Giovenale
Libro Quinto - XV

(un mondo di cannibali)

 

 

Chi non sa quali mostri venera,

Volusio di Bitinia, il folle Egitto?

In un luogo si adora il coccodrillo,

in un altro si ha sacro timore dell'ibis,

gran razziatore di serpenti.

Qui, dove giace sepolta l'antica Tebe

dalle cento porte e risuonano

le magiche corde dei ruderi di Mèmnone,

riluce la statua dorata

d'uno scimmione sacro.

Intere città venerano i gatti,

altre un pesce del Nilo o un cane,

nessuna Diana. Sacrilego è profanare

frantumando a morsi porri e cipolle

(o sante genti: per loro gli dei

nascono negli orti!); mensa non v'è

in cui non ci si astenga

dalla carne di animali da lana:

mostruoso è sgozzare un capretto;

lecito è invece nutrirsi di carne umana.

 

Raccontando queste mostruosità

alla tavola di un Alcinoo sbalordito,

Ulisse pare che abbia provocato

irritazione e sarcasmo in alcuni,

quasi fosse un bugiardo contafavole:

'Non c'è nessuno che butti a mare quest'uomo,

che s'inventa immani Lestrìgoni e Ciclopi,

degno, lui sì, dell'orrenda e vera Cariddi?

Sembrano più credibili persino Scilla,

le rupi Cianee in lotta fra loro,

gli otri stipati di tempeste o Elpènore,

toccato dalla verghetta di Circe,

che grugnisce insieme ai suoi rematori

mutati in porci. Tanto sciocco

crede il popolo dei Feaci?'.

Chi aveva attinto pochissimo vino

all'anfora di Corfù ed era ancora sobrio,

a buon diritto così ragionava:

a parlare di queste cose

senza testimoni era solo Ulisse.

E anch'io vi narrerò un fatto incredibile,

sì, ma accaduto di recente

sotto il consolato di Iunco

oltre le mura dell'afosa Copto,

un delitto di massa

più efferato d'ogni finzione tragica.

Non v'è tragedia, anche se le consulti tutte

da Pirra in poi, dove un delitto

venga commesso da un intero popolo.

A questo grado d'orrenda ferocia

è giunto il nostro tempo: ascolta.

 

Tra le città vicine di Ombo e Tèntira

una rivalità che si perde nel tempo

mantiene acceso un odio senza fine

e ferite insanabili.

Tanto reciproco furore nasce

perché le due popolazioni

odiano gli dei del vicino,

convinte che siano vere divinità

solo quelle che loro adorano.

Per uno dei due popoli è tempo di festa

e a tutti i capi e maggiorenti

della città nemica

parve occasione buona

per impedire agli altri di godersi

in santa pace e felici quella giornata

e il piacere dei sontuosi banchetti

allestiti davanti ai templi e nei crocicchi

insieme ai letti, dove notte e giorno

si veglia, distesi talvolta

sino a che il sole del settimo giorno

non li sorprende.

L'Egitto è certo paese selvaggio,

ma in quanto a sfrenatezza, come io stesso ho visto,

questa barbara marmaglia non cede

neppur di fronte alla malfamata Canopo.

 

Ora, non ci vuol molto a vincere gente ubriaca,

con la lingua impastata e le gambe malferme.

Da una parte uomini che danzano al suono

di un nero flautista, profumi d'ogni genere,

fiori e tante corone sulle fronti;

dall'altra l'odio di gente affamata.

Risuonano le prime ingiurie:

per quegli animi eccitati è la diana della rissa.

Con uguale clamore si viene alle mani

e in luogo delle armi infuriano i pugni.

Poche son le mascelle che si salvano,

pochi o nessuno nella zuffa i nasi intatti.

In entrambe le schiere volti mutilati,

sembianze sfigurate,

ossa che spuntano da guance fracassate,

pugni lordi del sangue che gronda dagli occhi.

Eppure lo credono ancora un gioco,

una battaglia di ragazzi,

visto che non calpestano cadaveri.

A che scopo combattersi a migliaia,

se tutti sono ancora vivi?

Perciò l'impeto si fa più accanito:

raccolti sassi in terra,

ecco che, tendendo le braccia,

cominciano a scagliare

queste armi tipiche delle rivolte.

Ma non massi come quelli di Turno e Aiace,

o del peso di quell'altro con cui Diomede

ferì alla coscia Enea: pietruzze

che possono scagliare mani assai diverse,

mani del nostro tempo.

Sin da quando viveva ancora Omero

la nostra specie cominciò a degenerare;

ora la terra nutre

soltanto uomini malvagi, inetti,

e se li vede un nume, qual che sia,

con odio li schernisce.

 

Ma riprendiamo il filo.

Ricevuti rinforzi, una delle due parti

decide di metter mano alla spada

e di riaccendere la mischia a suon di frecce.

Sotto l'incalzare degli Ombi,

gli abitanti della vicina Tèntira,

immersa nei palmizi,

volgono le spalle in precipitosa fuga.

Uno di loro, mentre per la gran paura

corre all'impazzata, cade e vien catturato.

Tagliato a pezzi e pezzi minutissimi,

perché un solo morto basti per tutti,

quella masnada vittoriosa tutto se lo mangia

sino all'osso, senza curarsi affatto

di cuocerlo bollito in pentola o allo spiedo,

accontentandosi del cadavere crudo,

tanto lungo pareva attendere

che il fuoco fosse pronto.

E almeno questo ci rallegri:

non violarono il fuoco che Promèteo,

strappandolo alla sommità del cielo,

donò alla terra; [rendo grazie al fuoco

e penso che anche tu ne sia felice].

Ma chi ebbe cuore di mettere i denti

su quel cadavere, sembrava non aver

mai mangiato niente di più gustoso.

In così grande strazio, credi,

a provar piacere di quella carne

non furono soltanto i primi:

l'ultimo arrivato, quando ormai tutto il corpo

è divorato, sfregò il suolo con le dita

per assaggiare almeno un po' di sangue;

e più non domandare.

 

I Vàsconi, si dice, con queste vivande

salvarono un tempo la loro vita;

ma la cosa è diversa:

qui si trattava di avversità della sorte,

di estrema necessità di una guerra,

di situazione disperata,

di fame atroce dovuta a un assedio senza fine.

[In questi casi, come della gente

della quale ho parlato,

un episodio di cannibalismo

merita compassione.]

Esaurito ogni filo d'erba, ogni animale

ed ogni cosa che esige il furore

del loro ventre vuoto, oggetto di pietà

degli stessi nemici

per il pallore, la magrezza

e le membra scarnite, spinti dalla fame

addentavano il corpo altrui,

pronti a divorare anche il proprio.

Chi mai di noi o degli dei

negherebbe il perdono a gente

che aveva patito così crudeli

e immani pene? L'avrebbero assolta

persino i Mani, dei cui corpi

s'era cibata. Certo,

nelle sue massime Zenone

offre migliore insegnamento:

[alcuni infatti ritengono che non tutto

sia lecito per salvare la vita;]

ma come poteva essere stoico un Càntabro,

in più al tempo del vecchio Metello?

Ora il mondo intero si è incivilito

alla cultura greca e nostra:

l'eloquenza di Gallia persino in Britannia

ha formato avvocati e a Tule

già si parla di stipendiare un retore.

 

Sì, quel nobile popolo di cui ho detto,

e il Saguntino, pari in coraggio e virtù,

anche se provato da sciagura maggiore,

possono trovare qualche attenuante:

ma l'Egitto è più sanguinario

degli altari della Meòtide.

La Tàuride infatti, inventrice,

se ai poeti si può dar fede,

di questi orrendi sacrifici,

si limita a immolare esseri umani,

senza che la vittima abbia a temere

ulteriori offese, più gravi del coltello.

Ma quale circostanza spingeva costoro?

Quale rabbiosa fame, quale assedio di nemici

a osare tale mostruosità li costrinse?

Non v'era più efficace scongiuro da fare

perché il Nilo non negasse la piena

alle riarse campagne di Menfi?

Ma questa imbelle e inutile marmaglia

incrudelì con una rabbia

che mai ebbero i terribili Cimbri,

i Bretoni e neppure i truci Sàrmati

o gli spietati Agatirsi; e pensare

che son soliti alzare minuscole vele

su barchette d'argilla e piegare la schiena

sui corti remi di questi gusci dipinti.

Non saprei trovare una pena adatta

a tanta scelleratezza o un supplizio

degno di gente come questa,

nella cui mente fame ed odio

sono esattamente la stessa cosa.

 

La natura, dando le lacrime al genere umano,

attesta di averlo fornito

anche di un cuore facile alla commozione.

Questa è la parte migliore della nostra coscienza.

Quando un amico è chiamato in giudizio,

la sua penosa situazione

ci strappa il pianto, e così quando un orfano,

che vela coi lunghi capelli di fanciulla

il viso rigato di lacrime,

cita in giudizio il tutore infedele.

È per istinto naturale che piangiamo,

quando incontriamo il funerale

di una vergine in età da marito

o quando si seppellisce un fanciullo

troppo piccolo per fiamme di rogo.

Dov'è quell'uomo onesto

e degno della fiaccola segreta,

come lo vuole il ministro di Cerere,

che crede non appartenergli alcun dolore?

Questo ci distingue dal mutismo degli animali:

noi soli abbiamo avuto in sorte

il sacro dono di ragione,

di attingere al divino

e di creare e praticare l'arte,

traendo dal cielo quella coscienza

negata agli esseri che stanno proni

e con lo sguardo fisso al suolo.

Nascendo il mondo, a loro il Creatore

diede solo la vita: a noi un'anima,

perché da un mutuo amore fossimo costretti

a chiedere e a prestare aiuto,

a riunire in un sol popolo gli uomini dispersi,

a uscire dall'ancestrale foresta

abbandonando i boschi, dimora degli avi,

a costruire case, unendo il nostro tetto

al focolare altrui,

così che la reciproca fiducia

dei vicini rendesse più sicuro il sonno,

a proteggere in armi il cittadino

caduto o vacillante per grave ferita,

a lanciare segnali con la medesima tromba,

a difenderci con torri in comune

e dietro porte chiuse da un'unica chiave.

 

Ma ormai c'è più concordia tra i serpenti.

Ogni belva risparmia quella

che ha macchie simili alle sue:

quando mai a un altro leone

tolse la vita il leone più forte?

in quale bosco un cinghiale è spirato

sotto i denti di un cinghiale più grosso?

In India la tigre vive in pace perpetua

con altre tigri feroci e l'accordo

regna persino tra gli orsi crudeli.

Ma all'uomo non basta forgiare

su scellerate incudini armi di morte

(i fabbri primitivi,

che ignoravano l'arte

di modellare spade,

si limitavano a fondere sarchi,

rastrelli e sudavano su vomeri e zappe):

vediamo popoli che per placare l'ira

non si accontentano di uccidere,

ma credono che petto, braccia e volto

siano cibo e nient'altro.

Se oggi vedesse queste infamie umane,

cosa direbbe Pitagora, dove fuggirebbe?

lui che si asteneva da tutti gli animali,

quasi fossero creature umane,

e non concedeva al suo ventre

neppure tutti i tipi di legumi?

 

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