Cesare Pascarella

Er morto di campagna

ER MORTO DE CAMPAGNA



I

C'erimo io, Peppetto de li Monti,
         Checco Cacca, Gigetto Canipella.
         Chi antro c'era?...L'oste a via Rasella,
         Stefeno er tornitore a Tor de Conti.

E, me pare, er droghiere a li du' Ponti,
         Cencio la Quaja, Zio de la Renella,
         Er Teoligo, Peppe... e la barella.
         All'una e un quarto stamio tutti pronti.

Prima d'usci', mannassimo Nunziata
         A giocacce dar Sordo un ambo sciorto:
         Cinque mortorio e trenta la giornata.

Poi sentissimo bene da Gregorio,
         Er mannataro, dove stava er morto,
         E uscissimo a le due da l'Oratorio.


II


Quanno stamo un ber po' for de le mura,
         Dice: -- Passamo pe' la scortatora,
         -- Ah, Nino, dico, si nun è sicura,
         Bada che non uscimo piú de fora.

-- Ma, dice, annamo, nun avé' paura:
         Ce venni a caccia pe' la Cannelora. --
         E annamo. Peppe mio, che fregatura!
         Stassimo pe' la macchia un frego d'ora.

Sotto a le Capannelle de Marino
         Trovassimo 'na fila de carretti,
         Che veniveno a Roma a portà' er vino;

E a forza de strillaje li svejassimo,
         Che dormiveno tutti, poveretti;
         E lí a lo scuro je lo domannassimo.


III


-- Avete visto gnente un ammazzato?
         Dice -- Vortate giú pe' 'ste spallette,
         Annate a dritta, traversate er prato;
         Quanno sete arrivati a le Casette,

Domannatelo a l'oste der Curato
         Che ve l'insegna. -- Quanto ce se mette?
         Dice: -- si annate a passo scellerato
         Ce metterete sempre un par d'orette --

Ritornassimo addietro viciversa,
         Fijo de Cristo! co' le cianche rotte.
         Quanno stassimo sotto a la Traversa,

Lí, li carretti ce se slontanorno,
         E noi daje a girà, tutta la notte
         Finché a la fine ce se fece giorno.


VI


Che giornata, Madonna! Nera, nera,
         Che pareva dipinta cór carbone,
         Che proprio nun te fo esagerazione,
         Era matina e ce pareva sera.

Se mettessimo sotto a 'na macèra
         Morti de fame pe' magnà' un boccone.
         Venne un'acqua! Ce prese 'no sgrullone
         Che nun vedemio piú celo né tera.

Spiobbe. Se rimettessimo in cammino;
         Ma indovinece un po'? Riannamo a sbatte'
         Sotto a le Capannelle de Marino.

Ma basta, er fatto sta, tanto cercassimo
         Immezzo a li canneti, pe' le fratte,
         Pe' li fossi, che arfine lo trovassimo.


V


Stava infrociato là a panza per aria,
         Vicino a un fosso, accanto a 'na grottaccia,
         Impatassato drento a la mollaccia...
         C'era 'na puzza ch'appestava l'aria.

Le cornacchie e li farchi da per aria
         Veniveno a beccàjese la faccia,
         E der pezzo de sopra de le braccia
         C'era rimasto l'osso. Che barbaria!

E ne l'arzallo pe' portallo via,
         Je trovassimo sotto un istrumento
         Lungo cusí, che mo sta in Pulizia.

Poi don Ignazio disse le preghiere;
         E tornassimo co' le torcie a vento,
         Pe' la macchia, cantanno er Miserere.


1881