Chi non sa quali mostri venera, Volusio di Bitinia, il folle Egitto? In un luogo si adora il coccodrillo, in un altro si ha sacro timore dell'ibis, gran razziatore di serpenti. Qui, dove giace sepolta l'antica Tebe dalle cento porte e risuonano le magiche corde dei ruderi di Mèmnone, riluce la statua dorata d'uno scimmione sacro. Intere città venerano i gatti, altre un pesce del Nilo o un cane, nessuna Diana. Sacrilego è profanare frantumando a morsi porri e cipolle (o sante genti: per loro gli dei nascono negli orti!); mensa non v'è in cui non ci si astenga dalla carne di animali da lana: mostruoso è sgozzare un capretto; lecito è invece nutrirsi di carne umana. Raccontando queste mostruosità alla tavola di un Alcinoo sbalordito, Ulisse pare che abbia provocato irritazione e sarcasmo in alcuni, quasi fosse un bugiardo contafavole: 'Non c'è nessuno che butti a mare quest'uomo, che s'inventa immani Lestrìgoni e Ciclopi, degno, lui sì, dell'orrenda e vera Cariddi? Sembrano più credibili persino Scilla, le rupi Cianee in lotta fra loro, gli otri stipati di tempeste o Elpènore, toccato dalla verghetta di Circe, che grugnisce insieme ai suoi rematori mutati in porci. Tanto sciocco crede il popolo dei Feaci?'. Chi aveva attinto pochissimo vino all'anfora di Corfù ed era ancora sobrio, a buon diritto così ragionava: a parlare di queste cose senza testimoni era solo Ulisse. E anch'io vi narrerò un fatto incredibile, sì, ma accaduto di recente sotto il consolato di Iunco oltre le mura dell'afosa Copto, un delitto di massa più efferato d'ogni finzione tragica. Non v'è tragedia, anche se le consulti tutte da Pirra in poi, dove un delitto venga commesso da un intero popolo. A questo grado d'orrenda ferocia è giunto il nostro tempo: ascolta. Tra le città vicine di Ombo e Tèntira una rivalità che si perde nel tempo mantiene acceso un odio senza fine e ferite insanabili. Tanto reciproco furore nasce perché le due popolazioni odiano gli dei del vicino, convinte che siano vere divinità solo quelle che loro adorano. Per uno dei due popoli è tempo di festa e a tutti i capi e maggiorenti della città nemica parve occasione buona per impedire agli altri di godersi in santa pace e felici quella giornata e il piacere dei sontuosi banchetti allestiti davanti ai templi e nei crocicchi insieme ai letti, dove notte e giorno si veglia, distesi talvolta sino a che il sole del settimo giorno non li sorprende. L'Egitto è certo paese selvaggio, ma in quanto a sfrenatezza, come io stesso ho visto, questa barbara marmaglia non cede neppur di fronte alla malfamata Canopo. Ora, non ci vuol molto a vincere gente ubriaca, con la lingua impastata e le gambe malferme. Da una parte uomini che danzano al suono di un nero flautista, profumi d'ogni genere, fiori e tante corone sulle fronti; dall'altra l'odio di gente affamata. Risuonano le prime ingiurie: per quegli animi eccitati è la diana della rissa. Con uguale clamore si viene alle mani e in luogo delle armi infuriano i pugni. Poche son le mascelle che si salvano, pochi o nessuno nella zuffa i nasi intatti. In entrambe le schiere volti mutilati, sembianze sfigurate, ossa che spuntano da guance fracassate, pugni lordi del sangue che gronda dagli occhi. Eppure lo credono ancora un gioco, una battaglia di ragazzi, visto che non calpestano cadaveri. A che scopo combattersi a migliaia, se tutti sono ancora vivi? Perciò l'impeto si fa più accanito: raccolti sassi in terra, ecco che, tendendo le braccia, cominciano a scagliare queste armi tipiche delle rivolte. Ma non massi come quelli di Turno e Aiace, o del peso di quell'altro con cui Diomede ferì alla coscia Enea: pietruzze che possono scagliare mani assai diverse, mani del nostro tempo. Sin da quando viveva ancora Omero la nostra specie cominciò a degenerare; ora la terra nutre soltanto uomini malvagi, inetti, e se li vede un nume, qual che sia, con odio li schernisce. Ma riprendiamo il filo. Ricevuti rinforzi, una delle due parti decide di metter mano alla spada e di riaccendere la mischia a suon di frecce. Sotto l'incalzare degli Ombi, gli abitanti della vicina Tèntira, immersa nei palmizi, volgono le spalle in precipitosa fuga. Uno di loro, mentre per la gran paura corre all'impazzata, cade e vien catturato. Tagliato a pezzi e pezzi minutissimi, perché un solo morto basti per tutti, quella masnada vittoriosa tutto se lo mangia sino all'osso, senza curarsi affatto di cuocerlo bollito in pentola o allo spiedo, accontentandosi del cadavere crudo, tanto lungo pareva attendere che il fuoco fosse pronto. E almeno questo ci rallegri: non violarono il fuoco che Promèteo, strappandolo alla sommità del cielo, donò alla terra; [rendo grazie al fuoco e penso che anche tu ne sia felice]. Ma chi ebbe cuore di mettere i denti su quel cadavere, sembrava non aver mai mangiato niente di più gustoso. In così grande strazio, credi, a provar piacere di quella carne non furono soltanto i primi: l'ultimo arrivato, quando ormai tutto il corpo è divorato, sfregò il suolo con le dita per assaggiare almeno un po' di sangue; e più non domandare. I Vàsconi, si dice, con queste vivande salvarono un tempo la loro vita; ma la cosa è diversa: qui si trattava di avversità della sorte, di estrema necessità di una guerra, di situazione disperata, di fame atroce dovuta a un assedio senza fine. [In questi casi, come della gente della quale ho parlato, un episodio di cannibalismo merita compassione.] Esaurito ogni filo d'erba, ogni animale ed ogni cosa che esige il furore del loro ventre vuoto, oggetto di pietà degli stessi nemici per il pallore, la magrezza e le membra scarnite, spinti dalla fame addentavano il corpo altrui, pronti a divorare anche il proprio. Chi mai di noi o degli dei negherebbe il perdono a gente che aveva patito così crudeli e immani pene? L'avrebbero assolta persino i Mani, dei cui corpi s'era cibata. Certo, nelle sue massime Zenone offre migliore insegnamento: [alcuni infatti ritengono che non tutto sia lecito per salvare la vita;] ma come poteva essere stoico un Càntabro, in più al tempo del vecchio Metello? Ora il mondo intero si è incivilito alla cultura greca e nostra: l'eloquenza di Gallia persino in Britannia ha formato avvocati e a Tule già si parla di stipendiare un retore. Sì, quel nobile popolo di cui ho detto, e il Saguntino, pari in coraggio e virtù, anche se provato da sciagura maggiore, possono trovare qualche attenuante: ma l'Egitto è più sanguinario degli altari della Meòtide. La Tàuride infatti, inventrice, se ai poeti si può dar fede, di questi orrendi sacrifici, si limita a immolare esseri umani, senza che la vittima abbia a temere ulteriori offese, più gravi del coltello. Ma quale circostanza spingeva costoro? Quale rabbiosa fame, quale assedio di nemici a osare tale mostruosità li costrinse? Non v'era più efficace scongiuro da fare perché il Nilo non negasse la piena alle riarse campagne di Menfi? Ma questa imbelle e inutile marmaglia incrudelì con una rabbia che mai ebbero i terribili Cimbri, i Bretoni e neppure i truci Sàrmati o gli spietati Agatirsi; e pensare che son soliti alzare minuscole vele su barchette d'argilla e piegare la schiena sui corti remi di questi gusci dipinti. Non saprei trovare una pena adatta a tanta scelleratezza o un supplizio degno di gente come questa, nella cui mente fame ed odio sono esattamente la stessa cosa. La natura, dando le lacrime al genere umano, attesta di averlo fornito anche di un cuore facile alla commozione. Questa è la parte migliore della nostra coscienza. Quando un amico è chiamato in giudizio, la sua penosa situazione ci strappa il pianto, e così quando un orfano, che vela coi lunghi capelli di fanciulla il viso rigato di lacrime, cita in giudizio il tutore infedele. È per istinto naturale che piangiamo, quando incontriamo il funerale di una vergine in età da marito o quando si seppellisce un fanciullo troppo piccolo per fiamme di rogo. Dov'è quell'uomo onesto e degno della fiaccola segreta, come lo vuole il ministro di Cerere, che crede non appartenergli alcun dolore? Questo ci distingue dal mutismo degli animali: noi soli abbiamo avuto in sorte il sacro dono di ragione, di attingere al divino e di creare e praticare l'arte, traendo dal cielo quella coscienza negata agli esseri che stanno proni e con lo sguardo fisso al suolo. Nascendo il mondo, a loro il Creatore diede solo la vita: a noi un'anima, perché da un mutuo amore fossimo costretti a chiedere e a prestare aiuto, a riunire in un sol popolo gli uomini dispersi, a uscire dall'ancestrale foresta abbandonando i boschi, dimora degli avi, a costruire case, unendo il nostro tetto al focolare altrui, così che la reciproca fiducia dei vicini rendesse più sicuro il sonno, a proteggere in armi il cittadino caduto o vacillante per grave ferita, a lanciare segnali con la medesima tromba, a difenderci con torri in comune e dietro porte chiuse da un'unica chiave. Ma ormai c'è più concordia tra i serpenti. Ogni belva risparmia quella che ha macchie simili alle sue: quando mai a un altro leone tolse la vita il leone più forte? in quale bosco un cinghiale è spirato sotto i denti di un cinghiale più grosso? In India la tigre vive in pace perpetua con altre tigri feroci e l'accordo regna persino tra gli orsi crudeli. Ma all'uomo non basta forgiare su scellerate incudini armi di morte (i fabbri primitivi, che ignoravano l'arte di modellare spade, si limitavano a fondere sarchi, rastrelli e sudavano su vomeri e zappe): vediamo popoli che per placare l'ira non si accontentano di uccidere, ma credono che petto, braccia e volto siano cibo e nient'altro. Se oggi vedesse queste infamie umane, cosa direbbe Pitagora, dove fuggirebbe? lui che si asteneva da tutti gli animali, quasi fossero creature umane, e non concedeva al suo ventre neppure tutti i tipi di legumi? |