Tito LucrezioCaro (55? - 99? ac)
LIBRO IV

 

 

            Percorro remote regioni delle Pieridi, ove nessuno prima

impresse orma. Godo ad appressarmi alle fonti intatte

e bere, e godo a cogliere nuovi fiori

e comporre per il mio capo una corona gloriosa,

di cui prima a nessuno le Muse abbiano velato le tempie;

anzitutto perché grandi cose io insegno, e cerco

di sciogliere l'animo dagli stretti nodi della superstizione;

poi perché su oscura materia compongo versi tanto luminosi,

tutto cospargendo col fascino delle Muse.

Infatti anche questo appare non privo di ragione;

ma, come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli

il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,

cospargono col dolce e biondo liquore del miele,

perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,

non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara

bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,

ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;

così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare

troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,

e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti

la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,

e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,

per provare se per caso potessi in tal modo tenere

avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta

la natura e senti a fondo il vantaggio.

            E, poiché ho insegnato quale sia la natura dell'animo

e di quali elementi costituita viva in unione col corpo

e in che modo, una volta divisa, torni ai primi principi,

ora comincerò a dirti ciò che con queste cose è connesso

strettamente: esistono quelli che chiamiamo simulacri delle cose;

i quali, come membrane strappate dalla superficie delle cose,

volteggiano qua e là per l'aria; e sono essi stessi

che atterriscono gli animi, presentandosi a noi,

sia mentre vegliamo, sia nel sonno, quando spesso osserviamo

figure strane e spettri di gente che ha perduto la luce della vita,

i quali spesso, mentre languivamo addormentati, paurosamente

ci svegliarono: perché non crediamo, per caso, che le anime

fuggano dall'Acheronte o che le ombre volteggino tra i viventi

o che qualcosa di noi possa durare dopo la morte,

quando il corpo e la natura dell'animo insieme disfatti

si sono disgregati nei loro diversi principi primi.

Dico dunque che immagini delle cose e tenui figure

sono emesse dalle cose e si staccano dalla loro superficie.

Ciò si può conoscere di qui, anche con mente ottusa.

            [Ma, poiché ho insegnato quali siano i principi

di tutte le cose e quanto differenti per varietà di forme

spontaneamente volteggino, stimolati da moto eterno,

e in che modo da questi si possa produrre ogni cosa,

ora comincerò a dirti ciò che con queste cose è connesso

strettamente: esistono quelli che chiamiamo simulacri delle cose,

cui si può dare quasi il nome di membrane o di corteccia,

poiché l'immagine presenta aspetto e forma simile all'oggetto,

qualunque sia, dal cui corpo essa appare emanata per vagare.]

            Anzitutto, poiché molte tra le cose visibili emettono

corpi, in parte liberamente diffusi,

come la legna emette fumo e il fuoco calore,

e in parte più strettamente contesti e densi, come si vede

talora, quando le cicale in estate depongono le fini tuniche,

e quando i vitelli nascendo lasciano cadere membrane

dalla superficie del corpo, e similmente quando la lubrica

serpe lascia tra i pruni la veste: infatti spesso vediamo

i pruneti coperti di svolazzanti spoglie di serpi -

poiché tali cose accadono, una tenue immagine deve pure

dalle cose essere emessa, staccarsi dalla superficie delle cose.

Infatti, perché cadano e si scostino dalle cose quegli oggetti

piuttosto che altri più sottili, non è possibile dire;

tanto più che le cose hanno in superficie molti corpi

minuti, tali che possono volarne via nello stesso ordine

in cui erano, conservando la forma esteriore,

tanto più velocemente, quanto meno possono essere impediti,

pochi come sono, e collocati in prima linea.

Giacché certo vediamo molte cose emettere particelle e spanderle in abbondanza,

non solo dal profondo e dall'intimo, come abbiamo detto prima,

ma anche dalla superficie: e ciò avviene spesso per il loro stesso colore.

E generalmente fanno questo i velari gialli e rossi

e color di ruggine, quando, tesi su grandi teatri,

oscillano e fluttuano, spiegati ovunque tra pali e travi:

ivi infatti colorano sotto di sé il pubblico delle gradinate

e tutto lo sfoggio della scena ‹e la splendida folla dei senatori›,

e li costringono a fluttuare nei loro colori.

E quanto più sono chiuse, tutt'intorno, le pareti

del teatro, tanto più ciò che è dentro, soffuso di grazia,

ride tutto nella raccolta luce del giorno.

Dunque, se le tele emettono dalla superficie il colore,

ogni oggetto deve anche emettere immagini tenui,

poiché in ambo i casi è dalla superficie che avviene il lancio.

Ci sono dunque, senz'altro, sicure tracce di forme,

che dovunque volteggiano fornite di un sottile tessuto,

né si possono vedere separate ad una ad una.

Inoltre, ogni odore, fumo, calore e altre cose

consimili, perciò traboccano dalle cose, disperdendosi,

perché, venendo dalle profondità, al cui interno son sorti,

si scindono nel cammino sinuoso, né le vie hanno varchi diretti

per cui possano affrettarsi a uscire insieme, dopo esser insieme sorti.

Per contro, quando vien lanciata la tenue membrana d'un colore

che si trova alla superficie, non c'è nulla che possa lacerarla,

perché, collocata in prima linea, ha sgombro il cammino.

Infine, tutti i simulacri che ci appaiono negli specchi,

nell'acqua e in ogni superficie risplendente,

giacché sono dotati di aspetto simile alle cose,

devono consistere di immagini emesse da queste.

Ci sono dunque tenui immagini delle forme, simili ad esse,

che, sebbene nessuno le possa discernere ad una ad una,

tuttavia, rinviate indietro con assiduo e frequente riflesso,

rimandano dal piano degli specchi la visione,

e si vede che non possono altrimenti conservarsi,

in modo che sian riflesse figure tanto simili a ciascun oggetto.

            E ora apprendi di che tenue natura consti l'immagine.

E in primo luogo, considera quanto i primi principi

sono al di sotto dei nostri sensi e quanto più piccoli delle cose

che gli occhi primamente cominciano a non potere più scorgere.

Ora, tuttavia, affinché io ti confermi anche questo, apprendi

in poche parole quanto siano sottili i principi di tutte le cose.

Anzitutto, già ci sono alcuni animali talmente piccoli

che una terza parte di loro non si può in alcun modo vedere.

Un viscere qualunque di questi, come si deve credere che sia?

E il globo del cuore o dell'occhio? E le membra? E gli arti?

Quanto son piccini? Che dire poi di ciascuno dei primi principi

di cui deve constare la loro anima e la natura dell'animo?

Non vedi forse quanto siano sottili e quanto minuti?

Inoltre, tutte le cose che emanano dal proprio corpo

un odore acre, la panacea, il ripugnante assenzio

e l'abrotono greve e l'amara centaurea:

se per caso ‹premi› un poco tra due ‹dita› una qualunque di queste,

‹un forte odore aderirà alle tue dita...› ...

e non riconoscere piuttosto che molti simulacri di cose vagano

in molti modi, non dotati di forza propria e privi di sensibilità?

            Ma, affinché tu non creda, per caso, che vadano vagando solo

quei simulacri che si distaccano dalle cose, e non altri,

esistono anche quelli che si generano spontaneamente

e si formano da soli in questa regione del cielo

che si chiama aria, e foggiati in molti modi volano in alto,

come talora vediamo le nuvole facilmente formarsi nell'alto

del cielo e oscurare il sereno aspetto del firmamento,

accarezzando l'aria col moto: ché spesso si vedono volare

volti di Giganti e spander l'ombra per ampio spazio,

talora grandi monti e macigni divelti

dai monti avanzare e passar davanti al sole,

poi una belva tirarsi dietro altri nembi e guidarli.

E fondendosi non cessano di mutare il proprio aspetto

e assumere contorni di forme d'ogni specie.

            Ora, in che facile e celere modo si generino quei simulacri,

e di continuo fluiscano dalle cose e staccatisi s'allontanino,

‹io esporrò...› ...

sempre infatti ciò che è all'estrema superficie trabocca

dalle cose, sì che esse possono emetterlo. E quando ciò raggiunge

altre cose, le attraversa, come fa soprattutto con la stoffa.

Ma, quando ha raggiunto aspre rocce o legname, lì sùbito

si lacera, sì che non può rimandare alcun simulacro.

Ma, quando fanno ostacolo oggetti risplendenti e densi,

qual è soprattutto lo specchio, niente di simile accade.

Infatti non può attraversarli, come la stoffa, né d'altra parte

può lacerarsi: a conservarlo così illeso provvede la levigatezza.

Perciò avviene che di lì tornino a noi riflessi i simulacri.

E per quanto subitamente, in qualsiasi momento, tu ponga

una cosa qualunque contro uno specchio, appare l'immagine;

sì che puoi conoscere che sempre fluiscono dalla superficie

dei corpi tessuti tenui e tenui figure delle cose.

Dunque, molti simulacri in breve tempo si generano,

sì che a ragione può dirsi che per tali cose sia celere il nascere.

E come il sole deve spandere in breve tempo molti

raggi perché continuamente tutto ne sia pieno,

così dalle cose, parimenti e per simile ragione, devono

in un istante effondersi molti simulacri di cose,

in molti modi, da ogni parte, in tutte le direzioni;

giacché, ovunque volgiamo alle superfici delle cose

lo specchio, le cose vi si riflettono con simile forma e colore.

Inoltre, il cielo, anche se fu or ora in uno stato di estrema limpidezza,

con la massima celerità diventa orridamente torbido,

sì che potresti credere che da ogni parte le tenebre abbiano tutte

lasciato l'Acheronte e abbiano riempito le grandi caverne del cielo:

a tal punto, sorta la tetra notte dei nembi,

incombono dall'alto volti di cupa paura;

e tuttavia, di questi quanto piccola parte sia l'immagine,

non c'è alcuno che possa dirlo, né a parole renderne conto.

            E ora, con che celere moto procedano i simulacri

e quale mobilità nell'attraversare a nuoto l'aria sia ad essi data,

sì che in lungo tragitto si consuma breve tempo,

quale che sia il luogo a cui ciascuno con diverso impulso tende,

esporrò in versi soavi piuttosto che numerosi;

così il breve canto del cigno è migliore di quel clamore

delle gru disperso tra le eteree nubi dell'Austro.

Anzitutto, molto spesso si può vedere che le cose leggere

e fatte di corpi minuti sono celeri.

Di tale specie sono, certo, la luce del sole e il suo calore

perché sono fatti di elementi minuti,

che vengono quasi battuti e non esitano ad attraversare

l'aria interposta, incalzati dal colpo susseguente.

Sùbito infatti luce succede a luce e, come in serie

ininterrotta, splendore è stimolato da splendore.

Perciò bisogna che i simulacri parimenti possano

trascorrere in un istante attraverso uno spazio

inimmaginabile, anzitutto perché c'è una piccola causa

lontano, da tergo, che li sospinge e li caccia innanzi,

quando, del resto, essi procedono con tanto alata levità;

poi perché vengono emessi dotati di un tessuto così rado

che posson penetrare facilmente in cose di qualunque tipo

e, per così dire, infiltrarsi attraverso l'aria interposta.

Inoltre, se quelle particelle che son mandate fuori

dalle intime profondità delle cose, come la luce

e il calore del sole, in un momento si vedono staccarsi

e diffondersi per tutto lo spazio del cielo

e volare su per il mare e le terre e inondare il cielo,

che avverrà allora di quelle che son già pronte in prima linea,

quando vengono lanciate via e nulla ne ritarda il dipartirsi?

Non vedi quanto più presto e più lontano debbono andare,

e correre attraverso una distesa di spazio molto più grande,

nel tempo stesso in cui i raggi del sole si spandono per il cielo?

Anche questa sembra essere una prova sopra tutte vera

del celere moto con cui procedono i simulacri delle cose:

appena si pone sotto il cielo sereno un'acqua limpida,

sùbito, se il cielo è stellato, puri

rispondono nell'acqua i raggianti astri del firmamento.

Non vedi, dunque, ormai come in un istante l'immagine

cada dalle plaghe dell'etere nelle plaghe terrene?

            Perciò, ancora e ancora, devi riconoscere che con mirabile

‹rapidità sono emessi dalle cose›

corpi che feriscono gli occhi e provocano il vedere.

E continuamente fluiscono da certe cose gli odori;

come il fresco dai fiumi, il calore dal sole, dalle onde del mare

l'esalazione che corrode i muri intorno alle spiagge.

Né cessano varie voci di volteggiare per l'aria.

Ancora, spesso entra nella bocca un'umidità di sapore salmastro

quando camminiamo lungo il mare; e d'altra parte, quando

guardiamo mescolare un infuso d'assenzio, ci punge l'amaro.

A tal punto è vero che da tutte le cose emanazioni d'ogni tipo

fluendo si staccano e da ogni parte si diffondono in tutte

le direzioni, né sosta né requie è mai dato frapporre al fluire,

giacché di continuo i nostri sensi ne sono impressionati,

e sempre possiamo vedere ogni cosa, percepirne odori e suoni.

Inoltre, giacché una forma palpata con le mani

nelle tenebre si riconosce in certo modo uguale a quella

che si discerne alla luce e nel luminoso fulgore,

da una simile causa devono essere mossi il tatto e la vista.

Ora, dunque, se tastiamo un oggetto quadrato e di questo

riceviamo l'impressione nelle tenebre, nella luce che cosa

potrà offrirsi quadrata allo sguardo, se non la sua immagine?

È quindi evidente che la causa del vedere sta nelle immagini

e che senza di queste non può essere veduta cosa alcuna.

            Ora, quei simulacri di cui parlo, procedono

da ogni parte e si lanciano e diffondono in ogni direzione.

Ma, poiché noi possiamo vedere soltanto con gli occhi,

perciò accade che, ove volgiamo lo sguardo, ivi tutte le cose

gli si fanno incontro e lo colpiscono con la forma e il colore.

E quanto ogni cosa sia da noi distante, è l'immagine

che ce lo fa vedere e procura che lo determiniamo.

Infatti, quando viene emessa, sùbito caccia innanzi e spinge

l'aria, quale che sia, che si trova interposta fra essa e gli occhi,

e così questa scorre tutta nel nostro sguardo

e quasi asterge le pupille, e così passa.

Perciò accade che vediamo quanto ogni cosa sia lontana.

E quanta più aria è agitata innanzi a noi

e quanto più lungo è il soffio che asterge i nostri occhi,

tanto più ogni cosa si vede remota nella lontananza.

Queste cose si svolgono, ben inteso, con celerità somma,

sì che vediamo insieme quale sia ogni cosa e quanto disti.

In tale riguardo non dobbiamo affatto meravigliarci

perché i simulacri che colpiscono gli occhi non possano

essere veduti a uno a uno e invece le cose stesse sono scorte.

Giacché, anche quando il vento ci sferza a poco a poco

e quando il freddo aspro s'insinua, non soliamo sentire

ogni singola particella di quel vento e di quel freddo,

bensì l'insieme, e vediamo allora che il nostro corpo

subisce colpi proprio come se qualche cosa

ci sferzasse e ci desse la sensazione del suo corpo dall'esterno.

Inoltre, quando picchiamo una pietra con un dito,

tocchiamo solo la superficie del sasso e il colore esteriore,

eppure non sentiamo questo col tatto, bensì sentiamo

la durezza stessa del sasso nell'intima profondità.

            Ora, suvvia, apprendi perché l'immagine si veda

al di là dello specchio: giacché certo appare discosta nel fondo.

Così è delle cose che son vedute realmente fuori, attraverso

una porta, quand'essa offre attraverso a sé una vista aperta,

e molte cose fa sì che dalla casa siano vedute fuori.

Giacché anche questa visione si produce per una duplice aria.

Prima infatti si scorge in tal caso l'aria al di qua degli stipiti,

seguono poi gli stessi battenti a destra e a sinistra,

successivamente asterge gli occhi la luce di fuori,

poi l'altra aria e quelle cose che sono vedute realmente fuori.

Così, appena l'immagine dello specchio si è lanciata avanti,

mentre viene alle nostre pupille, caccia innanzi e spinge

l'aria, quale che sia, che si trova interposta fra essa e gli occhi,

e fa sì che possiamo sentire tutta questa prima che lo specchio.

Ma, quando abbiamo percepito anche lo specchio stesso,

sùbito l'immagine che da noi procede perviene

a questo, e riflessa ritorna verso i nostri occhi,

e sospinge e fa scorrere innanzi a sé altra aria,

e fa sì che vediamo questa prima di lei stessa,

e per ciò sembra distare dallo specchio tanto discosta.

Quindi, ancora e ancora, non è giusto che ci si meravigli

‹che il medesimo fenomeno dell'apparire al di là, avvenga

sia per le cose che si vedono attraverso la porta, sia›

per quelle che rimandano dal piano degli specchi la visione,

giacché da duplice aria è prodotta la cosa in ambo i casi.

Ora, quella che per noi è la parte destra delle membra,

negli specchi accade che appaia a sinistra, perché l'immagine,

quando arriva e urta contro il piano dello specchio,

non si volta girando su sé stessa e restando inalterata,

ma è rovesciata dritta, come se uno sbatta una maschera

di creta, prima che sia asciutta, contro un pilastro o una trave,

ed essa conservi immediatamente dritta di fronte

la propria figura e riproduca sé stessa rovesciata indietro.

Accadrà che quell'occhio che prima era destro, ora

sia sinistro, e reciprocamente il sinistro diventi destro.

Anche accade che da specchio a specchio si trasmetta l'immagine,

sì che sogliono prodursi anche cinque ‹o› sei simulacri.

Infatti quanti oggetti saranno nascosti là dietro, in una parte più interna,

di lì, benché remoti in fondo ad un tortuoso andirivieni,

sarà possibile tirarli fuori tutti per serpeggianti passaggi

mediante più specchi e vedere che sono dentro la casa.

Tanto è vero che di specchio in specchio si riflette l'immagine

e, quando è stata porta la sinistra, accade poi che si muti in destra,

quindi ritorna di nuovo indietro e riprende la stessa posizione.

Anzi, tutti gli specchi che hanno facce laterali

dotate di una curvatura simile a quella dei nostri fianchi,

per questo ci rimandano i simulacri senza rivoltarli,

o perché l'immagine è trasmessa da una parte all'altra dello specchio

e di lì vola verso di noi rovesciata due volte, o anche perché

l'immagine, quando è arrivata, fa un giro su sé stessa per questa

cagione, che la curva forma dello specchio le insegna di volgersi

in giro verso di noi. Può sembrarti, per di più, che i simulacri

camminino di pari passo e posino il piede insieme con noi e imitino

i nostri gesti, perché da quella parte dello specchio da cui ti ritiri,

sùbito di lì non possono riflettersi i simulacri;

giacché la natura costringe tutte le cose a riflettersi

e rimbalzare dalle cose, rimandate indietro con angoli eguali.

            Gli occhi, poi, rifuggono le cose splendenti e evitano di fissarle.

Il sole finanche acceca, se continui a tendere lo sguardo

contro di esso, perché grande è la sua forza, e dall'alto

attraverso l'aria pura pesantemente i simulacri piombano

e feriscono gli occhi perturbandone le compagini.

Inoltre ogni splendore che è penetrante, sovente

brucia gli occhi perché contiene molti semi di fuoco,

che negli occhi producono dolore insinuandosi.

            Giallastre inoltre diventano tutte le cose che fissano

gli itterici, perché dal corpo di questi fluiscono

molti semi di color giallastro e vanno a incontrare i simulacri

delle cose, e molti sono per di più mescolati nei loro occhi

e con il loro contatto dipingono ogni oggetto di pallore.

            E dall'oscurità vediamo le cose che sono nella luce

perché, quando la nera aria della caligine, che è più vicina,

è entrata per prima negli occhi aperti e li ha occupati,

la segue sùbito una raggiante aria luminosa

che, per così dire, li purga e spazza via le nere ombre

dell'altra aria; infatti quest'aria è molte volte

più mobile e molte più minuta e più possente.

Appena essa ha riempito di luce le vie degli occhi

e ha dischiuso quelle che prima aveva invase l'aria

‹nera›, senza indugio seguono i simulacri delle cose

che si trovano nella luce e ci stimolano a vedere.

Per contro non possiamo far ciò dalla luce nell'oscurità

perché l'aria della caligine, che è più spessa,

segue seconda ed empie tutti i canali

e invade le vie degli occhi, sì che nessun simulacro

delle cose può lanciarsi in essi e stimolarli.

            E quando vediamo da lungi le quadrate torri d'una città,

per ciò spesso avviene che sembrino rotonde,

perché di lontano ogni angolo si vede ottuso

o piuttosto non si vede affatto e se ne perde

il colpo, né la percossa perviene alle nostre pupille,

perché, mentre i simulacri viaggiano per molta aria,

coi frequenti scontri l'aria la costringe ad ottundersi.

Quando perciò tutti gli angoli sono insieme sfuggiti al senso,

accade che le strutture di pietra appaiano come lavorate al tornio,

non tuttavia come quelle che son davanti a noi e davvero rotonde,

ma paiono un po' somiglianti come per vago adombramento.

            Similmente l'ombra sembra a noi che nel sole si muova

e che segua i nostri passi ed imiti i gesti:

se tu credi possibile che aria privata di luce

cammini, seguendo i movimenti e i gesti degli uomini;

in effetti non può essere altro che aria priva di luce

ciò che noi siamo soliti chiamare ombra.

Certo perché il suolo vien privato della luce del sole

in certi luoghi successivamente, dovunque noi movendoci

la intercettiamo, e similmente se ne riempie quella sua parte

che abbiamo lasciata, perciò accade che quella che fu poc'anzi

l'ombra del nostro corpo, sembri averci sempre seguiti identica,

in linea dritta con noi. Sempre infatti nuovi raggi luminosi

si spandono e i precedenti svaniscono, come se si fili lana

entro una fiamma. Perciò facilmente la terra e si spoglia

di luce e ugualmente se ne riempie e si deterge le nere ombre.

            Né tuttavia concediamo che qui gli occhi s'ingannino in nulla.

Giacché vedere in quale luogo sia la luce e in quale l'ombra,

è loro proprietà; ma se sia o non sia la stessa luce,

e se la stessa ombra che fu qui, passi ora là,

o piuttosto accada ciò che abbiamo detto poc'anzi,

questo deve discernerlo soltanto il ragionare della mente,

né possono gli occhi conoscere la natura delle cose.

Dunque non attribuire falsamente agli occhi questo errore della mente.

La nave da cui siamo trasportati, si muove, mentre sembra star ferma;

quella che rimane immobile all'ormeggio, si crede che proceda oltre.

E sembra che a poppa fuggano colline e pianure

oltre le quali conduciamo la nave e con le vele voliamo.

Gli astri sembrano tutti restare immobili, fissi

alle eteree cavità, e tuttavia son tutti in assiduo movimento,

giacché, dopo esser sorti, rivedono i lontani tramonti,

quando hanno percorso il cielo col loro corpo lucente.

E il sole e la luna parimenti sembra che rimangano

immobili, essi che il fatto stesso mostra in movimento.

E monti che s'innalzano lontano in mezzo alle onde,

tra i quali si apre libero un vasto passaggio alle flotte,

sembrano tuttavia fare, congiunti tra loro, un'unica isola.

Ai fanciulli, quando hanno smesso di fare il girotondo

essi stessi, paiono gli atri girare e rigirare, e le colonne

correre intorno, a tal punto che a stento allora essi possono

credere che non minacci la casa tutta di crollare sopra di loro.

E ancora, quando la natura comincia a levare in alto il rosso fulgore

del sole coi suoi tremuli fuochi e a innalzarlo sopra i monti,

quei monti, sopra i quali a te allora sembra stia il sole,

toccandoli esso stesso da vicino, ardente, col suo fuoco,

distano da noi appena duemila tiri di freccia,

anzi spesso appena cinquecento lanci di giavellotto:

tra essi e il sole giacciono le smisurate distese del mare,

che si estendono sotto le immense plaghe eteree,

e sono interposte molte migliaia di terre,

in cui dimorano varie genti e razze di fiere.

Ma una pozzanghera d'acqua non più profonda d'un dito,

che tra le pietre stagna per le vie lastricate,

offre una vista che tanto a fondo sotterra s'inabissa

quanto la profonda voragine del cielo si stende su dalla terra;

sì che ti pare di vedere laggiù le nuvole e scorgere il cielo,

corpi mirabilmente immersi sotterra nel cielo.

Ancora, quando l'ardente cavallo ci si è impuntato

in mezzo a un fiume e guardiamo laggiù,

nelle rapide onde della corrente, sembra che una forza trascini

di traverso il corpo del cavallo immoto e rapidamente lo sospinga

contro corrente e, ovunque volgiamo gli occhi,

ogni cosa sembra essere trascinata e fluire come noi.

Un portico, ancora, benché sia di tracciato uniforme

e stia da un capo all'altro sorretto su colonne uguali,

tuttavia, se vien guardato da un'estremità per tutta la lunghezza,

a poco a poco si contrae nel vertice di un cono angusto,

congiungendo il tetto al suolo e tutto il lato destro al sinistro,

finché li unisce nell'oscura punta di un cono.

In mare accade che ai naviganti il sole sembri sorgere

dalle onde e nelle onde scomparire e nascondere la luce;

ed è naturale, giacché nient'altro che acqua e cielo vedono;

perché tu non creda alla leggera che i sensi cadano in fallo da ogni lato.

E a coloro che non conoscono il mare, nel porto i navigli sembrano

storpiati, con gli aplustri infranti, resistere agli urti delle onde.

Giacché tutta la parte dei remi che sovrasta ai salsi flutti

è diritta, e diritti sono di sopra i timoni.

Le parti, invece, che immerse s'affondano nell'acqua, sembrano,

infrante, tutte rivolgersi e, rovesciate all'indietro, ritornare in su

e ritorte quasi fluttuare alla superficie dell'acqua.

E quando per il cielo i venti trasportano rade nuvole

nottetempo, allora gli spendidi astri sembrano

scorrere contro i nembi e andare nell'alto in una direzione

di gran lunga diversa da quella in cui procedono veramente.

E se per caso una mano, posta sotto un occhio, di sotto

lo preme, per una certa sensazione accade che tutte le cose

che guardiamo sembrino farsi allora doppie al guardarle,

doppie le luci delle lucerne che fioriscono di fiamme

e doppia per tutta la casa farsi la suppellettile

e duplici le facce degli uomini e doppi i corpi.

Ancora, quando il sonno ha avvinto le membra con soave

sopore, e il corpo giace tutto in somma quiete,

allora ci sembra tuttavia di vegliare e di muovere

le membra, e nella cieca caligine della notte

crediamo di vedere il sole e la luce del giorno,

e nella chiusa camera ci sembra di mutare cielo, mare, fiumi,

monti, e attraversare a piedi pianure,

e udire suoni mentre i severi silenzi della notte

perdurano ovunque, e scambiare parole, mentre taciamo.

Altre cose di questa specie, mirabilmente numerose, vediamo,

e tutte tendono quasi a fare scempio della fede nei sensi;

invano: perché la maggior parte di esse inganna

per le opinioni della mente che aggiungiamo noi stessi,

sì che cose non vedute dai sensi contano come vedute.

Infatti nulla è più malagevole che distinguere le cose manifeste

dalle cose incerte, che l'animo da sé senz'altro aggiunge.

            Infine, se taluno crede che non si sappia nulla, anche questo

non sa se si possa sapere, giacché ammette di non sapere nulla.

Contro di lui dunque tralascerò di discutere,

perché da sé stesso si mette col capo al posto dei propri piedi.

E tuttavia voglio pure concedergli che sappia anche ciò;

ma gli domanderò soltanto: se nel mondo egli non ha prima veduto

mai nulla di vero, donde sa cosa sia sapere e, viceversa, non sapere?

Quale cosa ha prodotto il concetto di vero e di falso,

e quale cosa ha provato che l'incerto differisce dal certo?

Troverai che il concetto di vero è stato prodotto primamente

dai sensi e che i sensi non possono essere contraddetti.

Giacché maggiore credibilità dev'essere riconosciuta

a ciò che di per sé col vero possa confutare il falso.

Ma che cosa si deve giudicare maggiormente credibile

che il senso? Forse, nata da un senso fallace, la ragione

varrà ad oppugnare i sensi, essa che tutta da loro è nata?

Se quelli non son veritieri, anche la ragione diventa tutta falsa.

O potranno le orecchie correggere gli occhi, o il tatto

le orecchie? O, d'altronde, questo tatto sarà convinto d'errore

dal gusto della bocca, o lo confuteranno le nari, o gli occhi

lo smentiranno? Non è così, io penso. Giacché ogni senso

ha un potere specialmente distinto, ciascuno ha una facoltà

propria, e perciò è necessario percepire con un senso speciale

ciò che è molle e gelido o infocato, e con un senso speciale

i vari colori delle cose, e vedere quanto ai colori è congiunto.

Una speciale facoltà ha pure il gusto della bocca, per una via

speciale sorgono gli odori, per un'altra speciale i suoni. Si deve

perciò concludere che i sensi non possono confutarsi a vicenda.

E neanche potranno correggersi da sé,

poiché uguale fiducia si dovrà sempre ad essi accordare.

Quindi ciò che in ogni momento è a questi apparso, è vero.

E se non potrà la ragione discernere la causa per la quale

le cose che da presso erano quadrate, da lontano sembrano

rotonde, tuttavia è preferibile per difetto di ragionamento

spiegare erroneamente le cause dell'una e dell'altra figura,

anziché lasciarsi sfuggir via dalle mani cose manifeste

e far violenza alla fede prima e sconvolgere gl'interi

fondamenti su cui poggiano la vita e la salvezza.

Non solo, infatti, la ragione rovinerebbe tutta: anche la stessa

vita crollerebbe all'istante, se tu non osassi fidarti dei sensi

ed evitare i precipizi e tutte le altre cose di questa specie

che si devon fuggire, e seguire le cose che sono contrarie.

Concludi dunque che è un vano mucchio di parole tutto

quello che contro i sensi è stato messo insieme e approntato.

Ancora: come in una costruzione, se il regolo al principio

è storto, e se la squadra è fallace ed esce dalle linee dritte,

e la livella da qualche parte zoppica un pochino,

inevitabilmente tutto l'edificio riesce difettoso e piegato,

storto, cascante, inclinato in avanti, inclinato all'indietro

e disarmonico, sì che alcune parti sembra vogliano

già precipitare, e tutto precipita, tradito dalle prime misure

fallaci, così, dunque, il ragionare sulle cose deve riuscirti

storto e falso, qualora da falsi sensi sia nato.

            Ora resta da spiegare in che modo gli altri sensi percepiscano

ciascuno il proprio oggetto, spiegazione per nulla difficile.

            Anzitutto, suoni e voci d'ogni specie si odono quando,

insinuandosi nelle orecchie, hanno colpito il senso col loro corpo.

Bisogna infatti riconoscere che anche la voce e il suono

hanno natura ‹corporea›, giacché possono urtare i sensi.

D'altronde, la voce raschia spesso la gola

e il grido prorompendo inasprisce la trachea.

Giacché, quando gli elementi delle voci, lanciati in folla soverchia

per l'angusto passaggio, hanno cominciato a uscire, naturalmente,

riempita la gola, vien raschiata anche l'entrata della bocca.

Non è dubbio, dunque, che le voci e le parole constano

di elementi corporei, sì che possono produrre lesioni.

E parimenti non ti sfugge quanta parte di corpo porti via

e quanta parte tolga ai nervi e alle forze stesse degli uomini

un discorso continuo, fino all'ombra della nera notte

protratto dal sorgente splendore dell'aurora,

soprattutto se viene emesso con altissimo gridare.

Dunque la voce deve constare di elementi corporei,

giacché chi molto parla perde parte del corpo.

E l'asprezza della voce è prodotta dall'asprezza

dei primi elementi, e così la levigatezza viene dalla levigatezza.

Né primi elementi di forma simile penetrano le orecchie,

quando una tromba con basso murmure gravemente mugge

e col riecheggiare del suono produce barbara un rauco rimbombo,

e quando † ...... † dell'Elicona

levano con lugubre voce un limpido lamento.

            Queste voci, dunque, quando dal profondo del nostro corpo

le tiriamo e direttamente per la bocca le mandiamo fuori,

le articola la mobile lingua, artefice di parole,

e le foggia per parte sua la conformazione delle labbra.

Per questo, se non è lunga la distanza da cui ognuna

di quelle voci parte e arriva a noi, anche le stesse parole

si devono chiaramente udire e distinguere secondo le articolazioni:

ogni voce infatti conserva la disposizione e conserva la forma.

Ma, se lo spazio frapposto è troppo ampio, di necessità

le parole, attraversando molta aria, si confondono

e la voce si perturba nel volare attraverso i venti.

Così accade che tu possa sentire il suono, senza tuttavia

distinguere quale sia il senso di quelle parole:

a tal punto la voce arriva confusa e intralciata.

Inoltre, un'unica parola, emessa dalla bocca di un banditore,

spesso in un'assemblea percuote le orecchie di tutti i presenti.

In molte voci, dunque, un'unica voce d'un tratto si spande,

se è vero che arriva separata a tutte le singole orecchie,

imprimendo alle parole il suggello della forma e del chiaro suono.

Ma quella parte di voci che non cade nelle orecchie stesse,

passando oltre si perde, diffusa invano per l'aria.

Un'altra parte, urtando contro luoghi occupati da cose compatte,

è rimandata indietro e ci riporta il suono, e talora c'inganna

con l'eco d'una parola. Se discerni bene ciò, puoi spiegare

a te stesso e agli altri in che modo per luoghi solitari

le rocce rimandino uguali le forme delle parole, in ordine,

quando cerchiamo i compagni vaganti tra i monti ombrosi,

e li chiamiamo a gran voce, mentre sono sparsi qua e là.

Ho veduto luoghi rimandare anche sei o sette voci,

quando ne gettavi solo una: così i colli stessi, ai colli

rinviando le parole, rinnovavano l'eco di ciò che era stato detto.

In questi luoghi gli abitanti delle vicinanze s'immaginano

che risiedano i capripedi Satiri e le Ninfe, e dicono che ci sono

i Fauni, e affermano che dal loro strepito vagante nella notte

e dai loro giochi buffi son rotti spesso i taciturni silenzi,

e suoni di corde si levano, e dolci lamenti,

che effonde il flauto toccato dalle dita dei sonatori,

e la gente delle campagne per ampia distesa l'ode, quando Pan,

scotendo le fronde di pino che gli velano il capo semiferino,

con il labbro adunco spesso percorre le cave canne,

perché la zampogna non cessi d'effondere la silvestre armonia.

Ogni altro prodigio e portento di tale specie raccontano,

perché non si creda che risiedano in luoghi solitari, abbandonati

anche dagli dèi. Perciò vantano miracoli nei loro discorsi

o da qualche altra ragione vi sono indotti, dal momento

che tutto il genere umano è troppo avido di orecchie intente.

            Quanto al resto, non c'è da stupire se per quegli stessi

luoghi attraverso cui gli occhi non possono vedere cose palesi,

le voci passano e giungono a colpire le orecchie.

Spesso vediamo svolgersi un colloquio anche attraverso

porte chiuse, senza dubbio perché la voce può passare incolume

per i sinuosi meati dei corpi, mentre i simulacri vi si rifiutano.

Infatti si lacerano, se non traversano meati diritti,

quali son quelli del vetro, per cui ogni immagine passa a volo.

Inoltre la voce si propaga in tutte le direzioni

perché le voci nascono le une dalle altre una volta che una,

levatasi, si è suddivisa in molte, come spesso una scintilla

di fuoco suole spandersi nelle sue particelle di fuoco.

Dunque s'empiono di voci luoghi nascosti allo sguardo e appartati,

che tutti intorno fervono e sono agitati dal suono.

Ma i simulacri procedono tutti per vie diritte,

una volta che sono stati emessi; perciò nessuno può vedere

oltre un recinto, mentre si possono percepire le voci di fuori.

E tuttavia questa voce, anch'essa, mentre passa per i muri

‹delle case›, s'affievolisce e nelle orecchie penetra confusa,

e a noi sembra di udire un suono piuttosto che parole.

            Né la lingua e il palato, con cui sentiamo i sapori,

richiedono un po' più di ragionamento o maggiore fatica.

Anzitutto, sentiamo il sapore in bocca, quando spremiamo

il cibo masticando, come se uno cominci a comprimere

con la mano e a svuotare una spugna piena d'acqua.

Poi ciò che spremiamo fuori, si spande tutto per i condotti

del palato e per i sinuosi meati della lingua porosa.

Perciò, quando sono lisci gli atomi del succo che cola,

soavemente toccano e soavemente titillano tutte

le umide volte che s'inarcano sulla lingua, dintorno trasudanti.

Ma per contro, tanto più gli atomi pungono il senso

e con l'assalto lo lacerano, quanto più son pieni d'asperità.

E poi, piacere nasce dal succo entro i confini del palato;

ma, quando giù per le fauci è precipitato,

non v'è alcun piacere, mentre si spande tutto nelle membra.

Né importa alcunché con quale vitto il corpo sia nutrito,

purché ciò che ingerisci tu possa digerirlo e spanderlo

nelle membra e conservare nello stomaco un'umidità costante.   |[continua]|

 

 

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