Tito Lucrezio Caro (55? - 99? ac)

LIBRO III

 

 

 

            O tu, che in mezzo a così grandi tenebre primo potesti

levare una luce tanto chiara, illuminando le gioie della vita,

io seguo te, o onore della gente greca, e nelle orme

da te impresse pongo ora ferme le piante dei miei piedi,

non tanto perché io voglia gareggiare con te, quanto perché anelo

a imitarti per amore. Come potrebbe infatti contendere la rondine

coi cigni? O come potrebbero mai i capretti dalle tremule

membra emulare nella corsa l'impeto di un forte cavallo?

Tu padre sei, scopritore del vero; tu paterni precetti

ci prodighi, e, come le api nei pascoli fioriti

suggono per ogni dove, così noi nei tuoi scritti,

o glorioso, ci pasciamo di tutti gli aurei detti,

aurei, sempre degnissimi di vita perpetua.

Infatti, appena la tua dottrina comincia a svelare a gran voce

la natura quale è sorta dalla tua mente divina,

fuggon via i terrori dell'animo, le mura del mondo

si disserrano, vedo le cose svolgersi attraverso tutto il vuoto.

Appaiono la potenza degli dèi e le sedi quiete,

che né venti scuotono, né nuvole cospargono

di piogge, né neve vìola, condensata da gelo acuto,

candida cadendo; ‹ma› un etere sempre senza nubi

le ricopre, e ride di luce largamente diffusa.

E tutto fornisce la natura, né alcuna

cosa in alcun tempo intacca la pace dell'animo.

Ma per contro in nessun luogo appaiono le regioni acherontee,

né la terra impedisce che si discerna tutto quanto

si svolge sotto i miei piedi, laggiù, attraverso il vuoto.

Per queste cose mi prende allora un certo divino piacere

e un brivido, perché così per la potenza della tua mente la natura,

tanto manifestamente dischiudendosi, in ogni parte è stata rivelata.

            E poiché ho insegnato quali siano i principi

di tutte le cose e quanto differenti per varietà di forme

spontaneamente volteggino, stimolati da moto eterno,

e in che modo da questi si possa produrre ogni cosa,

dopo ciò mi sembra che nei miei versi debba essere ormai

illustrata la natura dell'animo e dell'anima,

e che si debba scacciar via a precipizio quel timore dell'Acheronte,

che dal profondo sconvolge appieno la vita umana,

tutto inondando del nero della morte,

né lascia esistere alcun piacere limpido e puro.

Sì, spesso gli uomini dichiarano che malattie e vita infame

sono più temibili che il Tartaro, dimora della morte;

dicono di sapere che la natura dell'animo è fatta di sangue,

o anche di vento, se a ciò per caso li spinge il capriccio,

e di non avere affatto bisogno della nostra dottrina;

ma di qui puoi intendere che tutto è ostentato per vanagloria

piuttosto che espresso per convinzione della cosa stessa.

Questi medesimi, cacciati dalla patria ed esiliati lontano

dal cospetto degli uomini, disonorati da un'accusa

vergognosa, afflitti da tutte le pene, in fin dei conti vivono,

e, dovunque sono giunti nella loro miseria, offrono tuttavia

sacrifici ai loro morti, e immolano nere vittime, e agli dèi Mani

consacrano funebri onori, e negli acerbi frangenti con ansia

molto più acuta rivolgono gli animi alla religione.

Più conviene, quindi, provare l'uomo nei dubbiosi

cimenti, e nelle avversità conoscere quale sia;

giacché allora alfine parole veraci gli si cavano dal profondo

del petto ‹e› vien strappata la maschera, rimane la realtà.

Infine l'avidità e la cieca brama di onori,

che forzano i miseri uomini a oltrepassare i confini

del giusto, e talora, come compagni e ministri di delitti,

adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica

per assorgere a somma potenza - queste piaghe della vita,

in gran parte è il timore della morte che le nutre.

Infatti comunemente il vergognoso disprezzo e l'amara

povertà paiono remoti da una vita dolce e stabile,

e quasi già sostare davanti alle porte della morte;

e gli uomini, mentre costretti da fallace terrore vorrebbero

essere già fuggiti lontano da essi e lontano averli scacciati,

col sangue dei concittadini ingrossano le proprie sostanze

e avidi raddoppiano le ricchezze, accumulando strage su strage;

crudeli si rallegrano del triste funerale di un fratello

e per le mense dei consanguinei provano odio e terrore.

In simile maniera, nascendo dallo stesso timore, spesso

li macera l'invidia che alla vista di tutti colui sia potente,

attragga gli sguardi colui che incede con splendido onore,

mentre essi si lamentano di voltolarsi nelle tenebre e nel fango.

Alcuni periscono per brama di statue e di rinomanza;

e spesso a tal segno per paura della morte prende

gli uomini odio della vita e della vista della luce,

che si danno con petto angosciato la morte,

dimenticando che la fonte degli affanni è questo timore,

questo fa strazio del senso d'onore, questo rompe i vincoli

dell'amicizia - e insomma induce a sovvertire la pietà.

Già spesso infatti gli uomini tradirono la patria

e i cari genitori, cercando di evitare le regioni acherontee.

Difatti, come i fanciulli trepidano e tutto temono

nelle cieche tenebre, così noi nella luce talora abbiamo paura

di cose che per nulla son da temere più di quelle che i fanciulli

nelle tenebre paventano e immaginano prossime ad avvenire.

Questo terrore dell'animo, dunque, e queste tenebre

non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi

del giorno, ma l'aspetto e l'intima legge della natura.

            Anzitutto dico che l'animo, che spesso chiamiamo mente,

in cui han sede il senno e il governo della vita,

è una parte dell'uomo, non meno che una mano e un piede

e gli occhi sono parti dell'intero essere animato.

‹Tuttavia taluni hanno asserito›

che la sensibilità dell'animo non ha sede in una parte

determinata, ma è una certa disposizione vitale del corpo,

che i Greci chiamano armonia, perché per essa noi vivremmo

dotati di sensibilità, sebbene in nessuna parte esista la mente;

come spesso si dice che il corpo gode di buona salute,

e tuttavia questa non è alcuna parte di colui che sta bene.

Così la sensibilità dell'animo non la pongono in una parte determinata;

e in ciò mi sembra che errino molto lontano dalla giusta via.

Spesso, infatti, il corpo in una parte palese è malato,

mentre tuttavia gioiamo in un'altra parte che è occulta;

e all'inverso accade spesso che s'avveri il contrario, a sua volta,

quando chi soffre nell'animo gioisce in tutto il corpo;

non altrimenti che se, mentre a un malato duole un piede,

nessun dolore intanto abbia, per avventura, la testa.

Inoltre, quando le membra sono in preda a molle sonno

e abbandonato giace senza senso il corpo appesantito,

tuttavia c'è in noi qualche altra cosa che in quel mentre

si agita in molti modi e tutti in sé riceve

i moti della letizia e le vane inquietudini del cuore.

Ora, perché tu possa conoscere che anche l'anima

è nelle membra e che non per un'armonia suole il corpo sentire,

anzitutto accade spesso che, pur detratta gran parte

del corpo, tuttavia ci rimanga nelle membra la vita;

e d'altra parte, quando poche particelle di calore

son fuggite via e aria è stata esalata fuori attraverso la bocca,

la stessa vita sùbito abbandona le vene e lascia le ossa;

sì che da ciò puoi conoscere che non tutti i corpi primi

hanno funzioni uguali, né in ugual modo sostengono la salvezza,

ma più questi, che sono i semi del vento e dell'ardente calore,

fanno sì che rimanga nelle membra la vita.

V'è dunque nello stesso corpo un calore e un vento vitale,

che abbandona le nostre membra al momento della morte.

Pertanto, poiché la natura dell'animo e dell'anima è stata

svelata come una parte dell'uomo, lascia il nome di armonia,

che per i musicisti fu portato giù dall'alto Elicona;

o forse questi stessi, a loro volta, lo trassero d'altrove

e lo trasportarono a quella cosa che allora non aveva un proprio nome.

Comunque ‹ciò› sia, se lo tengano: tu ascolta i restanti miei detti.

            Ora io dico che l'animo e l'anima si tengono congiunti

tra loro e costituiscono di sé una sola natura;

ma ciò che è il capo, per così dire, e domina in tutto il corpo,

è il senno, che noi chiamiamo animo e mente.

Ed esso è posto e fissato nella regione centrale del petto.

Qui infatti si agitano l'ansia e la paura, intorno a queste parti

le gioie ci accarezzano; qui dunque è la mente e l'animo.

Tutto il resto dell'anima, disseminato per tutto il corpo,

obbedisce e si muove al cenno e al movimento della mente.

Questa ragiona da sé per sé sola, ‹questa› da sé gode,

quando nessuna cosa commuove l'anima, né il corpo.

E come, quando la testa o un occhio è leso in noi

dall'assalto del dolore, non siamo afflitti nello stesso tempo

in tutto il corpo, così l'animo talora di per sé stesso è leso

o di gioia esulta, mentre tutto il resto dell'anima

per le membra e le articolazioni da nessuna novità viene eccitato.

Ma, quando la mente è commossa da timore più veemente,

tutta l'anima vediamo consentire attraverso le membra,

e quindi sudori e pallore effondersi per tutto il corpo

e balbettare la lingua e spegnersi la voce, annebbiarsi

gli occhi, fischiar le orecchie, venir meno le articolazioni;

alfine per il terrore dell'animo vediamo spesso gli uomini

crollare; sì che facilmente ognuno può da questo conoscere

che l'anima è congiunta con l'animo e, quando ‹dalla potenza›

dell'animo è stata percossa, sùbito urta e sospinge il corpo.

            Questo stesso ragionamento prova che la natura dell'animo e dell'anima

è corporea. Quando infatti si vede che sospinge le membra,

strappa dal sonno il corpo e cangia il volto,

e tutto l'uomo regge e volge di qua e di là -

e di queste cose vediamo che nessuna può prodursi senza contatto,

né il contatto, a sua volta, senza corpo - non si deve forse

ammettere che l'animo e l'anima sono di natura corporea?

Inoltre tu vedi che col corpo patisce parimenti

l'animo e insieme partecipa del sentire nel nostro corpo.

Se non offende la vita la violenza orrida di un dardo

penetrata addentro squarciando ossa e nervi,

nondimeno ne segue un languore e un dolce cadere per terra,

e in terra una confusione che nasce nella mente,

e talora come un'incerta volontà di rialzarsi.

Dunque, non può essere che corporea la natura dell'animo,

poiché dall'urto di dardi corporei è travagliata.

            Ora, di quale specie di materia sia quest'animo e come

sia costituito, proseguendo ti spiegherò con le mie parole.

In primo luogo dico che è molto sottile e risulta costituito

di corpuscoli estremamente minuti. Che sia così,

puoi intendere, se presti attenzione, da questo.

Nessuna cosa si vede avvenire con la celerità con la quale

la mente si raffigura che avvenga e le dà inizio essa stessa.

L'animo, dunque, si muove più velocemente di tutte le cose

la cui natura appare manifesta innanzi ai nostri occhi.

Ma ciò che è tanto mobile, deve constare di semi

estremamente rotondi ed estremamente minuti,

sicché possano muoversi spinti da un piccolo impulso.

Infatti si muove l'acqua e per un minimo impulso fluttua,

perché è composta di atomi girevoli e piccoli.

Al contrario, la natura del miele è più consistente,

e più pigro il suo liquore, e più indugiante il suo movimento;

infatti tutta la massa della sua materia ha maggiore coesione,

evidentemente perché non consta di corpi tanto lisci,

né tanto sottili e rotondi. Giacché un soffio sospeso

e leggero può costringere un alto mucchio di semi

di papavero a sparpagliarsi innanzi a te giù dalla cima:

al contrario, su un mucchio di pietre o di spighe

non può nulla. Dunque, quanto più i corpi sono piccoli

e lisci, tanto più sono dotati di mobilità.

Al contrario, tutti quelli che si trovano di peso maggiore

ed aspri, tanto più sono stabili.

Ora, dunque, poiché ‹si è› trovato che la natura dell'animo

è particolarmente mobile, essa deve constare di corpi

estremamente piccoli e lisci e rotondi.

E questa verità, da te conosciuta, in molte cose, o caro,

si dimostrerà utile e sarà riconosciuta opportuna.

Anche questo fatto indica del pari la natura dell'animo,

di quanto tenue tessitura esso sia costituito, e in quanto

piccolo luogo sarebbe contenuto, se potesse conglomerarsi:

appena l'imperturbata quiete della morte si è impadronita

dell'uomo, e la natura dell'animo e dell'anima se n'è staccata,

nulla potresti ivi discernere detratto da tutto il corpo,

né alla vista, né al peso: la morte lascia ogni cosa

al suo posto, tranne il senso vitale e il fervido calore.

Dunque tutta l'anima dev'essere composta di semi

piccolissimi, intrecciata per vene, viscere, nervi;

dato che, quando tutta è ormai andata via dall'intero corpo,

l'esterno contorno delle membra si conserva tuttavia

incolume, né al peso manca nulla.

Simile cosa avviene quando l'aroma di Bacco è svanito

o quando un soave profumo d'unguento s'è disperso per l'aria

o quando da qualche corpo s'è ormai dileguato il sapore;

in nulla tuttavia agli occhi la cosa stessa sembra divenuta

più piccola perciò, né alcunché sembra detratto dal suo peso;

evidentemente perché molti e minuti semi fanno

i sapori e l'odore nell'interno corpo delle cose.

Perciò, ancora e ancora, si può concludere che la natura

della mente e dell'anima è composta di semi estremamente

piccolini, perché fuggendo non porta via alcuna parte del peso.

            Tuttavia non dobbiamo supporre semplice questa natura.

I moribondi infatti abbandona un certo soffio tenue,

misto a calore, e il calore trae aria con sé.

Né c'è alcun calore, a cui non sia mista anche aria;

poiché la sua natura è infatti rada, molti

primi principi d'aria devono muoversi entro di esso.

Già triplice, quindi, è apparsa la natura dell'animo;

e tuttavia questi elementi tutti insieme non bastano a creare

il senso, poiché la mente non ammette che alcuno di questi

possa creare i moti sensiferi e i pensieri che la mente rivolge.

È dunque necessario che a questi s'aggiunga

anche una quarta natura. Essa è del tutto priva di nome;

e non esiste alcuna cosa che sia più mobile o più tenue di lei,

né fatta di elementi più piccoli e più lisci;

lei per prima diffonde i movimenti sensiferi per le membra.

È infatti prima ad essere eccitata, composta com'è di piccoli atomi;

poi i movimenti s'estendono al calore e alla cieca forza

del vento, poi all'aria; poi è messa in movimento ogni cosa:

s'agita il sangue, in séguito la sensazione penetra in tutte

le carni, per ultime la ricevono le ossa e le midolla,

si tratti di un piacere o di un ardore contrario.

Né facilmente il dolore può penetrare fin qui, né un acuto

male introdursi, senza che tutto sia perturbato,

a tal segno ‹che› non c'è più luogo per la vita, e le parti

dell'anima fuggono via per tutte le aperture del corpo.

Ma per lo più i movimenti hanno termine quasi alla superficie

del corpo: perciò siamo in grado di trattenere la vita.

            Ora, sebbene io desideri spiegare come misti tra loro, e in quali

modi combinati, questi elementi compiano le loro operazioni,

me ne rattiene, mio malgrado, la povertà della patria lingua;

ma tuttavia, come potrò sommariamente occuparmene, toccherò

questo argomento. S'intrecciano infatti tra loro correndo qua e là

i primi principi coi movimenti che sono propri degli atomi,

sì che non si può staccare un solo elemento, né il suo potere

può sussistere diviso dagli altri nello spazio, ma sono come

le molte forze di un unico corpo. Allo stesso modo che qualunque

viscere di essere vivente ha in genere un odore e un certo calore

e un sapore, e tuttavia di tutti questi è composta la complessione

di un unico corpo; così il calore e l'aria e la cieca forza del vento

misti creano un'unica natura, insieme con quella mobile forza,

che da sé distribuisce ad essi l'inizio del movimento,

donde prima sorge attraverso la carne il movimento sensifero.

Giacché affatto nel profondo è nascosta questa natura, e sta

laggiù, né c'è cosa nel nostro corpo più interna di questa,

ed essa è a sua volta l'anima di tutta l'anima.

Allo stesso modo che nelle nostre membra e in tutto il corpo

la forza dell'animo e il potere dell'anima sono misti e nascosti,

perché son composti di corpi piccoli e radi,

così, vedi, questa forza priva di nome, fatta di corpi minuti,

sta nascosta, e di tutta l'anima è essa stessa, a sua volta,

per così dire, l'anima, e domina su tutto il corpo.

In simile maniera è necessario che il vento e l'aria

e il calore compiano le loro operazioni commisti tra loro

per le membra, e uno stia più sotto di altri o sormonti,

perché si veda risultare da tutti un'unica cosa: altrimenti

il calore e il vento separatamente, e separatamente la potenza dell'aria,

distruggerebbero il senso e, divisi, lo dissolverebbero.

L'animo ha anche quel calore da cui è preso

quando ferve d'ira e un ardore sfavilla dagli occhi più vivamente.

C'è anche molta aria fredda, che è compagna della paura

e suscita un brivido nel corpo ed agita le membra.

E c'è anche quello stato d'aria pacata, che si produce

quando il petto è tranquillo e il volto è sereno.

Ma più calore hanno quelli cui i cuori fieri

e l'animo iracondo facilmente ribollono nell'ira.

Di tale genere è in primo luogo la forza violenta dei leoni,

che spesso ruggendo rompono i petti coi fremiti,

né possono contenere nel petto i flutti delle ire.

Ma più vento ha la fredda mente dei cervi

e più presto suscita per le viscere gelidi soffi,

che fanno sì che nelle membra si levi un tremulo moto.

Ma la natura dei buoi vive piuttosto di un'aria placida,

né mai troppo la fumida face dell'ira vi s'insinua e l'accende,

soffondendo l'ombra di una caligine cieca,

né intorpidisce trafitta dai dardi gelidi dello spavento:

tiene il posto di mezzo, tra i cervi e i selvaggi leoni.

Così è del genere umano. Sebbene l'educazione raffini

alcuni e li formi in pari grado, tuttavia essa lascia

in ciascuno le prime vestigia del carattere naturale.

Né si deve credere che i difetti possano essere strappati dalle radici,

sì che costui non trascorra troppo corrivamente a ire violente,

colui non sia un po' più presto assalito da paura, e un terzo

non accetti certe cose più placidamente del giusto.

E in molte altre cose è necessario che differiscano

le varie nature degli uomini e i costumi che ne conseguono;

ma io ora non posso chiarirne le cause oscure,

né trovare nomi per tante figure, quante ne hanno

i primi principi da cui sorge questa varietà delle cose.

Questo, a tale proposito, vedo di potere affermare:

di quelle nature restano tracce che la ragione

non può scacciare da noi talmente esigue

che nulla impedisce di trascorrere una vita degna degli dèi.

            Questa natura dell'anima è dunque tenuta insieme da tutto il corpo,

e al corpo è essa stessa custode e causa di conservazione;

giacché mediante comuni radici aderiscono tra loro

e si vede che non possono essere distaccati senza rovina.

Come dai grani d'incenso non è possibile staccare

l'odore senza che se ne distrugga anche la natura,

così non è possibile trarre fuori da tutto il corpo

la natura della mente e dell'anima senza che tutto si dissolva.

Con primi principi così intrecciati tra loro fin dalla prima

origine si sviluppano, dotati di vita con sorte comune,

ed è evidente che le potenze del corpo e dell'animo non possono sentire

separatamente, ciascuna per sé, senza la forza dell'altra,

ma per movimenti comuni tra loro è suscitato,

da entrambe le parti, il senso acceso in noi attraverso la carne.

Inoltre, il corpo da sé né mai si genera,

né cresce, né dopo la morte si vede durare.

Non come l'acqua, infatti, che spesso lascia andar via il calore

che le fu comunicato, né per ciò è sconvolta essa stessa,

ma rimane intatta, non così, dico, le membra abbandonate

possono sopportare la separazione dell'anima,

ma a fondo sconvolte periscono e cadono in putrefazione.

Così fin dall'inizio della vita il corpo e l'anima

nei mutui contatti apprendono i movimenti vitali, quando

sono ancora nascosti nelle membra e nel grembo della madre,

‹sì che› la separazione non può avvenire senza danno e rovina;

puoi quindi vedere che, siccome è congiunta la causa

della conservazione, anche la loro natura risulta congiunta.

            Del resto, se qualcuno nega che il corpo senta

e crede che sia l'anima che, commista a tutto il corpo,

concepisca questo moto a cui diamo il nome di senso,

egli combatte contro fatti pur veri e manifesti.

Infatti chi mai chiarirà cosa sia il sentire del corpo,

se non ciò che ci ha manifestato e insegnato la realtà stessa?

"Ma, quando l'anima se n'è staccata, il corpo è del tutto privo

di senso": esso perde, infatti, ciò che non fu suo proprio nella vita,

e molte altre cose perde quando è cacciato fuori della vita.

            Dire poi che gli occhi non possono discernere alcuna cosa,

ma che per essi l'animo guarda come per porte aperte,

è difficile, giacché il senso loro guida in parte contraria;

il senso infatti ci tira e spinge ad attribuire la vista alle pupille stesse,

tanto più che spesso non possiamo discernere cose lucenti,

perché la vista è in noi impedita dalla luce.

Il che non accade alle porte; giacché gli usci, per cui noi guardiamo,

non subiscono alcun travaglio per il fatto che sono aperti.

D'altronde, se i nostri occhi sono come porte, allora,

è evidente, l'animo, tolti gli occhi, dovrebbe discernere meglio

le cose, giacché sarebbero stati rimossi gli stipiti stessi.

            A questo proposito non potresti in alcun modo accogliere

ciò che afferma l'opinione di Democrito, uomo venerabile,

secondo cui i primi principi del corpo e dell'animo, giustapposti

a uno a uno, si susseguono alternandosi e intrecciano le membra.

Giacché, come gli elementi dell'anima sono molto minori

di quelli dei quali constano il nostro corpo e le viscere,

così anche nel numero cedono, e radi sono disseminati

per le membra, sì che per lo meno puoi garantire questo:

quanto son grandi i minimi corpi che colpendoci

possono suscitare nel corpo i moti sensiferi, tanto

sono grandi gl'intervalli che separano gli atomi dell'anima.

Infatti talora non sentiamo l'aderire della polvere al corpo,

né il posarsi della creta scossa sulle membra,

né sentiamo la nebbia, né i tenui fili del ragno

che ci incontrano, quando, camminando, ne siamo irretiti,

né che sul capo esso ci ha lasciato cadere la sua vizza

spoglia, né le piume degli uccelli o i pappi volanti

che per troppa levità cadono per lo più tardamente,

né sentiamo l'andare di qualsiasi animaletto strisciante,

né una per una le orme delle zampe

che sul nostro corpo posano le zanzare e gli altri insetti.

A tal punto è vero che bisogna in noi stimolare molta materia

prima che gli atomi dell'anima, frammischiati ai nostri corpi

per le membra, comincino a sentire che gli atomi del corpo

sono stati scossi, e prima che, urtandosi in questi intervalli,

essi possano scontrarsi, unirsi e rimbalzare a vicenda.

            E l'animo è quello che più tiene stretti i vincoli della vita,

e per la vita vale più che la forza dell'anima.

Giacché senza la mente e l'animo non può restare nelle membra

neppure per esiguo tratto di tempo alcuna parte dell'anima,

ma compagna tien dietro senza ritardo e si dilegua nell'aria

e lascia le gelide membra nel freddo della morte.

Ma rimane in vita colui a cui la mente e l'animo è rimasto.

Sebbene sia un tronco lacero, con le membra tutt'intorno

mutilate, tolta l'anima d'intorno e staccata dal corpo,

egli vive e respira i vitali soffi del cielo.

Privato, se non totalmente, di gran parte dell'anima,

tuttavia indugia nella vita e vi resta attaccato;

come se, lacerato l'occhio d'intorno, la pupilla è rimasta

intatta, permane la vitale facoltà della vista,

purché tu non rovini tutto il globo dell'occhio

e non recida la pupilla d'intorno e la lasci isolata;

giacché anche ciò non potrà avvenire senza rovina d'ambedue.

Ma se quella minuscola parte nel mezzo dell'occhio è lesa,

tramonta sùbito la luce e susseguono le tenebre,

benché sia incolume in tutto il resto lo splendido globo.

Da tale patto anima ed animo sono avvinti per sempre.

            E ora, perché tu possa conoscere che negli esseri viventi

gli animi e le anime lievi sono soggetti a nascita e a morte,

proseguirò ad esporre versi cercati a lungo e trovati

con dolce fatica, degni che ad essi si consacri la tua vita.

Tu procura di comprendere entrambi sotto un unico nome

e se, per esempio, io proseguo a parlare dell'anima,

insegnando che è mortale, pensa che parlo anche dell'animo,

giacché sono, insieme, un'unità e in una cosa sola son congiunti.

            Anzitutto, poiché ho insegnato che l'anima sottile

consta di corpi minuti ed è fatta di primi principi

molto più piccoli che il liquido umore dell'acqua

o la nebbia o il fumo - infatti li supera di gran lunga

in mobilità e da più tenue causa spinta si muove;

giacché per immagini di fumo e di nebbia si commuove:

come quando, assopiti nel sonno, vediamo gli altari

in alto esalare vapore e diffondere fumo;

infatti senza dubbio questi sono simulacri che giungono a noi -

ora dunque, poiché da vasi fracassati vedi

l'acqua fluir via d'ogni parte e il liquido dileguarsi,

e poiché nebbia e fumo si dileguano nell'aria, devi credere

che anche l'anima si diffonde e molto più velocemente

perisce e più rapidamente si dissolve ‹nei› corpi primi,

una volta che, strappata dalle membra dell'uomo, s'è allontanata.

In effetti, se il corpo, che per essa è come un vaso,

non può contenerla, quando per qualche causa è sconvolto

o è divenuto rado, perché fu tolto sangue alle vene,

come puoi credere che questa possa mai essere contenuta dall'aria,

che, più rada del nostro corpo, è ancor più incapace di contenerla?

            Inoltre sentiamo che la mente nasce unitamente

col corpo e insieme cresce e unitamente invecchia.

Infatti, come i bimbi camminano vacillando col corpo malfermo

e tenero, così a questo s'accompagna un debole giudizio della mente.

Poi, quando si sono irrobustite le forze e l'età si è fatta adulta,

maggiore è anche il senno e aumentato il vigore dell'animo.

Più tardi, quando il corpo è stato ormai scosso dalle valide forze

del tempo e con le forze spente sono crollate le membra,

zoppica l'intelligenza, sproposita la lingua, ‹barcolla› la mente,

tutto viene meno e ad un tempo svanisce.

Dunque ne consegue che anche la natura dell'anima si dissolve

tutta, come fumo, per l'aria che spira nell'alto;

giacché vediamo che nascono insieme e insieme crescono

e, ‹come› ho spiegato, fiaccati dal tempo, simultaneamente si sfasciano.

            A ciò si aggiunge che, come vediamo che il corpo stesso

subisce orribili malattie e duro dolore,

così vediamo che l'animo soffre affanni acuti e lutto e paura;

perciò è naturale che sia partecipe anche della morte.

Anzi, nelle malattie del corpo l'animo spesso sviato

va errando; sragiona infatti il malato e parla in delirio,

e talvolta per grave letargo cade, con gli occhi e la testa

cascanti, in sopore profondo e senza fine,

da cui non ode le voci, né può riconoscere i volti

di quelli che, cercando di richiamarlo alla vita,

gli stanno attorno e di lacrime bagnano i volti e le guance.

Perciò occorre che tu ammetta che anche l'animo si dissolve,

giacché penetrano in esso contagi di malattia.

Infatti dolore e malattia sono entrambi artefici di morte,

come ci ha già insegnato la fine di molti.

E poi, perché mai, quando la forza sconvolgente del vino

ha penetrato l'uomo e nelle vene s'è sparso e distribuito l'ardore,

segue gravezza di membra, le gambe gli s'inceppano

ed egli vacilla, la lingua è torpida, la mente s'offusca,

gli occhi sono smarriti, clamore singulti oltraggi crescono,

e infine tutte le altre cose della stessa specie che a queste

s'accompagnano - perché ciò avviene, se non perché la veemente

violenza del vino suole perturbare l'anima nel corpo stesso?

Ma, qualunque cosa può essere perturbata e inceppata,

mostra che, se una forza un po' più dura vi s'insinua,

perirà, privata di vita ulteriore.

Anzi, spesso qualcuno, subitamente astretto dalla violenza

della malattia, innanzi ai nostri occhi, come colpito

da un fulmine, stramazza e sbava, geme e trema nelle membra,

farnetica, tende fortemente i muscoli, si contorce, anela

irregolarmente e dibattendosi affatica le membra.

Certamente perché, dilaniata dalla violenza della malattia

per le membra, l'anima è in tumulto e sbava, ‹come› nel salso

mare le onde ribollono per la veemente violenza dei venti.

E gli si strappano gemiti, perché le membra dal dolore

sono afflitte e in generale perché i semi della voce

vengono cacciati all'esterno ed escon fuori della bocca agglomerati,

per dove, per così dire, sogliono, e trovano fatta la strada.

Il delirio si produce, perché la forza dell'animo e dell'anima

si conturba e, come ho mostrato, divisa in parti separate

è sbattuta qua e là, dilaniata da quello stesso veleno.

Poi, quando ormai la causa della malattia ha regredito

e l'acre umore del corpo corrotto è ritornato nelle sue latebre,

allora il malato, quasi vacillando, comincia a levarsi e ritorna,

a poco a poco, alla pienezza dei sensi e riprende animo.

Se la mente e l'anima, dunque, da malattie sì gravi sono agitate

nel corpo stesso, e dilaniate soffrono in miseri modi,

come puoi credere che senza corpo, all'aria aperta, tra i venti

violenti le medesime possano proseguire la loro vita?

E poiché vediamo che la mente vien guarita,

come il corpo infermo, e può essere mutata dalla medicina,

anche questo preannunzia che la mente ha vita mortale.

Infatti è necessario che aggiunga parti o ne muti l'ordine

o detragga dall'insieme qualcosa, sia pure in misura affatto minima,

chiunque tenta e comincia a mutare lo stato dell'animo

o cerca di modificare qualunque altra natura.

Ma ciò che è immortale non consente che parti gli siano trasposte,

o qualcosa sia aggiunta o staccata, benché minima.

Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri

termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.

L'animo, dunque, sia che s'ammali, sia che venga mutato

da medicina, manifesta, come ho insegnato, la sua mortalità.

A tal punto è evidente che la realtà s'oppone

alla falsa dottrina e le preclude ogni via di scampo

e con duplice confutazione ne dimostra la falsità.  

  |[continua]|

 

 


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