Ora darò una spiegazione che ci faccia capire perché il cibo sia diverso per diversi esseri, e per che ragione ciò che per gli uni è disgustoso e amaro, possa tuttavia parere dolcissimo ad altri. E così grandi sono ‹in› tale riguardo la distanza e la discordanza che ciò che per uno è cibo, per altri è violento veleno. ‹C'è, per esempio,› un serpente che, toccato da saliva d'uomo, perisce, distruggendosi da sé, coi propri morsi. Inoltre, per noi l'elleboro è violento veleno, ma alle capre e alle quaglie accresce l'adipe. Perché tu possa conoscere per quali cause avvenga questo, anzitutto conviene ricordare ciò che abbiamo detto prima, cioè che i semi contenuti nelle cose sono misti in vari modi. D'altro canto, tutti gli esseri animati che ingeriscono cibo, come sono dissimili esternamente e come, secondo le specie, è diverso l'esterno contorno delle membra che li racchiude, così sono anche composti di semi con forme differenti. E poiché sono differenti i semi, devono differire gl'intervalli e i canali, che chiamiamo meati, in tutte le membra e nella bocca e nello stesso palato. Più piccoli devono dunque essere alcuni, più grandi altri; per alcune specie devono essere triangolari, per altre quadrati, molti rotondi, alcuni con molti angoli disposti in molti modi. Infatti, come esigono la combinazione delle forme e i movimenti, così devono differire le forme dei meati e variare i canali secondo il tessuto che li racchiude. Per questo, quando ciò che è dolce per gli uni, agli altri diventa amaro, a quello per cui è dolce atomi sommamente lisci devono carezzevolmente entrare nei condotti del palato, mentre, d'altronde, a quelli cui la stessa cosa è dentro acerba, certo atomi ruvidi e uncinati penetrano le fauci. Ora è facile in base a questi fatti intendere ogni cosa. Così, quando qualcuno è stato assalito dalla febbre per eccesso di bile, o da un'altra causa è stata suscitata qualche violenza di malattia, allora l'intero corpo è turbato, allora tutte sono alterate le positure degli atomi; avviene che corpi che prima si confacevano al senso, ora non si confacciano, e siano più congrui altri, che posson penetrare e produrre una sensazione acerba. Ambedue le specie sono infatti commiste nel sapore del miele; ciò che già sopra ti abbiamo dimostrato spesso prima d'ora. E ora dirò come l'odore s'accosti e tocchi le nari. Anzitutto, devono esserci molte cose da cui fluendo si svolge il vario flutto degli odori, e bisogna credere che ovunque fluisca e si lanci e si sparga; ma ad alcuni esseri viventi è più congruo un odore, ad altri un altro, per la diversità delle forme. E così attraverso l'aria le api sono attirate dall'odore del miele, benché sia lontano, e gli avvoltoi dai cadaveri. E ovunque il biforcuto zoccolo delle bestie selvagge abbia volto il passo, l'impeto dei cani sguinzagliati ci conduce; e di lontano l'odore dell'uomo è colto col fiuto dalla candida oca, salvatrice della rocca dei figli di Romolo. Così i vari odori assegnati ai vari corpi conducono ognuno al proprio cibo e lo costringono a tirarsi indietro per fuggire il repellente veleno, e in tal modo si conservano le specie delle fiere. Di questi stessi odori, dunque, che stimolano le nostre nari, taluno può propagarsi più lontano di un altro; ma tuttavia nessun odore va tanto lontano quanto il suono, quanto la voce, e tralascio di dire: quanto i corpi che feriscono le pupille e provocano il vedere. Vagando, infatti, l'odore viene lentamente e svanisce troppo presto, inconsistente dissolvendosi a poco a poco tra i venti; prima, perché, venendo dal profondo, è emesso a stento dalla cosa: infatti, che gli odori fluiscano e si stacchino dall'interno delle cose, lo dimostra il fatto che da tutte le cose il profumo ci giunge più forte quando esse sono spezzate, quando sono triturate, quando sono sciolte dal fuoco; e poi, si può vedere che l'odore è composto di elementi più grandi che quelli della voce, poiché non penetra attraverso le pareti di pietra, per cui la voce e il suono comunemente passano. Per questo anche vedrai che non è tanto facile scoprire in quale luogo sia posto l'oggetto che manda odore. Si raffredda infatti l'impulso indugiando per l'aria, né al senso accorrono caldi i messaggi dei corpi. Perciò i cani spesso errano e vanno in cerca delle tracce. Né tuttavia ciò avviene soltanto per gli odori e i sapori, ma ugualmente gli aspetti e i colori delle cose non si confanno tutti ai sensi di tutti, sì che alcuni non siano troppo aspri alla vista di certuni. Anzi, al gallo, che suole, sbattendo le ali per cacciar via la notte, chiamare l'aurora con voce squillante, i rabbiosi leoni non possono stare di fronte e fissarlo: tanto pensano immediatamente a fuggire, senza dubbio perché nel corpo dei galli ci sono certi semi, che, quando sono spinti dentro gli occhi dei leoni, trafiggono le pupille e provocano un dolore acuto, sì che questi, malgrado la ferocia, non possono resistervi; mentre tuttavia tali semi non possono ledere in nulla le nostre pupille, o perché non vi penetrano o perché, pur penetrandovi, è data ad essi una libera uscita dagli occhi, sì che non possono, nel trattenervisi, ledere in alcuna parte la vista. Ora ascolta, suvvia, quali cose muovano l'animo e apprendi in poche parole donde vengano le cose che vengono nella mente. Anzitutto questo io dico, che molti simulacri di cose in molti modi vagano da ogni parte in tutte le direzioni, e son sottili, e facilmente si congiungono tra loro nell'aria, quando s'incontrano, come ragnatele e foglie d'oro. E infatti questi simulacri sono di tessuto molto più sottile, in confronto a quelli che occupano gli occhi e provocano il vedere, poiché questi penetrano per i pori del corpo e dentro destano la sottile natura dell'animo e ne provocano la sensibilità. E così vediamo Centauri e membra di Scille e canine facce di Cerberi e i simulacri di coloro che sono morti e di cui la terra abbraccia le ossa; poiché simulacri d'ogni genere si muovono in ogni dove, e parte nascono spontaneamente nell'aria stessa, parte son quelli che in qualche modo si staccano dalle varie cose e quelli che son fatti dal comporsi delle figure di questi. Ché certo non viene da cosa viva l'immagine del Centauro, poiché non è mai esistita la natura d'un tale essere vivente, ma, quando le immagini d'un cavallo e d'un uomo per caso s'incontrano, sùbito facilmente aderiscono, come abbiamo detto prima, per la loro sottile natura e il tenue tessuto. Tutte le altre cose di questo genere si producono allo stesso modo. E quando si muovono rapidamente con somma levità, come prima ho mostrato, facilmente con un solo colpo una qualsiasi sottile immagine commuove l'animo nostro; tenue infatti è la mente e mirabilmente mobile anch'essa. Che queste cose avvengano come dico, facilmente puoi conoscere da questo: dal momento che l'uno è simile all'altro, ciò che vediamo con la mente e ciò che vediamo con gli occhi, in simile modo devono avvenire. Ora, dunque, poiché ho chiarito che io vedo, ad esempio, un leone mediante simulacri, quelli che colpiscono gli occhi, si può intendere che la mente in modo simile è mossa mediante simulacri di leoni ‹e› di tutte le altre cose che vede, né più, né meno che gli occhi, ma distingue simulacri più tenui. E, quando il sonno ha rilassato le membra, la facoltà intellettiva dell'animo resta sveglia solo perché ci colpiscono l'animo questi medesimi simulacri della veglia, a tal grado che effettivamente crediamo di vedere colui che, lasciata la vita, è ormai preda della morte e della terra. Perciò la natura fa avvenire questo, perché tutti i sensi del corpo ottusi riposano nelle membra, né possono confutare il falso col vero. Inoltre la memoria è inattiva e langue in sopore, né discorda obiettando che è morto e trapassato già da tempo colui che la mente crede di veder vivo. Quanto al resto, non è sorprendente che i simulacri si muovano e in cadenza agitino le braccia e le altre membra. Infatti accade che nei sogni l'immagine sembri far questo, giacché, quando la prima è sparita e quindi un'altra è nata in altra positura, sembra allora che la prima abbia mutato gesto. Senza dubbio si deve pensare che ciò avvenga in modo celere: tanta è la mobilità, tanta la moltitudine delle immagini, e tanta è l'abbondanza delle particelle in un qualunque minimo tempo percettibile, che può bastare all'effetto. E a questo proposito molte domande si pongono e molti fatti dobbiamo chiarire, se vogliamo esporre appieno le cose. Si chiede anzitutto perché, quando a chiunque sia venuto il capriccio di pensar qualcosa, sùbito la mente pensi proprio quella. Forse i simulacri sono attenti al nostro volere e, appena noi vogliamo, accorre a noi l'immagine, se il mare, se la terra ci sta a cuore, o infine il cielo? Radunanze d'uomini, una processione, conviti, battaglie, ogni cosa la natura crea e appronta a una nostra parola? E questo benché, nella stessa regione e nello stesso luogo, la mente d'altri pensi ogni sorta di cose molto dissimili. Che dire poi, quando in sogno vediamo simulacri avanzare ritmicamente e muovere le flessibili membra, quando alternamente slanciano celeri le flessibili braccia e ripetono il gesto col piede che s'accorda agli occhi? Certo sono imbevuti d'arte i simulacri e addestrati vagano, sì che possono offrire rappresentazioni nelle ore notturne. O non sarà piuttosto vero ciò? Poiché in un singolo momento in cui sentiamo, cioè in cui viene emessa una singola voce, si celano molti momenti, che la ragione scopre esistenti, perciò accade che in qualsiasi momento simulacri d'ogni tipo siano a disposizione e pronti in tutti i vari luoghi: tanta è la mobilità, tanta la moltitudine delle immagini. Perciò, quando la prima è morta e quindi un'altra è nata in altra positura, pare allora che la prima abbia mutato gesto. E poiché sono sottili, l'animo non può discernere distinte se non quelle che cerca di cogliere; quindi tutte quelle che ci sono oltre ad esse, vanno perdute, tranne quelle cui l'animo s'è preparato. Esso, d'altra parte, si prepara e s'aspetta che gli accada di vedere ciò che segue a ogni positura dell'immagine; quindi ciò avviene. Non vedi che anche gli occhi, quando s'accingono a scorgere cose che sono sottili, si tendono con sforzo e si preparano, né senza ciò può accadere che discerniamo distintamente? E tuttavia, anche nel caso di cose manifeste, puoi osservare che, se non volgi ad esse la mente, è come se tutto il tempo la cosa fosse distante e di gran lunga remota. Perché, dunque, meravigliarsi, se l'animo perde tutte le altre cose, tranne quelle alle quali esso è intento? E poi da piccoli segni procediamo alle congetture più vaste e ci irretiamo noi stessi nell'inganno che ci illude. Accade anche talora che non sussegua un'immagine dello stesso genere, ma quella che prima era una donna, sembri starci accanto divenuta uomo sotto i nostri occhi, oppure si seguano facce ed età differenti. Ma il sonno e l'oblio fanno sì che non ce ne stupiamo. A tale proposito desideriamo vivamente che tu fugga un vizioso ragionamento, e con grande cautela eviti l'errore di credere che il chiaro lume degli occhi sia stato creato affinché possiamo vedere, e che le estremità delle gambe e delle cosce fondate sui piedi possano piegarsi per questo, affinché siamo in grado di avanzare a lunghi passi, e ancora, che gli avambracci siano attaccati alle forti braccia e ci siano state date le mani per servirci ‹dall'›una e l'altra parte, affinché possiamo fare ciò che abbisogna per la vita. Tutte le interpretazioni di questo genere mettono il prima al posto del dopo con ragionare stravolto, poiché nessuna cosa è nata nel corpo per questo, affinché potessimo usarne, ma ciò che è nato crea esso l'uso. Né esistette la vista prima che nascessero gli occhi, né il dire con parole prima che la lingua fosse creata, ma piuttosto la nascita della lingua precedette di molto la favella, e le orecchie furono create molto prima che si udisse il suono, e, in breve, tutte le membra esistettero, io credo, prima che esistesse il loro uso. Non poterono quindi crescere per il fine dell'uso. Ma, al contrario, venire alle mani nella zuffa della battaglia e lacerar membra e insozzare di sangue il corpo furono molto prima che volassero i lucidi dardi, e la natura costrinse a evitare la ferita prima che il braccio sinistro opponesse la difesa dello scudo foggiato dall'arte. E senza dubbio l'abbandonare al riposo il corpo stanco è molto più antico che il letto dai morbidi materassi, e il placare la sete nacque prima delle coppe. Si può dunque credere che siano state inventate per l'uso queste cose che sono state scoperte secondo i bisogni della vita. Ma stanno a parte tutte quelle cose che, nate prima esse stesse, dettero poi la nozione della loro utilità. Di tale genere vediamo anzitutto i sensi e le membra; quindi, ancora e ancora, non ti è possibile credere che abbiano potuto esser creati per adempiere l'utile funzione. Di questo, ugualmente, non ci si deve stupire, che il corpo d'ogni vivente cerca il cibo per impulso della propria natura. E infatti ho insegnato che molti corpi fluiscono via e si staccano dalle cose in molti modi, ma più numerosi se ne devono staccare dagli animali. Poiché ‹questi› sono travagliati dal movimento, e molti corpi vanno via col sudore, spremuti dal profondo, molti sono esalati per la bocca, quando essi infiacchiti anelano, per tali motivi, dunque, si dirada il corpo e si strema tutta la loro natura; e a ciò segue il dolore. Perciò si prende il cibo, affinché sorregga le membra e distribuito ricrei le forze, e per membra e per vene sazi l'avido desiderio di nutrimento. Ugualmente l'umore si spande in tutte quelle parti che richiedono umore; e i molti corpi di calore raccolti, che nel nostro stomaco producono un incendio, li dissipa al suo arrivo il liquido e li spegne come fuoco, affinché l'arido calore non possa più ardere le membra. Così dunque, vedi, la sete anelante si deterge dal nostro corpo, così si appaga l'affamata brama. Ora dirò come avviene che possiamo avanzare coi nostri passi quando vogliamo, e che ci sia dato muover le membra in vari modi, e quale forza sia solita spingere innanzi questo gran peso del nostro corpo: tu ascolta attentamente le mie parole. Dico che dapprima simulacri di movimento giungono al nostro animo e lo impressionano, come abbiamo già detto. Quindi nasce il volere; e infatti nessuno comincia a fare qualcosa prima ‹che› la mente preveda quello che vuole fare. E di quello che essa prevede, esiste un'immagine. Dunque, quando l'animo si muove sì che vuole andare e procedere, sùbito sprona la forza dell'anima che è disseminata in tutto il corpo per membra e giunture; e ciò è facile a farsi, poiché all'animo è strettamente congiunta. Poi essa sprona a sua volta il corpo, e così tutta la massa a poco a poco è spinta innanzi e si muove. Inoltre, allora si dirada anche il corpo, e l'aria (come naturalmente deve, giacché sempre è di mobile natura) arriva attraverso le aperture e penetra nei fori in abbondanza, e così si sparge qua e là, fino a tutte le parti minute del corpo. Allora, dunque, avviene che il corpo sia mosso da due cause, operanti da una parte e dall'altra, come una nave spinta dai remi e dal vento. Né tuttavia in ciò fa meraviglia che corpuscoli tanto piccoli possano dirigere un corpo tanto grande e voltare attorno tutto il nostro peso. E infatti il vento, tenue per la sottile sua materia, muove e spinge una grande nave di grande massa, e un'unica mano la guida, con qualunque rapidità proceda, e un unico timone la dirige ovunque piaccia; e per mezzo di carrucole e di ruote una macchina sposta e solleva molte cose di grande peso con uno sforzo lieve. In quali modi il sonno diffonda la quiete per le membra e sciolga dal petto le inquietudini dell'animo, ora esporrò in versi soavi piuttosto che numerosi; così il breve canto del cigno è migliore di quel clamore delle gru disperso tra le eteree nubi dell'austro. Tu prestami fini orecchie e animo sagace, affinché non neghi che possa avvenire ciò che dico e non ti scosti da me con petto che respinge e scaccia le parole veritiere, mentre proprio tu sei in errore e non riesci a discernere. Anzitutto, il sonno si produce quando la forza dell'anima è dispersa per le membra, e una parte, scacciata fuori, è andata via, un'altra, stipata dentro, si è ritratta più nel profondo. Infatti, proprio allora le membra si rilassano e sono cascanti. Giacché non v'è dubbio che per opera dell'anima esiste in noi questo senso; quando il sonno gl'impedisce di esistere, dobbiamo credere che allora l'anima sia stata perturbata e scacciata fuori; tuttavia, non tutta: altrimenti il corpo giacerebbe penetrato dall'eterno freddo della morte. E infatti, se nessuna parte dell'anima rimanesse celata nelle membra, come si cela il fuoco sepolto sotto molta cenere, donde potrebbe il senso riaccendersi d'un tratto nelle membra, come da fuoco invisibile può risorgere la fiamma? Ma spiegherò per quali fattori si produca questo nuovo stato e per quale causa possa perturbarsi l'anima e languire il corpo: tu fa' che io non disperda ai venti le parole. Anzitutto, è inevitabile che dalla parte esterna il corpo, poiché da vicino è toccato dai soffi dell'aria, venga urtato e picchiato dai frequenti colpi di questa; e perciò quasi tutti i corpi sono coperti o di cuoio o anche di conchiglie o di callo o di scorza. Anche la parte interna degli esseri che respirano è sferzata da questa stessa aria, quando viene inspirata ed espirata. Perciò, essendo il corpo battuto da entrambi i lati ed arrivando i colpi, attraverso i piccoli pori, fino alle prime parti e agli elementi primi del nostro corpo, avviene a poco a poco in noi per le membra quasi un crollo. Si sconvolgono infatti le positure degli atomi del corpo e dell'animo. Avviene quindi che una parte dell'anima sia scacciata fuori e una parte si ritragga e si celi nell'interno, un'altra parte, dispersa per le membra, non possa restare in sé connessa, né scambiare movimenti; la natura infatti impedisce gli incontri e sbarra le vie; così, mutati i movimenti, il senso si ritira nel profondo. E poiché non v'è nulla che quasi sorregga le giunture, diventa debole il corpo e languiscono tutte le membra, cadono le braccia e le palpebre, e i ginocchi, anche se si è coricati, spesso si piegano e rilassano le loro forze. Ancora, il sonno segue al pasto, perché i medesimi effetti dell'aria li produce anche il cibo, mentre in tutte le vene si diffonde. E molto più di ogni altro è pesante quel sopore che ti prende se sei sazio o stanco, perché più numerosi elementi allora si sconvolgono, travagliati dal grande sforzo. Parimenti avvengono un più profondo stiparsi di parte dell'anima e una più larga espulsione di un'altra parte all'esterno, mentre all'interno essa è in sé stessa più divisa e dispersa. E l'attività alla quale ognuno di solito è attaccato e attende, o gli oggetti sui quali molto ci siamo prima intrattenuti e nell'occuparsi dei quali è stata più intenta la mente, in questi stessi per lo più nei sogni ci pare d'essere impegnati: gli avvocati credono di perorare cause e confrontare leggi, i generali di combattere e di impegnarsi nella battaglia, i naviganti di sostenere la lotta ingaggiata coi venti, e noi di compiere quest'opera e d'investigare sempre la natura e scoprirla ed esporla in pagine scritte nella lingua dei padri. Così tutte le altre attività e arti per lo più paiono nei sogni tenere prigionieri di fallaci immagini gli animi degli uomini. E chiunque per molti giorni continuamente fu presente e attento agli spettacoli, per lo più vediamo che, quando ha ormai cessato di percepirli coi sensi, conserva tuttavia aperte nella sua mente altre vie, per le quali possono entrare i medesimi simulacri. E così per molti giorni quelle stesse immagini si presentano davanti ai suoi occhi, sì che anche da sveglio crede di veder persone che danzano e muovono le flessibili membra, e di percepire con le orecchie il limpido canto della cetra e la voce delle corde, e di vedere gli stessi spettatori e, insieme, lo splendere dei vari ornamenti della scena. Tanto grande è l'importanza della passione e del piacere e delle occupazioni consuete, non solo per gli uomini, ma anche per tutti gli animali. Vedrai infatti forti cavalli, le cui membra giaceranno distese, tuttavia irrorarsi di sudore nel sonno e ansar senza posa e tender le forze all'estremo, quasi fossero in gara per la vittoria, o le sbarre fossero state aperte † ...... † E spesso i cani dei cacciatori, pur mollemente addormentati, tuttavia dimenano d'improvviso le zampe e emettono d'un tratto latrati e aspirano frequentemente con le nari l'aria, come se avessero scoperto tracce di fiere e le seguissero; e spesso, essendosi svegliati, inseguono vane immagini di cervi, quasiché li vedessero lanciati nella fuga, finché, dissipati gli errori, ritornano in sé. Ma la carezzevole prole dei cuccioli, avvezza a vita domestica, in fretta scuote via e solleva da terra il corpo, quasiché vedesse figure e facce ignote. E quanto più una razza è feroce, tanto più nel sonno essa deve infuriare. Ma i variopinti uccelli fuggon via e, sbattendo le ali, d'un tratto turbano durante la notte i boschi sacri, se nel dolce sonno sembrò loro di vedere sparvieri dare battaglia e far zuffa perseguitandoli a volo. Inoltre le menti degli uomini, che con grandi movimenti producono grandi cose, spesso nei sogni le fanno e le svolgono parimenti: i re espugnano, son fatti prigionieri, si gettano nella mischia, emettono grida come se fossero scannati in quel punto stesso. Molti lottano all'ultimo sangue e mandano gemiti di dolore e, come se fossero dilaniati dai morsi d'una pantera o d'un feroce leone, riempiono tutto di grandi grida. Molti nel sonno parlano di cose gravi, e così parecchi denunziarono proprie colpe. Molti affrontano la morte. Molti, come se da alti monti precipitassero a terra con tutto il peso del corpo, sono sconvolti dalla paura e, destandosi, come mentecatti a stento tornano in sé, perturbati dal rimescolìo del corpo. Similmente, un assetato si siede presso un corso d'acqua o un'amena sorgente e con le fauci ingoia quasi tutto il fiume. Spesso persone pudiche, se avvinte dal sonno credono di sollevare la veste davanti a una latrina o a un vaso da notte, spandono il liquido filtrato attraverso tutto il corpo, e le coperte babilonesi, dal magnifico splendore, ne sono bagnate. E a quelli cui pei canali adolescenti la prima volta s'insinua il seme, quel giorno stesso della maturazione che l'ha prodotto nelle membra, arrivano di fuori simulacri emessi da vari corpi, nunzi di uno splendido volto e di un bel colorito, che stimola ed eccita le parti turgide di molto seme, sì che spesso, come se tutto avessero compiuto, spandono larghi fiotti di liquido e imbrattano la veste. Si agita ‹in› noi questo seme, di cui ho parlato prima, appena l'adolescenza rafforza le membra. Giacché diverse cause eccitano e provocano diversi oggetti: dall'uomo, solo l'attrattiva dell'uomo fa scaturire il seme umano. E appena questo, emesso dalle sue sedi, esce, attraverso le membra e le giunture si ritira da tutto il corpo, raccogliendosi in determinate regioni nervose, e immediatamente eccita proprio gli organi genitali. Le parti stimolate inturgidiscono di seme e nasce la voglia di emetterlo là verso dove è protesa la furente brama, e il corpo cerca quello da cui la mente è ferita d'amore. Giacché tutti solitamente cadono sulla ferita, e il sangue spiccia in quella direzione da cui è giunto il colpo e, se il nemico è vicino, il rosso liquido lo copre. Così, dunque, chi riceve i colpi dai dardi di Venere, lo trafigga un fanciullo di membra femminee o una donna che da tutto il corpo irraggi amore, tende verso là donde è ferito, e anela a congiungersi, e in quel corpo spandere l'umore tratto dal corpo. Ché il muto desiderio presagisce il piacere. Questa è Venere per noi; e di qui viene il nome di amore, di qui quella goccia della dolcezza di Venere stillò prima nel cuore, e le susseguì il gelido affanno. Infatti, se è assente l'oggetto del tuo amore, son tuttavia presenti le sue immagini, e il dolce nome non abbandona le tue orecchie. Ma conviene fuggire quelle immagini e respingere via da sé ciò che alimenta l'amore e volgere la mente ad altro oggetto e spandere in altri corpi, quali che siano, l'umore raccolto, e non trattenerlo essendo rivolto una volta per sempre all'amore d'una persona sola, e così riservare a sé stesso affanno e sicuro dolore. Giacché la piaga s'inacerbisce e incancrenisce, a nutrirla, e di giorno in giorno la follia aumenta e la sofferenza s'aggrava, se non scacci con nuove piaghe le prime ferite, e non le curi vagando con Venere vagabonda mentre sono ancora fresche, o trovi modo di rivolgere altrove i moti dell'animo. Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l'amore, ma piuttosto coglie le gioie che sono senza pena. Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro che ai malati d'amore. Infatti nel momento stesso del possedere fluttua ed erra incerto l'ardore degli amanti, né sanno che cosa debbano prima godere con gli occhi e le mani. Quel che hanno desiderato, lo premono strettamente, e fanno male al corpo, e spesso infiggono i denti nelle labbra, e urtano bocca con bocca nei baci, perché non è puro il piacere e assilli occulti li stimolano a ferire l'oggetto stesso, quale che sia, da cui sorgono quei germi di furore. Ma lievemente attenua le pene Venere nell'atto di amore e il carezzevole piacere, commisto, raffrena i morsi. Giacché in ciò è la speranza: che dallo stesso corpo da cui è nato l'ardore, possa anche essere estinta la fiamma. Ma la natura oppone che ciò avviene tutto al contrario; e questa è l'unica cosa per cui, quanto più ne possediamo, tanto più il petto riarde d'una crudele brama. Difatti cibo e bevanda sono assorbiti dentro le membra; e poiché possono occupare determinate parti, perciò la sete e la fame si saziano facilmente. Ma di una faccia umana e di un bel colorito nulla, di cui si possa godere, penetra nel corpo, tranne tenui simulacri, che spesso trascinano la mente con una misera speranza. Come quando in sogno un assetato cerca di bere e non gli è data bevanda che nelle membra possa estinguere l'arsura, ma a simulacri di acque aspira e invano si travaglia e in mezzo a un fiume impetuoso bevendo patisce la sete, così in amore Venere con simulacri illude gli amanti, né possono saziare i propri corpi contemplando corpi pur vicini, né sono in grado di strappar via qualcosa dalle tenere membra con le mani errando incerti su per tutto il corpo. E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere, e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo, s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra; ma invano; perché non possono strapparne nulla, né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo; infatti sembra talora che vogliano farlo e che per questo lottino: tanto ardentemente si tengono avvinti nelle strette di Venere, finché le membra si sciolgono, sfinite dalla forza del piacere. Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo, segue una piccola pausa dell'ardore violento, per poco. Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore, quando essi stessi non sanno ciò che bramano ottenere, né sono in grado di trovare che mezzo possa vincere quel male: in tanta incertezza si consumano per una piaga nascosta. Aggiungi che sciupano le forze e si struggono nel travaglio; aggiungi che si trascorre la vita al cenno di un'altra persona. Son trascurati i doveri, e ne soffre il buon nome e vacilla. Frattanto il patrimonio si dilegua, e si converte in profumi babilonesi, e bei sandali di Sicione ai piedi ridono, s'intende, e grandi smeraldi con la verde luce sono incastonati nell'oro, e la veste color di mare è consunta assiduamente, e maltrattata beve il sudore di Venere; e i beni ben guadagnati dai padri diventano bende, diademi, talora si cangiano in un mantello femminile e in tessuti di Alinda e di Ceo. S'apparecchiano conviti con splendide tovaglie e vivande, giochi, coppe senza risparmio, unguenti, corone, serti, ma invano, perché di mezzo alla fonte delle delizie sorge qualcosa di amaro che pur tra i fiori angoscia, o quando per caso l'animo conscio s'angustia per il rimorso d'una vita trascorsa nell'inerzia e perduta nelle orge, o perché lei ha lanciato, lasciandone in dubbio il senso, una parola, che confitta nel cuore appassionato divampa come fuoco, o perché gli sembra che troppo lei occhieggi o che il suo sguardo sia attratto da un altro, e nel suo volto vede le tracce d'un sorriso. E questi mali si trovano in un amore che dura ed è felice al più alto grado; ma, se è infelice e senza speranza, ci sono mali che puoi cogliere anche ad occhi chiusi, innumerevoli; sì che è meglio stare prima all'erta, come ho insegnato, e guardarsi dall'essere adescati. Difatti evitare di cadere nei lacci d'amore non è così difficile come districarsi, una volta presi in mezzo alle reti, e forzare i possenti nodi di Venere. E tuttavia, anche avviluppato e inceppato, potresti sfuggire all'insidia, se proprio tu non opponessi ostacoli a te stesso, e non ti celassi in primo luogo tutti i difetti dell'animo o quelli del corpo di colei che prediligi e desideri. Questo infatti fanno per lo più gli uomini ciechi di passione, e attribuiscono alle amate pregi ch'esse non posseggono davvero. Così vediamo che donne in molti modi deformi e laide sono adorate e godono del più alto onore. E poi s'irridono a vicenda, e l'uno invita l'altro a placare Venere, perché lo affligge un brutto amore, e spesso non scorge, l'infelice, i propri mali, che sono i più grandi. La nera "ha il colore del miele", la sudicia e fetida è "disadorna", se ha occhi verdastri è "l'immagine di Pallade", se è nervosa e secca è "una gazzella", la piccoletta, la nanerottola, è "una delle Grazie", è "tutta puro sale", la corpulenta e smisurata è "un prodigio" ed è "piena di maestà". La balbuziente, che non può parlare, "cinguetta", la muta è "pudica"; e l'irruente, odiosa, linguacciuta è "tutta fuoco". Diventa "un sottile amorino", quando non può vivere per la consunzione; se poi è già morta di tosse, è "delicata". E la turgida e popputa è "Cerere stessa dopo aver partorito Bacco", la camusa è "una Silena" e "una Satira", la labbrona è "un bacio". Troppo mi dilungherei, se tentassi di dire tutte le altre cose di questa specie. Ma tuttavia sia pure bella in volto quanto vuoi, sia tale che da tutte le sue membra promani il potere di Venere: certo ce ne sono anche altre; certo senza di lei siamo vissuti per l'addietro, certo ella fa in tutto, e noi sappiamo che le fa, le stesse cose che fa la brutta, e da sé stessa, misera, s'appesta di odori nauseanti: fuggono allora le ancelle lontano da lei e furtivamente sghignazzano. Ma l'amante escluso, piangendo, spesso copre di fiori e ghirlande la soglia, e profuma di maggiorana la porta superba, e addolorato imprime baci sui battenti; ma se, alfine ricevuto, lo investisse nell'entrare una sola di quelle esalazioni, cercherebbe speciosi pretesti per andar via, e cadrebbe il lamento, a lungo meditato, ripreso da lontano, e in quel punto egli si taccerebbe di stoltezza, perché vedrebbe d'avere attribuito a lei più di quanto conviene concedere a una mortale. Né questo sfugge alle nostre Veneri; perciò tanto più esse celano con la massima cura tutti i retroscena della vita a costoro che vogliono tenere saldamente avvinti nei vincoli d'amore, ma invano, perché tu con la mente hai pur sempre il potere di trarli tutti alla luce e di scrutare tutto ciò che può essere oggetto di riso, e, se lei è di animo amabile e non è odiosa, a tua volta puoi lasciar correre ‹e› perdonare all'umana limitatezza. Né sempre di finto amore sospira la donna, quando, abbracciando il corpo dell'amante, col proprio corpo lo congiunge, e lo tiene avvinto, dando umidi baci sulle labbra che sugge. Difatti spesso lo fa di cuore e, cercando condivisi piaceri, lo stimola a raggiungere la meta dell'amore. Non potrebbero altrimenti gli uccelli, gli armenti e le fiere e le greggi e le cavalle sottomettersi ai maschi, se la stessa natura loro non entrasse in calore, non ardesse traboccando e non rispondesse con gioia alla Venere di quelli che dan loro l'assalto. Non vedi anche come quelli che vicendevole piacere ha avvinti, spesso nei legami comuni si travagliano? Quanto spesso nei trivi i cani, anelando a distaccarsi, bramosamente tirano con tutte le forze in direzioni opposte, mentre restano tuttavia stretti nei possenti lacci di Venere! Questo non lo farebbero mai, se non conoscessero mutui piaceri, capaci di farli cadere nella rete e tenerli avvinti. Dunque, ancora e ancora, come dico, il piacere è condiviso. E quando, nel frammischiarsi dei semi, per avventura la femmina con sùbita forza ha vinto e travolto la forza del maschio, allora i figli nascono simili alle madri per effetto del seme materno, come ai padri per il seme paterno. Ma quelli che vedi partecipi d'ambedue gli aspetti, mescolare, l'uno accosto all'altro, i volti dei genitori, crescono dal corpo paterno e dal sangue materno, quando il concorde, mutuo ardore ha spinto a incontrarsi i semi eccitati per le membra dagli stimoli di Venere, e nessuno dei due ha vinto, né è stato vinto. Avviene anche talora che possano nascere figli simili agli avi, e spesso riproducano gli aspetti dei bisavoli, perché spesso i genitori celano nel proprio corpo molti principi mescolati in molti modi, che, provenienti dal ceppo originario, son trasmessi da padri ad altri padri: così Venere con varia sorte forma gli aspetti e riproduce i volti e le voci e i capelli degli antenati; giacché questi sono creati in noi ‹da› semi determinati, non meno che le facce e i corpi e le membra. E figlie femmine sorgono dal seme paterno e maschi nascono plasmati dal corpo materno. Sempre infatti il parto è prodotto da duplice seme, e quello dei due cui più rassomiglia chi vien procreato, è lui che ha dato la parte più grande; come puoi scorgere, si tratti di maschio rampollo o di prole femminile. Né divine potenze rifiutano ad alcuno il seme generativo, perché non venga mai chiamato padre dai dolci nati e in sterili amori trascorra l'esistenza; come credono sovente gli uomini, e mesti cospargono di molto sangue le are e bruciano offerte sugli altari, perché possano far gravide le mogli con seme abbondante. Invano affaticano la potenza degli dèi e gli oracoli. Giacché sterili sono, parte a causa di seme troppo denso, altri, per contro, perché il seme è liquido e sottile più del giusto. Il sottile, poiché non può fissare la sua aderenza alle parti, sùbito scorre via e torna indietro senza fecondare. Il seme troppo denso, inoltre, poiché per quegli altri nell'emissione è più tenace del giusto, o non vola via con lancio abbastanza lungo, o non può penetrare egualmente nelle parti, o, sebbene sia penetrato, si mescola a stento col seme femminile. Si vede infatti che molto differiscono le armonie di Venere. E alcuni più fan pregne alcune donne, e da altri meglio altre accolgono il peso e diventano gravide. E molte furono per l'addietro sterili in più matrimoni e tuttavia alfine trovarono l'uomo dal quale poterono generare fanciullini e arricchirsi di dolce parto. E spesso anche per uomini, cui prima nella casa le mogli, benché feconde, non avevano potuto partorire, fu trovata la natura confacente, sì che poterono munire di figli la vecchiaia. A tal punto importa che i semi possano mischiarsi coi semi in un modo atto alla generazione, e che i densi s'uniscano coi liquidi e i liquidi coi densi. E in ciò ha importanza con quale vitto la vita si sostenti; e infatti per alcuni cibi s'ingrossano i semi nelle membra e per altri, al contrario, si assottigliano e si struggono. E in quali modi si goda lo stesso carezzevole piacere, è anche cosa di grande importanza; difatti si crede per lo più che nella positura delle fiere e alla maniera dei quadrupedi le mogli concepiscano meglio, perché così i semi possono raggiungere le proprie sedi, quando il petto è chinato e son sollevati i fianchi. Né le mogli han punto bisogno di movimenti voluttuosi. Giacché la donna s'impedisce di concepire e contrasta, se godendo risponde essa stessa con le anche alla Venere dell'uomo e con tutto il petto che s'agita flessuoso provoca il fiotto: infatti scosta il solco dal retto percorso del vomere e svia dalle sue sedi il getto del seme. E così son solite agitarsi le meretrici per propria utilità, per non essere fatte pregne sovente e giacer gravide, e insieme perché l'atto stesso di Venere sia agli uomini più grato; ma di ciò è evidente che le nostre spose non hanno bisogno. E non avviene per volere divino talora o per le saette di Venere che una donnetta di aspetto meno leggiadro sia amata. Giacché la donna stessa talvolta, col suo fare e coi modi compiacenti e col corpo finemente curato, riesce ad avvezzar‹ti› facilmente a trascorrere la vita con lei. Del resto, la consuetudine fa nascere l'amore; giacché ciò che è percosso da colpi continui, benché lievi, tuttavia in lungo tratto di tempo è vinto e cede. Non vedi come anche le gocce d'acqua che cadono sopra le rocce, in lungo tratto di tempo bucano le rocce?
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