico,

chi dà conforto e aiuto

alla povertà di un parente,

tu così gli insegni a rubare,

a imbrogliare e a procurarsi ricchezze

con qualsivoglia crimine,

ricchezze il cui amore in te

è pari a quello che avevano in cuore

i Deci per la patria e Meneceo,

se i greci dicono il vero, per Tebe,

dove nei solchi, dai denti del drago,

sorsero guerrieri armati di scudo,

che in un baleno presero a combattersi

in spaventosa guerra,

come se il trombettiere

fosse nato con loro.

E vedrai allora quel fuoco,

che hai tu stesso attizzato,

da ogni parte avvampare

e divorare tutto quanto.

Neppure tu potrai salvarti:

il leone, che tu stesso hai cresciuto,

sbranerà nell'arena

con orrendi ruggiti

l'atterrito maestro.

Il tuo oroscopo è noto agli astrologi,

ma è penoso aspettare

il lento volgere del fuso:

morirai prima che il tuo stame

sia reciso. Tu sei l'ostacolo,

intralci le sue voglie;

la tua interminabile vecchiaia

tormenta il giovinotto.

Presto, chiama Archìgene, compra

l'antidoto che usava Mitridate:

se vuoi cogliere ancora qualche fico

e sfogliare altre rose,

urge procurarsi quel farmaco,

che padri e re

devono sorbire prima dei pasti.

 

Ed eccoti un piacere senza uguali,

che a nessun teatro, a nessun spettacolo,

allestito con sfarzo da un pretore,

tu potresti paragonare: guarda

quanti pericoli di vita

comporta l'ampliamento della casa,

un grande patrimonio

chiuso nel forziere di bronzo,

o i quattrini da porre

sotto la custodia di Castore,

da quando Marte Ultore,

incapace di proteggere le sue cose,

s'è fatto rubare persino l'elmo.

Puoi lasciar perdere tutti i sipari

di Flora, di Cibele e Cerere:

le vicende umane sono svago migliore.

Possono forse dare più diletto

i funamboli in volo fra i trapezi,

quelli in bilico sulla corda tesa

o non tu, eternamente inchiodato

sulla tolda di una nave coricia,

che hai eletto a fissa dimora,

col rischio continuo d'esser travolto

da Coro ed Austro, tu,

[scellerato e abietto mercante

di fetide merci insaccate,]

tu, che riponi il tuo piacere

nel trasportare dalle coste dell'antica Creta

un denso vin passito, imbottigliato

nella terra di Giove?

Chi cammina sulla fune con passo incerto,

lo fa per guadagnarsi il pane,

e con quella corda si difende da freddo e fame:

tu per mille talenti e cento ville

rischi la morte. Guarda i porti,

guarda com'è pieno il mare di navi e navi:

ormai ci sono più uomini in mare

che in terra. Dovunque balena

speranza di guadagno,

se ne andrà questa flotta,

e non soltanto varcherà

i flutti di Carpazia e di Getulia,

ma, lasciata alle spalle Calpe,

udrà stridere il sole dentro i gorghi d'Ercole.

Val davvero la pena

aver visto gli abitanti del mare

e i mostri dell'Oceano,

per poter ritornare a casa

con la borsa rigonfia

e fieri del suo cuoio teso!

 

E unica non è la pazzia

che travaglia le menti.

Quello, tra le braccia della sorella,

è terrorizzato dal volto e il fuoco delle Eumenidi;

questo, nell'immolare un bue,

crede che il suo muggito

sia quello di Agamennone o di Ulisse.

Anche se non si straccia tunica e mantello,

chi riempie sino al bordo le navi di merci,

separato dai flutti solo da una tavola,

ha, stai certo, bisogno di un tutore,

poiché la causa di tanti malanni

e di tanti pericoli

altro non è che un pezzetto d'argento

con iscrizioni e piccoli profili.

Compaiono nuvole e folgori:

'Sciogliete le funi', grida il padrone

del carico di grano e pepe:

'non v'è alcuna minaccia

nel colore del cielo

o in quella striscia nera:

sono tuoni d'estate'. Sciagurato,

forse proprio stanotte,

con la nave a pezzi, farà naufragio

e travolto dai flutti affonderà

stringendo ancora con la mano

o tra i denti le corde della borsa.

Non gli bastava tutto l'oro

che nella loro sabbia scintillante

trascinano il Tago e il Pattolo;

ora, perduta la nave,

dovrà accontentarsi di stracci

per coprire il suo ventre assiderato

e di qualche tozzo di pane,

un relitto, ridotto a mendicare

e a cercar di campare

mostrando il quadretto della tempesta.

 

Accumulate con tanta fatica,

con affanni e timori ben maggiori

si conservano le ricchezze:

custodire un grande patrimonio è un inferno.

Di notte quel riccone di Licino

tiene sempre all'erta una coorte di servi

coi secchi in mano, perché teme

per la sua ambra, le sue statue,

le colonne di Frigia, il suo avorio

e i suoi grandi intarsi di tartaruga.

Ma la botte di quel cinico ignudo

non accade che vada a fuoco;

se gliela sfasci, domani ne avrà un'altra

o, riparata con il piombo,

gli rimarrà quella per abitare.

Quando Alessandro vide quel grand'uomo

vivere in un tal guscio,

comprese quanto fosse più felice

chi non ambisce nulla,

di chi vuole per sé il mondo intero

e deve affrontare rischi pari alle imprese.

 

Se sei saggio, non v'è nume che conti:

siamo noi che di te, Fortuna,

noi soli facciamo una dea.

Se v'è chi me lo chiede,

indicherò quale della ricchezza

è la giusta misura:

quella che reclamano sete, fame e freddo,

quella che a te, Epicuro,

bastava nel tuo piccolo giardino,

quella che ancor prima v'era in casa di Socrate:

natura e saggezza, un solo linguaggio.

Pensi che ti imprigioni

in esempi troppo severi?

Mescola a questi parte dei nostri costumi,

raccogli la somma che ti consente,

secondo la legge di Otone,

il privilegio delle prime quattordici file.

E se ancora storci la bocca

e aggrotti la fronte, comprati due cavalierati,

moltiplica per tre i quattrocentomila sesterzi.

E se così non ti ho riempito il cuore,

se ad altro ancora aspira,

non basteranno alla tua voglia

la fortuna di Creso,

quella dei re persiani,

e neppure i tesori di Narcisso,

a cui Cesare Claudio accordò tutto

e di cui eseguì persino l'ordine

di uccidergli la moglie.

 


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