Ancora, spesso vediamo che un uomo se ne va a poco a poco, e a membro a membro perde il senso vitale; prima nei piedi illividiscono le dita e le unghie, poi muoiono i piedi e le gambe, in séguito di lì per le altre membra procedono via via le orme della gelida morte. Poiché, dunque, si scinde la natura ‹dell'anima› e non viene fuori intera in un solo istante, dev'esser creduta mortale. E se per caso supponi che da sé stessa essa possa ritrarsi, attraverso le membra, nell' interno, e adunare le sue parti in un sol punto e in tal modo togliere la sensibilità da tutte le membra, tuttavia quel luogo, ove tanta abbondanza d'anima si raccoglie, dovrebbe mostrarsi dotato di sensibilità maggiore; ma poiché tale luogo non esiste, certo, come abbiamo detto ‹prima›, l'anima dilaniata si sparge fuori, qua e là: dunque muore. Anzi, quand'anche piaccia concedere il falso e ammettere che l'anima possa agglomerarsi nel corpo di quelli che moribondi lasciano la luce a parte a parte, è tuttavia necessario che tu riconosca che l'anima è mortale, né importa se perisca dispersa per l'aria o se, contrattasi ritraendosi dalle sue varie parti, istupidisca, giacché a tutto l'uomo, più e più, da ogni parte il senso manca, e in ogni parte resta meno e meno di vita. E poiché la mente è una delle parti dell'uomo, che resta fissa in un luogo determinato, come sono orecchie e occhi e tutti gli altri sensi che governano la vita: se una mano e un occhio o il naso, una volta staccati da noi e separati, non possono sentire, né esistere, ma per contro in breve tempo si dissolvono in putrefazione, parimenti l'animo non può esistere di per sé, senza il corpo e l'uomo stesso, che appare essere come un vaso dell'animo o qualsiasi altra cosa tu preferisca immaginare più congiunta con esso, giacché ad esso con stretto legame il corpo aderisce. Ancora, le facoltà vitali del corpo e dell'anima per vicendevole connessione hanno vigore e godono della vita; né senza il corpo, infatti, da sola la natura dell'animo può di per sé produrre i moti della vita, né dal canto suo il corpo privo d'anima può durare e servirsi dei sensi. È evidente: come, avulso dalle radici, non può l'occhio scorgere alcuna cosa da solo, staccato da tutto il resto del corpo, così si vede che l'anima e l'animo di per sé non possono nulla. Senza dubbio, poiché, mescolati ‹per› vene e visceri, per nervi ed ossa, i loro primi principi sono trattenuti da tutto il corpo, né possono balzar qua e là, liberi, a grandi distanze - per questo rinchiusi si muovono con moti sensiferi, che essi, fuori del corpo, scacciati tra i venti, dopo la morte non possono produrre, perché non sono trattenuti nello stesso modo. Corpo infatti, e per di più essere animato, sarà l'aria, se l'anima potrà mantenervisi unita e chiudersi in quei movimenti che prima compiva nei nervi e dentro il corpo stesso. Perciò, ancora e ancora, una volta che sia dissolto tutto il riparo del corpo e scacciato fuori il soffio della vita, è necessario, devi ammetterlo, che il senso dell'animo e l'anima si dissolvano, giacché per questi e il corpo la causa è congiunta. Ancora, poiché il corpo non può sopportare la separazione dell'anima senza putrefarsi in un odore ripugnante, come puoi dubitare che, levatasi dal profondo e dall'intimo, la forza dell'anima sia esalata e si sia dispersa come fumo, e che il corpo, mutato da tanta rovina, sia caduto in sfacelo per ciò, perché nel profondo sono state smosse dalla sede le fondamenta, con l'esalare dell'anima fuori, per le membra e per tutte le tortuosità dei meati, che sono nel corpo, e attraverso i pori? Sicché in molti modi puoi conoscere che divisa in parti la natura dell'anima è uscita per le membra, e dentro il corpo stesso s'era già da sé dilaniata prima che, scivolando via, andasse a volare tra i venti. Anzi, mentre ancora si volge dentro i confini della vita, l'anima tuttavia sovente, scossa da qualche causa, sembra andarsene e ‹volere› sciogliersi da tutto il corpo, e il volto sembra invaso dal languore dell'ora estrema, e molli dal corpo esangue cadere tutte le membra. In tale stato è colui di cui si dice che s'è sentito male o che è caduto in deliquio; e già si trepida e tutti agognano riallacciare l'estremo vincolo della vita. Sono scossi, infatti, allora la mente e il potere dell'anima interamente, e col corpo stesso essi stanno per sfasciarsi; sì che una causa un po' più grave può dissolverli. E puoi ancora dubitare che l'anima, cacciata via dal corpo, debole com'è, fuori, all'aperto, priva del suo riparo, non solo non possa durare in perpetuo, ma sia anche incapace di sussistere per un qualsiasi minimo tempo? E infatti non si vede alcuno che morendo senta l'anima sua andar fuori dal corpo intero intatta, o salirgli prima alla gola e più sopra, alle fauci; sente invece che essa vien meno lì dov'è collocata, in una sede determinata; così come sa che gli altri sensi si dissolvono ognuno nella propria parte. Ma, se la nostra mente fosse immortale, non tanto, morendo, si lamenterebbe di dissolversi: piuttosto ‹si rallegrerebbe› d'andar fuori e lasciare la spoglia, come una serpe. Ancora, perché la mente e il senno dell'animo non nascono mai nel capo o nei piedi o nelle mani, ma sono per tutti gli uomini fissati in un'unica sede e in una determinata regione, se non perché determinati luoghi sono assegnati a ogni cosa per la nascita, e dove ognuna, una volta che sia creata, possa durare ed avere le varie parti così ripartite che l'ordine delle membra non appaia mai sovvertito? Tanto è vero che una cosa segue a un'altra cosa, né suole la fiamma esser prodotta dai fiumi, né il gelo nascere nel fuoco. Inoltre, se la natura dell'anima è immortale e può sentire dopo essere stata disgiunta dal nostro corpo, di cinque sensi, a quel ch'io credo, bisogna supporla dotata. Né in altro modo noi possiamo rappresentarci le anime d'inferno vaganti lungo l'Acheronte. Pertanto i pittori e le precedenti generazioni di scrittori presentarono le anime così, dotate di sensi. Ma né occhi, né nari e neppure mani può aver l'anima separata dal corpo, né può aver lingua, né orecchie separata dal corpo; dunque, non possono le anime per sé sole sentire, né esistere. E, poiché sentiamo che il senso vitale è presente in tutto il corpo e vediamo che questo è tutto animato, se subitamente a mezzo lo recide con celere colpo qualche forza, sì da disgiungere del tutto l'una e l'altra parte, fuor di dubbio anche la forza dell'anima spartita e scissa insieme col corpo sarà disunita. Ma ciò che viene scisso e si divide in parti, evidentemente nega di avere una natura eterna. Si narra che carri armati di falci, caldi di confusa strage, spesso recidano le membra così subitamente che tremare in terra si vede ciò che dagli arti è caduto reciso, mentre tuttavia la mente e la forza dell'uomo non possono sentire il dolore per la subitaneità del colpo e insieme perché la mente è presa dalla passione della battaglia: col resto del corpo egli tende alla battaglia e alle stragi, e spesso non s'accorge d'aver perduto la mano sinistra con lo scudo e che tra i cavalli l'han travolta le ruote e le falci rapaci; un altro non s'accorge che gli è caduta la destra, mentre s'arrampica e incalza. D'altra parte un altro tenta di drizzarsi sulla gamba mozzata, mentre lì presso, sul suolo, il piede moribondo agita le dita. E una testa recisa da un tronco caldo e vivente conserva sul suolo il volto della vita e gli occhi aperti, finché non ha esalato del tutto i resti dell'anima. Anzi, se d'un serpente che ha lingua vibrante, minacciosa coda, lungo corpo, ti piace fendere col ferro le due parti in molti pezzi, vedrai poi tutti i brani tagliati contorcersi per la fresca ferita ciascuno separatamente e cospargere di putredine la terra, e la parte anteriore voltarsi e avventarsi con la bocca su sé stessa per stringersi col morso, trafitta dall'ardente dolore della ferita. Diremo dunque che in tutti quei pezzetti vi sono anime intere? Ma, ragionando così, seguirà che un unico essere vivente aveva nel corpo molte anime. Dunque, quell'anima, che fu una, è stata divisa insieme col corpo; perciò bisogna credere che entrambi sono mortali, poiché ugualmente si scindono in molte parti. Inoltre, se la natura dell'anima è immortale e s'insinua nel corpo al momento della nascita, perché non possiamo ricordare anche la vita trascorsa prima, né serbiamo alcuna traccia delle azioni in essa compiute? Giacché, se la facoltà dell'animo è mutata a tal punto che ogni ricordo delle cose passate è svanito, tale stato, io credo, non si scosta ormai molto dalla morte. Perciò bisogna che tu ammetta che l'anima di prima è perita e quella che c'è in quest'età, in quest'età è stata creata. Inoltre, se la facoltà vitale dell'animo suole introdursi in noi dopo che il nostro corpo è già formato, nello stesso punto in cui nasciamo e passiamo la soglia della vita, non dovremmo, in tal caso, vederla crescere insieme col corpo e unitamente con le membra nello stesso sangue, ma dovrebbe vivere come in una gabbia, per sé, da sé sola, lasciando tuttavia abbondare di sensibilità tutto il corpo. Quindi, ancora e ancora, non bisogna credere che le anime siano esenti dal nascere, né sciolte dalla legge di morte. Infatti non si può credere che abbiano potuto a tal punto connettersi coi nostri corpi insinuandovisi dall'esterno. La realtà manifesta insegna che avviene tutto il contrario; giacché l'anima è così connessa per vene, carni, nervi ed ossa che anche i denti son partecipi del senso; come dimostrano il mal di denti e la loro fitta per acqua gelata e l'urto d'un aspro sassolino che si nasconda in un pezzo di pane. D'altronde, essendo le anime così intrecciate, non si vede come possano uscire incolumi e disciogliersi sane e salve da tutti i nervi e le ossa e le articolazioni. Ma, se per caso credi che, insinuatasi dall'esterno, l'anima soglia spandersi per le nostre membra, tanto più essa perirà, essendo sparsa attraverso il corpo. Giacché ciò che si spande, si dissolve: dunque muore. Infatti, come il cibo, ripartito per tutti i meati del corpo, quando si propaga nelle membra e in tutti gli arti, perisce e da sé fornisce una nuova sostanza, così l'anima e l'animo, seppure entrano intatti ‹nel› corpo appena nato, tuttavia nello spandervisi si dissolvono, mentre per tutti i meati, per così dire, si spargono negli arti le particelle da cui si crea questa natura dell'animo, che ora domina nel nostro corpo, nata da quella che allora perì ripartita tra gli arti. Quindi si vede che la natura dell'anima non è priva del giorno natale, né è esente dalla morte. Inoltre, restano semi dell'anima nel corpo esanime, o no? Che se restano e stanno lì dentro, non si potrà a ragione crederla immortale, poiché sminuita dalla perdita di parti s'è dipartita. Ma se con integre membra s'è staccata ed è fuggita via, sì da non lasciare alcuna parte di sé nel corpo, donde mai i cadaveri, quando la carne è già putrida, danno vita a vermi, e come mai una sì grande folla di esseri viventi, senza ossa e senza sangue, brulica su per gli arti tumefatti? Che se per caso credi che dall'esterno le anime s'insinuino nei vermi e ad una ad una possano introdursi nei corpi, e non consideri perché mai molte migliaia di anime s'adunino là donde è partita una sola, tuttavia c'è questo che sembra debba essere investigato e messo in discussione: se finalmente le anime vadano in caccia di ogni seme di vermiciattolo, e da sé si fabbrichino sedi per starvi dentro, oppure s'insinuino, per così dire, in corpi già formati. Ma perché esse lo facciano o perché s'affatichino, non è possibile dire. E infatti, quando sono senza corpo, non svolazzano assillate da malattie e da gelo e da fame. Giacché il corpo, più soggetto a tali afflizioni, più ne soffre, e molti mali l'animo subisce per il contatto con esso. Ma tuttavia ammettiamo che per queste sia quanto si voglia utile farsi un corpo in cui entrare; non si vede però alcuna via per cui lo possano. Dunque le anime non fanno per sé corpi e arti. Né tuttavia può essere che s'insinuino in corpi già formati; giacché non potranno essere intimamente connesse con quelli, né si produrrà l'armonia per corrispondenza di sensi. E ancora, perché la feroce violenza s'accompagna alla funesta stirpe dei leoni, l'astuzia alle volpi, e l'inclinazione alla fuga viene ai cervi trasmessa dai padri e la paterna paura ne stimola le membra? E in breve, perché tutte le altre qualità di questo genere si generano nelle membra e nell'indole dal principio della vita, se non perché insieme con ogni corpo cresce un potere dell'animo determinato secondo il suo seme e la stirpe? Ma, se l'anima fosse immortale e solesse passare da un corpo in un altro, gli esseri viventi avrebbero caratteri confusi, spesso il cane di razza ircana fuggirebbe l'assalto d'un cornuto cervo, e tra i venti dell'aria lo sparviero, fuggendo all'arrivo della colomba, tremerebbe, sarebbero privi di ragione gli uomini, ragionerebbero le selvagge stirpi delle fiere. Giacché con falso ragionare si procede, quando s'afferma che l'anima immortale mutando corpo si modifica. Ciò che si muta, infatti, si dissolve: dunque muore. Si traspongono infatti le parti ed escono dal loro ordine; perciò devono anche potersi dissolvere nelle membra, per morire alfine tutte insieme col corpo. Se poi diranno che le anime degli uomini trasmigrano sempre in corpi umani, domanderò tuttavia perché di sapiente l'anima possa diventare stolta, e nessun bimbo sia avveduto, né il puledro sia addestrato come il cavallo nel pieno del vigore. Certo ricorreranno a questo espediente: che in tenero corpo si fa tenera la mente. Ma, se ciò davvero avviene, bisogna che tu ammetta che l'anima è mortale, poiché, mutata per le membra a tal punto, perde la vita e il senso di prima. E in qual modo il vigore dell'animo potrà, rinsaldandosi insieme con ogni corpo, attingere il desiderato fiore della vita, se non sarà partecipe della stessa sorte nell'origine prima? E perché se ne vuole uscire fuori dalle membra invecchiate? Forse teme di rimanere rinchiuso in un corpo putrido e che la casa, rovinata dal lungo tratto di tempo, gli crolli addosso? Ma per ciò che è immortale non esistono pericoli. Ancora, sembra cosa ridicola immaginare che le anime facciano la posta ai connubi di Venere e ai parti delle fiere; che anime immortali aspettino mortali membra in numero innumerevole e gareggino con straordinaria fretta tra loro a chi prima e prevalendo sulle altre s'insinui; salvo che, per caso, siano stabiliti tra le anime patti per cui quella che prima sia a volo arrivata per prima s'insinui e quindi non contendano affatto tra loro con la violenza. Ancora, non può esistere nel cielo un albero, né nel mare profondo nuvole, non possono i pesci vivere nei campi, né esserci sangue nel legno, né succo nei sassi. È determinato e disposto dove ogni cosa cresca e abbia sede. Così la natura dell'animo non può nascere sola, senza il corpo, né esistere lontano dai nervi e dal sangue. Se lo potesse, infatti, molto prima la stessa forza dell'animo potrebbe essere nel capo o negli òmeri o in fondo ai talloni e sarebbe solita nascere in qualsiasi parte, ma in fin dei conti rimanere nello stesso uomo e nello stesso vaso. Ora, poiché anche nel nostro corpo è fermamente determinato e si vede disposto dove possano esistere e crescere separatamente l'anima e l'animo, tanto più si deve negare che fuori da tutto il corpo possano nascere o durare. Perciò, quando il corpo è morto, devi ammettere che anche l'anima è perita, dilaniata in tutto il corpo. Giacché congiungere il mortale all'eterno e credere che possano sentire in comune e avere reazioni reciproche, è follia. Infatti cosa mai si può credere più contrastante o più sconnesso e discordante nelle sue relazioni che l'unione di ciò che è mortale con ciò che è immortale e perenne in un aggregato che sopporti furiose tempeste? Inoltre, tutte le cose che permangono eterne è necessario o che respingano gli urti perché hanno corpo solido e non si lascino penetrare da qualcosa che possa dissociare nell'interno le parti strettamente unite, quali sono i corpi della materia, di cui prima abbiamo rivelato la natura; oppure che possano durare per ogni tempo per questo, perché sono esenti da colpi, come è il vuoto, che rimane intatto e non subisce il minimo urto, o anche perché intorno non si trova tratto di spazio ove, in qualche modo, le cose possano sperdersi e dissolversi; così è eterna la somma delle somme, fuori della quale non c'è luogo ove le cose si dileguino, né ci son corpi che possano cadere su di esse e con forte colpo dissolverle. Ma se per caso l'anima dev'esser creduta immortale piuttosto per questo, perché è munita e protetta da forze vitali o perché non l'attingono affatto cose avverse alla sua salvezza o perché quelle che l'attingono in qualche modo si ritirano respinte prima che possiamo sentire quanto ci nocciono, ‹fatti manifesti mostrano che la verità è un'altra›. Giacché, a parte il fatto che s'ammala delle malattie del corpo, sovente sopravviene ciò che, riguardo al futuro, la tormenta e nel timore la fa star male e con affanni la travaglia; e per le colpe passate i rimorsi la straziano. Aggiungi la follia propria della mente e l'oblio delle cose, aggiungi che è sommersa nelle nere onde del letargo. Nulla dunque la morte è per noi, né ci riguarda punto, dal momento che la natura dell'animo è conosciuta mortale. E come nel tempo passato non sentimmo alcuna afflizione, mentre i Cartaginesi da ogni parte venivano a combattere, quando il mondo, scosso dal trepido tumulto della guerra, tremò tutto d'orrore sotto le alte volte dell'etere, e fu dubbio sotto il regno di quale dei due popoli dovessero cadere tutti gli uomini sulla terra e sul mare, così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco del corpo e dell'anima, che uniti compongono il nostro essere, certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi, neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo. E anche se supponiamo che, dopo il distacco dal nostro corpo, la natura dell'animo e il potere dell'anima serbano il senso, questo tuttavia non importa a noi, che dall'unione e dal connubio del corpo e dell'anima siamo costituiti e unitamente composti. E quand'anche il tempo raccogliesse la nostra materia dopo la morte e di nuovo la disponesse nell'assetto in cui si trova ora e a noi fosse ridata la luce della vita, tuttavia neppure questo evento ci riguarderebbe minimamente, una volta che fosse interrotta la continuità della nostra coscienza. Così ora a noi non importa nulla di noi, quali fummo in precedenza, ‹né› ormai per quel nostro essere ci affligge angoscia. E invero, se volgi lo sguardo verso tutto lo spazio trascorso del tempo illimitato, e consideri quanto siano molteplici i movimenti della materia, facilmente puoi indurti a credere che questi stessi atomi, di cui siamo composti ora, già prima siano stati spesso disposti nel medesimo ordine in cui sono ora. Eppure non possiamo riafferrare con la memoria quell'esistenza; s'è interposta infatti una pausa della vita e sparsamente tutti i moti si sviarono per ogni dove, lontano dai sensi. Infatti, se sventura e affanno devono colpire qualcuno, occorre che allora, in quel medesimo tempo, esista quella stessa persona cui possa incoglier male. Ma, poiché la morte toglie ciò e impedisce che esista colui a cui le disgrazie possano attaccarsi, è chiaro che niente noi dobbiamo temere nella morte, e che non può divenire infelice chi non esiste, né fa punto differenza se egli sia nato o non sia nato in alcun tempo, quando la vita mortale gli è stata tolta dalla morte immortale. Quindi, se vedi un uomo dolersi della propria sorte, perché dopo la morte dovrà, sepolto il corpo, putrefarsi o essere distrutto dalle fiamme o dalle mascelle delle fiere, puoi intendere che le sue parole non suonano sincere e che sotto il suo cuore c'è qualche stimolo cieco, benché egli asserisca di non credere che morto avrà qualche senso. Infatti, io credo, non mantiene ciò che promette e i principi su cui poggia, né radicalmente si svelle e si scaccia fuori della vita, ma inconsciamente fa sopravvivere qualcosa di sé. Ognuno infatti che da vivo si rappresenta che dopo la morte uccelli e fiere sbraneranno il suo corpo, commisera sé stesso; e infatti non riesce a separarsi di lì, né si stacca abbastanza dal cadavere gettato via e confonde sé stesso con quello e, stando dritto lì accanto, gli trasfonde il proprio senso. Per questo si duole d'esser nato mortale e non vede che nella vera morte non ci sarà un altro sé stesso che possa, vivo, piangere la perdita di sé per sé stesso e, stando in piedi, lamentarsi di giacere a terra e d'essere sbranato o bruciato. E invero, se nella morte è un male essere straziato dalle mascelle e dai morsi delle fiere, non intendo come non sia acerbo esser posto sul rogo per esservi arrostito dalle calde fiamme o soffocare immerso nel miele o intirizzire di freddo, disteso sopra la liscia superficie d'una gelida pietra, o esser premuto dall'alto, schiacciato sotto il peso della terra. "Ora, ora mai più la casa ti accoglierà in letizia, né la sposa ottima, né i dolci figli ti correranno incontro a contendersi i primi baci, né invaderanno il tuo cuore di tacita dolcezza. Non potrai essere uomo di prospere imprese, né sostegno ai tuoi. A te misero miseramente" dicono "un solo giorno avverso tutti ha tolti i molti doni della vita". Ma questo, a tale proposito, non aggiungono: "né più il rimpianto di quelle cose ti accompagna e resta in te". Se ciò vedessero chiaro con la mente e vi s'attenessero con le parole, si scioglierebbero da grande angoscia e timore dell'animo. "Tu certamente, come ti sei assopito nella morte, così sarai per tutto il tempo che resta, esente da tutti i dolori penosi. Ma noi insaziabilmente abbiamo pianto te ridotto in cenere sull'orribile rogo lì vicino, e nessun giorno ci leverà dal petto l'eterna tristezza". Questo dunque a costui bisogna chiedere: che mai ci sia di tanto amaro, se la cosa si riduce al sonno e alla quiete, perché uno possa consumarsi in eterno lutto. Anche ciò gli uomini fanno quando si son messi a tavola e tengono in mano le coppe e velano la fronte con le corone: dicono, dal profondo dell'animo: "Breve è questo godere per i poveri uomini; presto sarà passato, né dopo sarà mai possibile farlo tornare". Come se nella morte questo dovesse essere il peggiore dei loro mali: essere arsi e disseccati, gli infelici, da un'arida sete o essere oppressi dal rimpianto di qualche altra cosa. In realtà nessuno sente la mancanza di sé stesso e della vita quando la mente e il corpo riposano insieme assopiti. Per quanto riguarda noi, infatti, quel sonno può durare in perpetuo, né alcun rimpianto di noi stessi ci affligge. E tuttavia, attraverso le nostre membra quei primi principi non vagano affatto lontano dai moti sensiferi quando un uomo, strappatosi al sonno, raccoglie sé stesso. Molto meno, dunque, si deve credere che sia per noi la morte, se può esserci meno rispetto a ciò che vediamo esser nulla; giacché maggiore dispersione della materia perturbata segue alla morte, né alcuno si risveglia e si leva, una volta che l'abbia colto la fredda pausa della vita. Ancora, se la natura d'un tratto parlasse e a qualcuno di noi così facesse, in persona, questo rimprovero: "Che cosa, o mortale, ti preme tanto che indulgi oltremisura a penosi lamenti? Perché per la morte ti affliggi e piangi? Infatti, se ti è stata gradita la vita che hai trascorsa prima, né tutti i suoi beni, come accumulati in un vaso bucato, sono fluiti via e si sono dileguati senza che ne godessi, perché non ti ritiri, come un convitato sazio della vita, e non prendi, o stolto, di buon animo, un riposo sicuro? Ma se tutti i godimenti che ti sono stati offerti, sono stati dissipati e perduti, e la vita ti è in odio, perché cerchi di aggiungere ancora quello che di nuovo andrà malamente perduto e tutto svanirà senza profitto? Perché non poni piuttosto fine alla vita e al travaglio? Infatti non c'è più nulla che io possa escogitare e scoprire per te, che ti piaccia: tutte le cose sono sempre uguali. Se il tuo corpo non è ancora sfatto dagli anni, né le membra stremate languiscono, tuttavia tutte le cose restano uguali, anche se tu dovessi vincere, continuando a vivere, tutte le età, anzi perfino se tu non dovessi morire mai"; - che cosa risponderemmo, se non che la natura intenta un giusto processo e con le sue parole espone una causa vera? E se ora un vecchio cadente si lagnasse e lamentasse l'incombere della morte rattristandosi più del giusto, non avrebbe essa ragione d'alzare la voce e rimbrottarlo con voce aspra? "Via di qui con le tue lacrime, o uomo da baratro, e rattieni i lamenti. Tutti i doni della vita hai già goduti e sei marcio. Ma, perché sempre aneli a ciò che è lontano e disprezzi quanto è presente, incompiuta ti è scivolata via, e senza profitto, la vita, e inaspettatamente la morte sta dritta accosto al tuo capo prima che tu possa andartene sazio e contento d'ogni cosa. Ora, comunque, lascia tutte queste cose che non si confanno più alla tua età e di buon animo, suvvia, cedi il posto ‹ad altri›: è necessario". Giusta, penso, sarebbe l'accusa, giusti i rimbrotti e gl'improperi. Sempre infatti, scacciate dalle cose nuove, cedono il posto le vecchie, ed è necessario che una cosa da altre si rinnovi; né alcuno nel baratro del tenebroso Tartaro sprofonda. Di materia c'è bisogno perché crescano le generazioni future; che tutte, tuttavia, compiuta la loro vita, ti seguiranno; e dunque non meno di te le generazioni son cadute prima, e cadranno. Così le cose non cesseranno mai di nascere le une dalle altre, e la vita a nessuno è data in proprietà, a tutti in usufrutto. Volgiti a considerare parimenti come nulla siano state per noi le età dell'eterno tempo trascorse prima che noi nascessimo. Questo è dunque lo specchio in cui la natura ci presenta il tempo che alfine seguirà la nostra morte. Forse in esso appare qualcosa di orribile, forse si vede qualcosa di triste? Non è uno stato più tranquillo di ogni sonno? E senza dubbio tutte quelle cose che secondo la tradizione sono nell'Acheronte profondo, sono tutte nella nostra vita. Né Tantalo misero teme il gran masso che nell'aria sovrasta, da vana paura, come è fama, paralizzato; ma piuttosto nella vita un fallace timore degli dèi opprime i mortali, e temono il colpo che a ognuno può menare la sorte. Né gli uccelli si cacciano dentro Tizio giacente nell'Acheronte, né dentro l'ampio petto possono certo trovare qualcosa in cui frugare in perpetuo. Si stenda pure con una massa di corpo quanto si voglia immane, che copra con le membra dispiegate, non solo nove iugeri, ma tutto l'orbe della terra: non potrà tuttavia continuare a sopportare un eterno dolore, né fornire cibo dal proprio corpo per sempre. Ma Tizio è per noi qui: è colui che giacente nell'amore uccelli straziano, cioè lo divora un'ansiosa angoscia o per qualsiasi altra passione lo dilaniano affanni. Anche Sisifo è nella vita nostra, alla vista di tutti: è colui che aspira ad ottenere dal popolo i fasci e le crudeli scuri, e sempre vinto e triste si ritira. Giacché cercare un potere che è vano, né vien dato mai, e in quella ricerca sostenere sempre un duro travaglio, questo è sospingere con grande sforzo su per l'erta d'un monte un masso, che tuttavia ‹dalla› somma vetta sùbito rotola di nuovo giù, e ratto corre verso la distesa della piana campagna. Ancora: pascer sempre l'insaziabile natura dell'animo e tuttavia non colmarla mai di beni, né mai saziarla, come a noi fanno le stagioni dell'anno, quando, in giro volgendosi, ritornano e ci recano i frutti e le varie delizie, senza che tuttavia noi siamo mai paghi delle gioie della vita, questa, io penso, è la favola delle fanciulle nel fiore dell'età, le quali raccolgono l'acqua in un vaso perforato, che tuttavia non si può in alcun modo riempire. Cerbero e le Furie, per soprappiù, e la mancanza di luce, il Tartaro eruttante dalle fauci vampe orribili, che non esistono in alcun luogo, né invero possono esistere! Ma c'è nella vita il timore delle pene, grave per i crimini gravi, e l'espiazione della colpa, il carcere e l'orribile precipitare giù dalla rupe, staffilate, carnefici, cavalletto, pece, lamine, fiaccole; e anche se son lontani, pure la mente, conscia dei propri misfatti, in ansia infligge assilli a sé stessa e si brucia con staffili, né vede intanto quale possa essere il termine dei mali, né quale sia alfine la fine delle pene, e anzi teme che queste stesse afflizioni nella morte diventino più gravi. Alfine, è qui che la vita degli stolti diventa un inferno. Anche questo talora tu potresti dire a te stesso: "Chiuse i suoi occhi alla luce anche il buon Anco, che in molte cose fu migliore di te, o briccone. Caddero poi molti altri re e dominatori del mondo, che su grandi nazioni esercitarono il comando. Quegli stesso che un giorno aprì una via per il grande mare e offerse alle legioni un cammino perché andassero sopra le profondità marine, e insegnò a varcare a piedi i salati abissi, e disprezzò i fragori dei flutti calpestandoli coi cavalli, anch'egli fu privato della luce ed esalò l'anima dal corpo morente. Scipione, fulmine di guerra, terrore di Cartagine, rese le ossa alla terra come se fosse un infimo schiavo. Aggiungi gli scopritori delle scienze e delle arti, aggiungi i compagni delle Muse, tra i quali Omero, l'unico, dopo aver conquistato lo scettro, s'addormentò dello stesso sonno degli altri. E ancora: dopoché matura vecchiezza fece sentire a Democrito che i memori movimenti della mente languivano, spontaneamente alla morte andò incontro e offrì il proprio capo. Lo stesso Epicuro morì, dopo aver percorso il luminoso tratto della vita, egli che per ingegno superò il genere umano, e tutti offuscò, come il sole sorto nell'etere offusca le stelle. E tu esiterai e t'indignerai di morire? Tu cui la vita è quasi morta, mentre sei ancora vivo e vedi; tu che nel sonno consumi la parte maggiore del tempo e sveglio russi, né cessi di vedere sogni ed hai la mente assillata da vana paura, e spesso non sei capace di scoprire che male tu abbia, mentre ebbro sei oppresso da molti affanni, infelice, da ogni parte, e vaghi ondeggiando in preda al confuso errore dell'animo". Se gli uomini, come si vede che sentono di avere in fondo all'animo un peso che con la sua gravezza li affatica, potessero anche conoscere da che cause ciò provenga e perché una sì grande mole, per così dire, di male nel petto persista, non così passerebbero la vita, come ora per lo più li vediamo: ognuno non sa quel che si voglia e cerca sempre di mutar luogo, quasi potesse deporre il suo peso. Esce spesso fuori del grande palazzo colui che lo stare in casa ha tediato, e sùbito ‹ritorna›, giacché sente che fuori non si sta per niente meglio. Corre alla villa, sferzando i puledri, precipitosamente, come se si affrettasse a recar soccorso alla casa in fiamme; sbadiglia immediatamente, appena ha toccato la soglia della villa, o greve si sprofonda nel sonno e cerca l'oblio, o anche parte in fretta e furia per la città e torna a vederla. Così ciascuno fugge sé stesso, ma, a quel suo 'io', naturalmente, come accade, non potendo sfuggire, malvolentieri gli resta attaccato, e lo odia, perché è malato e non comprende la causa del male; se la scorgesse bene, ciascuno, lasciata ormai ogni altra cosa, mirerebbe prima di tutto a conoscere la natura delle cose, giacché è in questione non la condizione di un'ora sola, ma quella del tempo senza fine, in cui i mortali devono aspettarsi che si trovi tutta l'età, qualunque essa sia, che resta dopo la morte. Infine, a trepidare tanto nei dubbiosi cimenti quale trista brama di vita con tanta forza ci costringe? Senza dubbio un termine certo della vita incombe ai mortali, né la morte si può evitare, dobbiamo incontrarla. Inoltre, ci moviamo nello stesso giro e vi rimaniamo sempre, né col continuare a vivere si produce alcun nuovo piacere; ma, finché ciò che bramiamo è lontano, sembra che esso superi ogni altra cosa; poi, quando abbiamo ottenuto quello, altro bramiamo e un'uguale sete di vita sempre in noi avidi riarde. Ed è dubbio qual sorte apporti il tempo futuro, che cosa ci rechi il caso, quale fine sovrasti. Né, protraendo la vita, sottraiamo mai nulla dal tempo della morte, in nulla siamo in grado d'intaccarlo, sì da potere, forse, per un tempo più breve essere morti. Puoi, quindi, vivendo finire quante generazioni vuoi: ti aspetterà pur sempre quella morte eterna; né per colui che ha finito la vita con la luce di questo giorno il non esistere più sarà più breve che per colui che già da molti mesi ed anni scomparve. |