Vittorio Baccelli
BARDO THODOL
Il movimento libero, significa che il tuo corpo attuale è un corpo di desiderio poiché il tuo intelletto è stato separato dal suo sostegno, e non un corpo di materia volgare; per modo che tu hai ora la possibilità di passare attraverso complessi rocciosi, colline, pietre, terre case; attraverso il monte Meru stesso, senza essere ostacolato.


Con la traduzione dal titolo deviante "Libro tibetano dei morti" questa grande opera scritta nell'VIII o nel IX secolo dal grande maestro Padma Sambhava per i buddisti indiani e tibetani, ha visto da noi numerose traduzioni ed edizioni.
Occorre innanzi tutto sfatare una leggenda che erroneamente si è creata attorno a questo libro, che sia cioè per i morti, una specie d'itinerario per l'aldilà, fatto apposta per chi è già defunto.
Niente è più errato: il Bardo Thodol è un rituale iniziatico, già Plutarco ci ricordava che l'anima, al momento del trapasso, ha le stesse esperienze di colui che viene iniziato ai grandi misteri.
Non dobbiamo però cadere nell'errore di ritenere l'iniziazione orientale un rituale d'alta magia cerimoniale, com'è in uso nelle società iniziatiche occidentali.
Quello orientale è un percorso interiore, un viaggio all'interno dell'uomo.
Ci troviamo di fronte alla morte mistica, cioè alla massima esperienza iniziatica che all'uomo è dato di accedere.
Dunque non stiamo parlando di un testo funebre: bardo in tibetano significa "stato intermedio dopo la morte", thodol "liberazione attraverso l'ascolto", possiamo quindi definirlo come un manuale per ottenere la liberazione dalla catena delle rinascite.
Scopo del libro è quello di preparare il morente al superamento delle prove che si presentano durante il "bardo".
L'analisi e lo studio sistematico del processo umano di morte, rappresenta una prudente, ma corretta preparazione all'inevitabile: non v'è uomo che non sia destinato a morire.
Non è pratico da parte nostra, evitare d'analizzare questi temi con la massima attenzione e non elaborare metodi per occuparsi della morte e del morire con competenza, compassione ed umanità (Dalai Lama).
Riflettere sul mistero semplice della morte (Pasciuti) non è un fatto morboso, ma anzi liberatorio dalle paure, e perfino benefico per la salute di chi vive.
Questo testo oltre ad esser d'indubbio spessore letterario, costituisce il miglior correttivo alla tendenza della civiltà contemporanea di rimuovere l'esistenza stessa della morte.
L'arte del morire è altrettanto importante dell'arte del vivere.

L'ultima edizione di questo libro per conto dell'editore Neri Pozza del 98, si apre con una interessante prefazione del Dalai Lama e possiede una presentazione che risulta più consona ad un lettore occidentale; ritengo comunque l'edizione Atanor (del 74 e successive) la più fedele allo spirito originale dell'opera, sia nella traduzione che nei commenti.