Quanto al resto, poiché ho spiegato come ogni cosa possa avvenire per i ceruli spazi del vasto mondo, sì che potessimo conoscere quale forza e causa produca i vari corsi del sole e i movimenti della luna, e in che modo quegli astri, oscurata la luce, ‹possano› eclissarsi e coprire di tenebre la terra che non le aspettava, quando pare che chiudano gli occhi e poi, apertili di nuovo, frugano ogni luogo che si imbianca di chiara luce, ora torno alla giovinezza del mondo e ai molli campi della terra, e dirò che cosa dapprima essi s'indussero a levare, con nuova procreazione, alle plaghe della luce e affidare ai volubili venti. Da principio la terra produsse la famiglia delle erbe e il verde splendore intorno ai colli e per tutti i piani, i floridi prati rifulsero di verdeggiante colore, e ai vari alberi in séguito fu dato di gareggiare grandemente nel crescere per l'aria a briglie sciolte. Come sulle membra dei quadrupedi e sul corpo dei pennuti spuntano dapprima piume e peli e setole, così allora la giovane terra generò dapprima erbe e virgulti, in séguito creò le stirpi mortali, che nacquero in gran numero, in molti modi, con varie forme. Infatti non possono esser caduti dal cielo gli animali, né le specie terrestri essere uscite dai salati abissi. Resta che a ragione la terra ha ricevuto il nome di madre poiché dalla terra traggono origine tutte le creature. Ed anche ora molti animali sorgono dalla terra, generati dalle piogge e dall'ardente calore del sole; perciò non c'è da stupire se più numerosi ne nacquero allora, e più grandi, essendo cresciuti quando terra e cielo eran giovani. Da principio la specie degli alati e i vari uccelli lasciavano le uova, uscendo dai gusci in primavera, come ora d'estate le cicale spontaneamente abbandonano i tondeggianti involucri per cercare il cibo e la vita. Allora, vedi, la terra cominciò a produrre le stirpi mortali. Molto calore, infatti, e umidità sovrabbondavano nei campi. Perciò, ovunque si offriva idonea disposizione di luogo, crescevano uteri attaccati alla terra con radici; e quando, maturato il tempo, li aveva aperti l'età degli infanti, fuggendo l'umidità e cercando l'aria, lì la natura rivolgeva i canali della terra e li costringeva a versare dalle vene aperte un succo simile al latte, come ora ogni femmina, quando ha partorito, s'empie di dolce latte, perché tutto alle mammelle converge l'impeto del suo alimento. La terra offriva ai bimbi il cibo, il calore una veste, l'erba un giaciglio riboccante di molta e morbida lanugine. Ma la giovinezza del mondo non produceva rigidi freddi, né eccessivi calori, né venti di forze possenti. Tutte le cose infatti di pari passo crescono e prendono vigore. Perciò, ancora e ancora, la terra a ragione ha ricevuto e conserva il nome di madre, poiché da sé essa creò il genere umano e, quasi a un momento stabilito, partorì ogni animale che sui grandi monti scorrazza selvaggio e insieme gli uccelli dell'aria nelle varie forme. Ma, poiché il suo partorire deve avere un termine, essa cessò, come donna fiaccata da vecchiezza. Il tempo infatti muta la natura di tutto il mondo, e in tutte le cose a uno stato deve subentrarne un altro, né alcunché resta simile a sé stesso: tutte le cose passano, tutte la natura le trasmuta e le costringe a trasformarsi. Giacché una imputridisce e fiaccata dal tempo langue, poi un'altra cresce ed esce ‹dalle› condizioni di disprezzo. Così dunque il tempo muta la natura di tutto il mondo, e nella terra a uno stato ne subentra un altro, sicché non può produrre ciò che poté, ma può ciò che non poté in passato. E anche molti portenti allora la terra tentò di creare, nati con facce e membra strane: l'androgino, che sta tra i due sessi, e non è né l'uno, né l'altro, ma è lontano da ambedue; alcune creature prive di piedi, altre mancanti, a loro volta, di mani, o anche mute senza la bocca, o ch'erano cieche senza gli occhi, o avviluppate in tutto il corpo per l'aderire delle membra, sì che non potevano fare alcunché, né muoversi verso alcun luogo, né evitare un danno, né prendere ciò che era necessario. Ogni altro mostro e portento di questa specie essa creava, ma invano, perché la natura ne impedì la crescita, né poterono attingere il bramato fiore dell'età, né trovare cibo, né congiungersi con gli atti di Venere. Molte cose vediamo infatti che devono concorrere negli esseri perché possano generare e propagare le stirpi; bisogna anzitutto che abbiano di che nutrirsi, poi passaggi per cui i semi genitali possano scorrere attraverso i corpi ed emanare dalle membra rilassate; e, affinché la femmina possa congiungersi col maschio, devono avere ambedue ciò che occorre per scambiarsi vicendevoli piaceri. E molte stirpi di esseri viventi dovettero allora soccombere e non poterono generare e propagare la prole. Giacché tutte quelle che vedi respirare le aure vitali, o l'astuzia o la forza o almeno la velocità le protesse dal principio dell'esistenza e ne conservò le generazioni. E molte ce ne sono che, raccomandate a noi dalla loro utilità, furono affidate alla nostra tutela. In primo luogo alla fiera progenie dei leoni e alle stirpi selvagge fornì difesa la forza, alle volpi l'astuzia e ai cervi la fuga. Ma i cani dal sonno leggero, che nei petti hanno cuori fedeli, e ogni progenie nata dal seme delle bestie da soma e insieme le greggi lanose e le cornute stirpi dei buoi, tutti furono affidati alla tutela degli uomini, o Memmio. Ardentemente infatti fuggirono le fiere e cercarono pace e copiose pasture ottenute senza loro fatica, cose che noi diamo loro in ricompensa della loro utilità. Ma quelli cui la natura non diede nulla di ciò, né di vivere da sé stessi liberamente, né di rendere a noi qualche servigio per cui consentissimo alla loro progenie di nutrirsi e di vivere sicura sotto la nostra protezione, questi certo soggiacevano ad altri come preda e bottino, inceppati come erano tutti dalle loro catene fatali, finché la natura ne portò la progenie ad estinzione. Ma non ci furono Centauri, né in alcun tempo possono esistere esseri di duplice natura e di corpo doppio, messi insieme con membra eterogenee, così che le facoltà di creature nate da questa specie e da quella possano corrispondere abbastanza. Ciò si può conoscere di qui, anche con mente ottusa. Anzitutto, nel giro di tre anni il focoso cavallo è nel suo fiore, ma il bambino per niente; ché spesso ancora cercherà nel sonno i capezzoli del seno materno colmi di latte. Poi, quando al cavallo per vecchiaia vengon meno le forze poderose e languiscono le membra per il fuggire della vita, solo allora il fanciullo raggiunge il fiore dell'età e comincia per lui la gioventù, che gli veste di morbida lanugine le guance. Non ti avvenga, dunque, di credere che dall'uomo e dal seme di bestie da soma, dei cavalli, possan formarsi Centauri, ed esistere, o Scille coi corpi semimarini, cinte di rabbiosi cani, e tutti gli altri esseri di questa fatta, le cui membra vediamo discordanti fra loro; che nello stesso tempo né fioriscono, né prendono il vigore del corpo, né lo perdono a causa della vecchiaia, né di simile amore ardono, né armonizzano per abitudini uniformi, né identiche sono le cose che giovano alle loro membra. Spesso infatti si può vedere che le barbute capre ingrassano con la cicuta, mentre questa per l'uomo è violento veleno. Poiché, ‹d'altra parte,› la fiamma suole cuocere e bruciare i corpi fulvi dei leoni, tanto quanto qualunque altra specie di carne e sangue che esiste sulla terra, come sarebbe potuto avvenire che un unico essere con triplice corpo, nella parte anteriore leone, nella posteriore drago, nella mediana lei, la Chimera, spirasse per la bocca una fiamma violenta uscita dal corpo? Così, dunque, chi immagina che tali animali potessero nascere quando la terra era giovane e il cielo da poco formato, fondandosi soltanto su questo vano nome di gioventù, molte cose similmente può dire a vanvera; può dire che allora fiumi d'oro scorrevano sulla terra ovunque e che gli alberi comunemente fiorivano di pietre preziose o che nacque un uomo con membra tanto gigantesche da poter con un passo poggiare il piede di là da mari profondi e con le mani rotare intorno a sé tutto il cielo. Ché, se la terra contenne molti semi di cose nel tempo in cui il suolo cominciò a produrre gli animali, questo tuttavia non è segno che si siano potute creare bestie miste fra loro e membra accozzate di esseri viventi, poiché le specie delle erbe e le messi e gli alberi rigogliosi, che tuttora pullulano in abbondanza dalla terra, non posson tuttavia nascere intrecciati fra loro, ma ognuna di queste cose procede secondo un proprio modo e tutte per salda legge di natura conservano le differenze. Ma la stirpe umana che visse allora nei campi fu molto più dura, com'era naturale, ché la dura terra l'aveva creata; e nell'interno del corpo fu piantata su ossa più grandi e più salde, connessa attraverso le carni da nervi poderosi, tale che non poteva facilmente esser vinta dal caldo, né dal freddo, né da cibo inconsueto, né da alcun difetto del corpo. E, durante il corso di molti lustri del sole per il cielo, conducevano la vita a guisa di fiere vagabonde. Non c'era nessuno che robusto reggesse l'aratro ricurvo, nessuno sapeva lavorare i campi col ferro, né piantare nella terra i virgulti novelli, né dagli alti alberi tagliar via coi falcetti i rami vecchi. Ciò che donavano il sole e le piogge, ciò che produceva di per sé la terra, era un dono bastevole a placare quei petti. Tra le querce cariche di ghiande per lo più ristoravano i corpi; e le corbezzole, che ora nella stagione invernale vedi farsi mature, di colore purpureo, allora la terra le produceva in grandissimo numero e anche più grosse. E la fiorente gioventù del mondo produsse allora molti altri rudi alimenti, abbondanza per i miseri mortali. Ma a sedare la sete li chiamavano i fiumi e le fonti, come ora il torrente, che precipita giù dai grandi monti, chiama per ampio spazio col chiaro suono sitibonde famiglie di fiere. Occupavano infine i silvestri recessi delle ninfe, scoperti nel loro vagare, dai quali sapevano che rivoli d'acqua fluivano con larga corrente lavando le umide rocce, le umide rocce, stillanti sopra il verde muschio, mentre altri scaturivano ed erompevano per la piana campagna. E non sapevano ancora trattare le cose col fuoco, né servirsi di pelli e vestire il corpo con spoglie di fiere, ma abitavano boschi e caverne montane e selve e nascondevano le scabre membra tra le macchie, quando eran costretti a evitare sferzate di venti e piogge. Né erano capaci di mirare al bene comune, né sapevano valersi di costumi e di leggi nei loro rapporti. Ciò che a ciascuno la fortuna aveva offerto come preda, ciascuno se lo prendeva, avvezzo a usare la forza e a vivere da sé, per sé stesso. E Venere nelle selve congiungeva i corpi degli amanti; conquistava infatti la donna o un reciproco desiderio o la violenta forza dell'uomo e la sua brama intensa o una mercede: ghiande e corbezzole o pere scelte. E, confidando nella meravigliosa forza delle mani e dei piedi, davano la caccia alle silvestri stirpi delle fiere con lancio di sassi e con clave pesanti; e molte ne vincevano, poche ne evitavano nascondendosi; e, come setolosi cinghiali, abbandonavano sulla terra nude le membra silvestri, quando li sorprendeva la notte, avvolgendosi, tutt'intorno, di foglie e di fronde. Né con grande lamento cercavano il giorno e il sole per i campi vagando paurosi tra le ombre della notte, ma taciti e sepolti nel sonno aspettavano che con la rosea fiaccola il sole portasse la luce nel cielo. E infatti, poiché dalla fanciullezza s'erano abituati a vedere sempre le tenebre e la luce prodursi in tempi alterni, non poteva avvenire mai che li colpisse meraviglia o il timore che una notte senza fine occupasse la terra e il lume del sole fosse stato rapito per sempre. Ma più angoscioso era questo, che le stirpi ferine spesso a quei miseri facevano tribolato il riposo. E, scacciati dalla loro dimora, fuggivano i rocciosi ripari all'arrivo d'un cinghiale schiumante o d'un possente leone, e a notte fonda atterriti cedevano agli ospiti feroci i covili coperti di fronde. Né allora molto più che ora le stirpi mortali lasciavano con lamenti la dolce luce della vita. Certo, allora più spesso qualcuno di loro, sorpreso, offriva pasto vivente alle fiere, dilaniato dalle zanne, e riempiva di lamenti boschi e monti e selve, vedendo le proprie vive carni seppellite in un vivo sepolcro. E quelli che si erano salvati fuggendo col corpo lacerato, poi, tenendo le mani tremanti sopra le orribili piaghe, invocavano con grida spaventose Orco, finché spasimi crudeli li privavano della vita, senza aiuto, ignari delle cure che le ferite reclamavano. Tuttavia molte migliaia di uomini adunate sotto le insegne non dava a morte un solo giorno, né le procellose acque del mare gettavano navi e uomini a infrangersi contro gli scogli; ma alla cieca, a vuoto, invano il mare spesso si sollevava imperversando, e facilmente deponeva le inutili minacce, né la lusinga della bonaccia poteva subdola trarre in inganno qualcuno col sorridere delle onde. La rovinosa arte del navigare giaceva allora ignorata. Allora la penuria di cibo dava alla morte le membra languenti, ora al contrario le sommerge l'abbondanza. Per ignoranza gli uomini d'allora spesso versavano il veleno a sé stessi, quelli d'ora più scaltramente lo danno essi ‹agli altri.› Poi, quando si provvidero di capanne e di pelli e di fuoco, e la donna congiunta con l'uomo passò ad un solo furono conosciuti, ed essi videro la prole nata da loro, allora primamente il genere umano cominciò a dirozzarsi. Il fuoco infatti fece sì che i corpi freddolosi non potessero più sopportare bene il freddo sotto la volta del cielo, e Venere diminuì le forze, e i bambini con le carezze facilmente vinsero l'indole fiera dei genitori. Allora cominciarono anche a stringere amicizia fra loro i vicini, desiderando non nuocere e non subire violenza, e si affidarono l'un l'altro i fanciulli e le donne, con balbettanti voci e col gesto significando che era giusto che tutti avessero pietà per i deboli. Né tuttavia poteva la concordia nascere sempre, ma una buona, una gran parte degli uomini osservava i patti fedelmente; altrimenti il genere umano già allora sarebbe perito tutto, né il suo propagarsi avrebbe potuto far durare fino ad ora le stirpi. I vari suoni della lingua, poi, fu la natura che costrinse ad emetterli, e l'utilità foggiò i nomi delle cose, in modo non molto diverso da quello in cui si vede che la stessa incapacità della lingua a esprimere parole induce i bimbi a gestire, quando fa che mostrino a dito le cose che sono presenti. Difatti ognuno sente per qual uso possa valersi delle proprie facoltà. Il vitello, prima che le corna gli siano spuntate e sporgano dalla fronte, con esse irato assale e ostile incalza. Dal canto loro, i cuccioli delle pantere e i leoncini si difendono con unghie e zampe e morsi già quando denti e unghie non sono ancora ben formati. Vediamo poi ogni specie di uccelli affidarsi alle ali e chiedere alle penne un aiuto che ancora è tremolante. Perciò pensare che qualcuno allora abbia assegnato i nomi alle cose e che da lui gli uomini abbiano imparato i primi vocaboli, è follia. Infatti, perché colui avrebbe potuto designare con parole ogni cosa ed emettere i vari suoni della lingua, ma si dovrebbe credere che nello stesso tempo altri non abbiano potuto farlo? Inoltre, se delle parole non avevano fatto uso fra loro anche altri, donde fu impressa in quello la nozione della loro utilità e donde fu data a lui per primo la facoltà di sapere e di vedere nella mente che cosa volesse fare? Parimenti, non poteva uno solo costringer molti e vincerli e domarli, sì che acconsentissero a imparare i nomi delle cose. Né in alcun modo è facile insegnare a sordi e persuaderli di ciò che bisogna fare; difatti non lo sopporterebbero, né in alcun modo tollererebbero che inauditi suoni di voce più volte assordassero le loro orecchie invano. Infine, che c'è di tanto sorprendente in questo, se il genere umano, che aveva voce e lingua vigorose, secondo le diverse impressioni designava le cose con suoni diversi? Quando le greggi prive di parola, quando perfino le stirpi delle fiere son solite formare voci dissimili e varie, secondo che sentano timore o dolore o cresca in esse la gioia. E infatti è possibile conoscer questo in base a fatti palesi. Quando le larghe morbide labbra dei cani molossi incominciano a fremere irritate, scoprendo i duri denti, tirate indietro per la rabbia, minacciano con suono molto diverso da quando poi latrano ed empiono tutti i luoghi delle loro voci. Ma, quando prendono a lambire con la lingua carezzevolmente i cuccioli o li sballottano con le zampe e, minacciando di morderli, senza stringere i denti fingono di volerli divorare teneramente, li vezzeggiano col mugolìo in modo molto diverso da quando lasciati soli in casa abbaiano, o quando uggiolando scansano col corpo schiacciato a terra le percosse. E ancora, non si vede che parimenti differisce il nitrito, quando un polledro nel fiore dell'età infuria fra le cavalle, colpito dagli sproni di amore alato, e con le froge dilatate freme movendo all'assalto, e quando, in altri casi, nitrisce con membra tremanti? Infine, le specie degli alati e i vari uccelli, gli sparvieri e le aquile marine e gli smerghi che cercano il nutrimento e la vita nei salati flutti del mare, in un tempo diverso gettano gridi di gran lunga diversi da quando contendono per il cibo e le prede fanno resistenza. E alcuni mutano col mutare del tempo i rauchi canti, come le longeve stirpi delle cornacchie e le frotte dei corvi, di cui si dice che a volte invochino l'acqua e la pioggia, altre volte chiamino i venti e le brezze. Dunque, se sensi diversi costringono gli animali, benché siano privi di parola, a emettere voci diverse, quanto è più naturale che gli uomini allora abbian potuto designare cose dissimili con suoni differenti fra loro! Perché a tale proposito non ti ponga per caso, tacito, questa domanda, fu il fulmine che portò giù in terra ai mortali il fuoco dapprincipio; di là si diffonde ogni ardore di fiamme. Molte cose infatti vediamo accendersi penetrate dai semi delle fiamme celesti, quando un colpo dal cielo ha dato ad esse il suo calore. E d'altronde, quando un albero ramoso, battuto dai venti, vacillando fluttua e si getta sui rami di un altro albero, si sprigiona il fuoco, cavato fuori dal possente attrito, prorompe talora il fervido ardore della fiamma, mentre tra loro i rami e i tronchi si sfregano a vicenda. E l'una e l'altra di queste cause può aver dato ai mortali il fuoco. Poi il sole insegnò loro a cuocere il cibo e ad ammollirlo col calore della fiamma, poiché vedevano molte cose maturare vinte dalle sferzate dei raggi e dalla calura per i campi. E di giorno in giorno sempre più a mutare il cibo e la vita anteriore con nuove scoperte e col fuoco insegnavano loro quelli che eccellevano per ingegno e vigore d'animo. I re incominciarono a fondare città e a costruire rocche, per trovarvi essi stessi difesa e rifugio, e divisero il bestiame e i campi, e li donarono secondo la bellezza e la forza e l'ingegno di ciascuno; perché la bellezza ebbe molto valore e la forza gran pregio. Più tardi fu scoperta la ricchezza e fu trovato l'oro, che facilmente tolse onore sia ai belli che ai forti; al séguito del più ricco difatti gli uomini per lo più s'accodano, quantunque siano e forti e dotati di bei corpi. Ma, se si vuol governare la vita secondo la verità, ricchezza grande è per l'uomo il vivere parcamente con animo sereno; giacché del poco non c'è mai penuria. Ma gli uomini vollero essere illustri e potenti, perché su fondamento stabile perdurasse la loro fortuna e opulenti potessero condurre una placida vita; invano, perché, lottando per ascendere al vertice degli onori, si fecero pieno di insidie il cammino, e, quand'anche vi giungano, dal vertice l'invidia, come un fulmine, colpendoli talvolta li precipita con disprezzo nel Tartaro tetro; perché per l'invidia, come per il fulmine, per lo più ardono i vertici e tutte le cose che si elevano al disopra di altre; sì che è molto meglio obbedire quieto che aspirare al potere supremo e al possesso di regni. Lascia dunque che invano spossati sudino sangue, lottando per l'angusto cammino dell'ambizione; giacché il loro sapere dipende dalla bocca altrui, e mirano alle cose seguendo ciò che hanno udito dire piuttosto che i propri sensi, né ciò è ora, né sarà in avvenire più di quanto fu per l'innanzi. Dunque, uccisi i re, giacevano abbattuti l'antica maestà dei troni e gli scettri superbi; e lo splendido ornamento della testa regale, insanguinato, sotto i piedi del volgo piangeva il grande onore; con ardore infatti si calpesta ciò che troppo fu prima temuto. Così le cose eran ridotte a estrema confusione e turbamento, mentre ognuno cercava per sé il potere e la sovranità. Poi una parte di essi insegnò a creare magistrati e fondò il diritto, perché volessero osservare le leggi. Infatti il genere umano, spossato dal vivere una vita di violenza, languiva per le inimicizie; perciò tanto più spontaneamente si sottomise da sé stesso alle leggi e alla stretta giustizia. Poiché ognuno, difatti, nell'ira s'apprestava a vendetta più crudele di quella che ora concedono le giuste leggi, per questo agli uomini venne a tedio il vivere una vita di violenza. Da allora il timore delle pene guasta i doni della vita. Giacché violenza e ingiustizia irretiscono ognuno e per lo più ricadono su colui da cui nacquero, né trascorrere una vita placida e pacata è facile per chi vìola coi propri atti i comuni patti di pace. Infatti, benché sfugga alla stirpe divina e all'umana, tuttavia non può esser sicuro che il misfatto resterà sempre occulto; e invero si dice che molti, spesso parlando nel sonno o delirando per malattia, si tradirono e manifestarono colpe ‹a lungo› celate. Ora, quale causa abbia diffuso per le grandi nazioni la potenza degli dèi e abbia riempito le città di altari e abbia fatto istituire solenni riti, quei riti che oggi fioriscono in grandi occasioni e in grandi sedi, donde ancor oggi è piantato dentro i mortali l'orrore che innalza nuovi templi di dèi su tutta la terra e costringe a frequentarli nei giorni festivi, non è tanto difficile spiegare con parole. E difatti già allora le stirpi dei mortali vedevano nelle menti durante la veglia eccellenti immagini di dèi, e queste in sogno apparivano di ancor più mirabile corporatura. A queste, dunque, attribuivano il senso perché pareva che movessero le membra e proferissero parole superbe, confacenti allo splendido aspetto e alle forze imponenti. E attribuivano loro vita eterna, perché sempre la loro immagine si rinnovava e la forma rimaneva inalterata e, d'altronde, soprattutto perché pensavano che esseri dotati di forze così grandi non potessero facilmente esser vinti da alcuna forza. E pensavano che per sorte molto eccellessero, perché il timore della morte non ne tormentava alcuno, e insieme perché in sogno li vedevano compiere molte e mirabili azioni senza risentirne essi stessi alcuna fatica. Scorgevano inoltre i fenomeni celesti e le varie stagioni dell'anno rotare secondo un ordine costante, né potevano conoscere per quali cause questo avvenisse. Dunque avevano per sé via d'uscita l'assegnare ogni cosa agli dèi e supporre che al cenno di quelli ogni cosa obbedisse. E nel cielo collocarono le sedi e le regioni degli dèi, perché nel cielo si vedono girare la notte e la luna, la luna, il giorno e la notte, e le severe stelle della notte, e le faci del cielo che vagano di notte, e le fiamme volanti, le nubi, il sole, le piogge, la neve, i venti, i fulmini, la grandine, e i rapidi fremiti e i grandi minacciosi fragori. O infelice genere umano, quando agli dèi attribuì tali azioni ed aggiunse ire acerbe! Che gemiti allora a sé stessi, che piaghe a noi, che lacrime cagionarono ai nostri discendenti! Né è punto vera pietà farsi spesso vedere nell'atto di volgersi velato a un sasso e accostarsi a tutti gli altari, né gettarsi a terra prosternato e protendere le palme innanzi ai templi degli dèi, né cospargere gli altari con molto sangue di quadrupedi, né intrecciar voti a voti, ma piuttosto il poter contemplare ogni cosa con mente tranquilla. Difatti, quando leviamo lo sguardo alle celesti plaghe del vasto mondo, lassù, e all'etere trapunto di stelle fulgenti, e il pensiero si volge ai corsi del sole e della luna, allora, contro i petti oppressi da altri mali comincia a ergere il capo ridesto anche quell'angoscioso pensiero, che non ci sia per caso su di noi un immenso potere di dèi, che con vario movimento volga gli astri splendenti. Ignorando le cause, infatti, la mente è assillata dal dubbio se mai ci sia stata un'origine primigenia del mondo e, insieme, se ci sia un termine fino al quale le mura del mondo possano sopportare questo travaglio di moto affannoso, oppure, dotate di eterna esistenza dal volere divino, possano, volando per un tratto ininterrotto di tempo, disprezzare le possenti forze di un'età immensa. Oltre a ciò, a chi non si stringe il cuore per timore degli dèi, a chi non si raggricciano le membra per paura, quando sotto l'orribile colpo del fulmine la terra arsa trema tutta e fragori percorrono il vasto cielo? Non tremano popoli e genti, e i re superbi non contraggono le membra percossi dal timore degli dèi, immaginando che per qualche azione turpe o parola superba sia giunto il penoso tempo di pagare il fio? E, quando l'enorme forza del vento che imperversa per il mare spazza via su per l'onde il comandante d'una flotta insieme con le possenti legioni e gli elefanti, non cerca egli con voti la pace degli dèi, non invoca pregando pavido il placarsi dei venti e brezze favorevoli, ma invano, giacché spesso, afferrato da turbine violento, vien tuttavia trasportato nelle secche della morte? A tal punto una forza nascosta schiaccia le cose umane e sembra calpestare e avere a scherno gli splendidi fasci e le scuri spietate. Infine, quando sotto i piedi la terra tutta vacilla e scosse cadono le città o minacciano di cadere, che meraviglia se le stirpi mortali disprezzano sé stesse e ammettono nel mondo vasti poteri e mirabili forze di dèi che governino tutte le cose? Quanto al resto, il rame e l'oro e il ferro e, insieme ad essi, il peso dell'argento e il potere del piombo furono scoperti quando il fuoco avvampante aveva arso immense selve su grandi monti, o per un fulmine piombato dal cielo, o perché gli uomini, guerreggiando tra loro nelle selve, avevano scagliato il fuoco tra i nemici per atterrirli, o perché, allettati dalla bontà del terreno, volevano aprire pingui campi e a pascoli ridurre le campagne, o far massacro di belve e arricchirsi di preda. Difatti il cacciare con la fossa e col fuoco sorse prima che il cingere il bosco con reti e lo scovare la selvaggina coi cani. Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra, colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo. E quando gli uomini li vedevano poi rappresi risplendere sul suolo di lucido colore, li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza, e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno. Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore, potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti, e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali quanto mai si volesse acute e sottili, sì da procurarsi armi e poter tagliare selve ed asciare il legname e piallare e levigare travi ed anche trapanare e trafiggere e perforare. E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro non meno che con la forza violenta del possente rame, ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva, né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo. Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata. Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore. Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose: ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore; quindi subentra un'altra cosa ed esce ‹dal› disprezzo e sempre più, di giorno in giorno, è desiderata, e una volta scoperta fiorisce di lodi e gode tra i mortali di mirabile onore. Ora in qual modo sia stata scoperta la natura del ferro, ti è facile conoscere da te stesso, o Memmio. Armi furono in antico le mani, le unghie e i denti e i sassi, e inoltre i rami spezzati nelle selve, poi fiamme e fuoco, da quando se n'ebbe la prima conoscenza. In séguito fu scoperta la forza del ferro e del bronzo. E l'uso del bronzo fu conosciuto prima di quello del ferro, in quanto la sua natura è più malleabile e di più esso abbonda. Col bronzo lavoravano il terreno, e col bronzo agitavano flutti di guerra e spargevano ferite devastatrici e depredavano greggi e campi. Infatti tutto quel ch'era nudo e inerme cedeva facilmente a quelli ch'erano armati. Poi a poco a poco si fece strada la spada di ferro e divenne obbrobriosa la foggia della falce di bronzo, e col ferro incominciarono a solcare il suolo della terra e furono uguagliati i cimenti della guerra dall'esito incerto. E montare armato sui fianchi del cavallo e guidarlo col morso e combattere con la destra, è uso più antico che tentare i rischi della guerra su un carro a due cavalli. E due cavalli si usò aggiogare prima che quattro e prima che salire armati sui carri muniti di falci. Poi ai bovi lucani dal corpo turrito, spaventosi, con la proboscide serpentina, i Punici insegnarono a sopportare in guerra le ferite e a scompigliare le grandi schiere di Marte. Così la triste discordia produsse, l'una dopo l'altra, cose fatte per incutere orrore alle genti umane in armi, e di giorno in giorno fece crescere i terrori della guerra. Sperimentarono anche tori nelle imprese di guerra e tentarono d'avventare contro i nemici cinghiali feroci. E alcuni lanciarono innanzi a sé vigorosi leoni con domatori armati e spietati maestri, che potessero guidarli e tenerli in catene, ma invano, perché, caldi della confusa strage, inferociti, i leoni scompigliavano le torme senza alcuna distinzione, squassando dappertutto le criniere terrificanti, né i cavalieri potevano placare i petti dei cavalli spauriti al ruggito, né rivolgerli coi freni contro i nemici. Le leonesse slanciavano d'un balzo, da ogni lato, i corpi concitati, e s'avventavano ai volti di quelli che andavano incontro ad esse, e strappavano giù quelli che sorprendevano da tergo e, avvinghiandosi intorno, li gettavano a terra vinti dalle ferite, attaccate a loro con i morsi poderosi e gli artigli adunchi. E i tori sbalzavan via gli uomini della propria schiera e con le zampe li schiacciavano, e ai cavalli fianchi e ventri trafiggevano di sotto con le corna, e sconvolgevano il terreno con impeto minaccioso. E i cinghiali con le zanne poderose massacravano gli alleati, cospargendo furibondi col proprio sangue i dardi in loro infranti, [cospargendo col proprio sangue i dardi infranti nei propri corpi] e atterravano cavalieri e fanti in confusa rovina. I cavalli infatti cercavano di schivare le feroci zannate gettandosi di traverso, o impennandosi percotevano l'aria con gli zoccoli, ma invano, ché si potevano vedere coi garretti troncati crollare e coprire il terreno con pesante caduta. Se alcune belve prima gli uomini credevano abbastanza domate e addomesticate, nel fervere della mischia le vedevano infiammarsi per le ferite, il clamore, la fuga, il terrore, il tumulto, né potevano ricondurne indietro alcuna parte; infatti tutte le varie specie delle fiere fuggivano qua e là; come ora i bovi lucani, malamente colpiti dal ferro, sovente fuggono qua e là, dopo aver fatto stragi di amici. Se avvenne che facessero questo. Ma a stento posso indurmi a credere che non abbiano potuto presentire e vedere con la mente, prima che avvenisse, l'atroce male che li avrebbe colpiti tutti; e meglio potresti asserire che ciò sia avvenuto entro l'universo, nei vari mondi in varia maniera creati, anziché su una qualunque determinata ed unica terra. Ma vollero far questo, non tanto per la speranza di vincere, quanto per dar motivo di pianto ai nemici, e perire essi stessi, giacché non confidavano nel numero ed erano privi di armi. La veste intrecciata precedette l'abito tessuto. Il tessuto viene dopo il ferro, perché col ferro s'appresta il telaio, né in altro modo si posson produrre strumenti così levigati, spole e fusi, navette e rulli sonori. E a lavorare la lana la natura costrinse gli uomini prima che la stirpe delle donne (giacché molto eccelle nell'arte e molto più industriosa è in genere la stirpe virile), finché i severi contadini fecero di ciò una colpa, sì che quelli vollero lasciarne la cura a mani femminili e sopportare essi stessi ugualmente dura fatica e indurire in duro lavoro le membra e le mani. Ma esempio per la semina e origine dell'innesto fu dapprima la stessa natura creatrice delle cose, perché le bacche e le ghiande cadute dagli alberi facevano a piè di questi pullulare nella giusta stagione sciami di polloni; di là venne anche l'idea di inserire germogli nei rami e di piantare nella terra novelli virgulti per i campi. Poi tentavano altre e altre colture del caro campicello e vedevano che i frutti selvatici si ammansivano nel terreno per effetto di premurosa attenzione e amorevole cura. E ogni giorno di più costringevano le selve a ritrarsi in su, sopra i monti, e a far posto in basso alle colture, per aver prati, stagni, ruscelli, messi e floridi vigneti sui colli e nelle pianure, e perché la cerula zona degli ulivi col suo risalto potesse correre in mezzo, sparsa per poggi e convalli e pianure; come ora vedi per varia bellezza risaltare tutta la campagna, che gli uomini ornano piantandovi in mezzo dolci frutteti e cingono piantando intorno alberi feraci. Ma l'imitare con la bocca le limpide voci degli uccelli fu molto prima che gli uomini fossero capaci di praticare il canto di versi armoniosi e dilettare gli orecchi. E i sibili dello zefiro per le cavità delle canne dapprima insegnarono ai campagnoli a soffiare entro cave zampogne. Poi a poco a poco appresero i dolci lamenti che effonde il flauto toccato dalle dita dei sonatori, scoperto fra remoti boschi e selve e pascoli, nei solinghi luoghi dei pastori e negli ozi divini. [Così gradatamente il tempo rivela ogni cosa, e la ragione la innalza alle plaghe della luce.] Questi suoni carezzavano loro gli animi e davano diletto, quando erano sazi di cibo; allora infatti tutto è caro al cuore. Spesso, dunque, familiarmente distesi sull'erba morbida, presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto, con tenui mezzi davano giocondità ai corpi, soprattutto quando il tempo arrideva e la stagione dipingeva di fiori le erbe verdeggianti. Allora solevano esserci gli scherzi, allora i conversari, allora i dolci scoppi di gaiezza; allora infatti la musa agreste era in rigoglio; allora una libera allegria li spingeva a ornare il capo e le spalle con corone intrecciate di fiori e di foglie, e ad avanzare in danza senza ritmo, duramente movendo le membra, e a battere con duro piede la madre terra; di lì nascevano risa e dolci scoppi di gaiezza, perché allora tutte queste cose, più nuove e meravigliose, erano pregiate. E se vegliavano, di qui avevano sollievo per il sonno perduto: far passare la voce per molti toni e modulare il canto, e correre col labbro incurvato su per le canne del flauto; donde venne questa usanza che anche ora conservano le scolte, e hanno imparato a osservare i tipi dei ritmi, ma intanto non colgono affatto un frutto di dolcezza maggiore di quello che coglieva la stirpe silvestre dei figli della terra. Difatti ciò che è a disposizione, se non abbiamo conosciuto prima qualche cosa di più dolce, ci piace sopra tutto e sembra prevalere, ma per lo più una scoperta posteriore lo annienta e muta il nostro sentire riguardo a ogni cosa passata. Così nacque l'avversione per le ghiande, così furono abbandonati quei giacigli cosparsi di erbe e guarniti di fronde. Cadde anche nel disprezzo la veste di pelle ferina; che, quando fu scoperta, suscitò, io credo, tale invidia da cagionare insidie e morte a chi la indossò per primo; e tuttavia, lacerata da coloro che se la strappavan di mano, fra molto sangue fu distrutta senza poter giovare. Allora, dunque, le pelli, ora l'oro e la porpora tormentano con affannosi desideri la vita degli uomini e l'affaticano in guerra; e perciò, come credo, la colpa maggiore sta in noi. Infatti, nudi, senza pelli, i figli della terra erano martoriati dal freddo; ma a noi non nuoce affatto l'esser privi d'una veste di porpora e adorna d'oro e di grandi figure, purché abbiamo una veste plebea che possa proteggerci. Dunque il genere umano a vuoto e invano si travaglia sempre e consuma ‹in› affanni inutili la vita, certo perché non conosce quale sia il limite del possesso e generalmente fino a qual punto cresca il vero piacere. E questo a poco a poco ha sospinto la vita in alto mare e ha suscitato dal profondo grandi tempeste di guerra. Ma quelle scolte, il sole e la luna, con la loro luce percorrendo tutt'intorno la grande, rotante volta del cielo, insegnarono agli uomini che le stagioni ruotano e che la cosa si svolge secondo un costante piano e un ordine costante. Già protetti da torri possenti passavano la vita e divisa e distinta da confini era coltivata la terra, e inoltre il mare fioriva di navi volanti con le vele, già per patti fissati avevano ausiliari e alleati, quando i poeti cominciarono a tramandare coi canti le gesta compiute; né molto prima furono scoperte le lettere dell'alfabeto. Perciò la nostra età non può discernere quel che è avvenuto prima, tranne che il ragionamento in qualche modo non le mostri le tracce. Navi e colture dei campi, mura, leggi, armi, vie, vesti ‹e› le altre cose siffatte, i doni e anche le delizie della vita, tutte quante, canti, pitture e statue lavorate con arte, levigate, gradatamente li insegnarono la pratica e, insieme, lo sperimentare della mente alacre agli uomini avanzanti passo passo. Così gradatamente il tempo rivela ogni cosa e la ragione la innalza alle plaghe della luce. Difatti con la mente vedevano chiarirsi una cosa dall'altra, finché con le arti giunsero al culmine più alto. |
| Home Page | Indice poesie di Lucrezio | Indice poesia antica |