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LE MIE LETTURE
(di Bartolomeo Di Monaco)
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Émile Zola: "Il ventre di Parigi".
Per concepire un ciclo come quello dei Rougon-Macquart, che si comporrà via via di romanzi tutti vigorosi e sensibili, occorre avere una dote innata ed una ricchezza interiore singolare. Solo la morte stroncherà l'attività prolifica di questo grande scrittore, che, tra i pochi, riposa, non a caso, nel Panthéon di Parigi, dove fu trasferito nel 1908 dal piccolo cimitero di Montmartre. Mi sono accostato tardi a questo autore che la mia memoria collegava all'affaire Dreyfuss, ma non ai suoi romanzi. Quando lessi nel settembre del 1998 Thérése Raquin, provai attrazione e ammirazione nei confronti di un artista capace, insieme solo con pochi altri, di insegnarci a scrivere. Il ventre di Parigi, che desidero qui segnalare, è un brulicante ritratto della vita delle Halles, ossia dei mercati generali di Parigi, così com'era organizzata nella seconda metà dell'Ottocento. Vi si muove una fauna umana variegata di personaggi popolari indimenticabili, come ad esempio la bella normanna Louise e Sarriette, due pescivendole, che incontriamo nel secondo capitolo. Il libro si apre con pagine dedicate alla
descrizione dei carri carichi di mercanzia che prima dell'alba dalle campagne si muovono verso Parigi. Si avverte il movimento, la confusione, il frastuono dell'arrivo, il disordine e la fretta nello scaricare la mercanzia, l'avvicinarsi dell'alba, quando tutto deve essere pronto per servire i clienti che si svegliano in città. Zola ci abituerà a queste descrizioni collettive, che rendono l'anima della Parigi proletaria e lo
vedremo in altri suoi libri. Il suo stile è asciutto, teso a decifrare con esattezza la realtà. Le sue descrizioni hanno la precisione di un Canaletto. Delle Halles fa palpitare le merci esposte, dando ad esse i colori e le luminosità del vero. Nel capitolo quarto tratteggia i sotterranei delle Halles e pare anche a noi di trovarci in compagnia dei personaggi Marjolin e la bella Lisa, sotto le strade di Parigi. Quando si fa visita, nelle nostre escursioni turistiche, a quel quartiere, oggi del tutto trasformato, chi ha letto Zola, ha una ricchezza, un prezioso regalo in più, da donare agli amici.
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Émile Zola: "L'ammazzatoio".
In questo libro, in alcune parti finali, sfugge al grande scrittore il controllo del sentimento e vi sono accenti romantici che non mi aspettavo. Come nel XII capitolo, quando la sfortunata protagonista Gervaise viene
presa da una profonda disperazione. Ma lo stile che innalza il libro al livello di capolavoro resta incontaminato: la misura vi detta legge. Anche qui Zola rende immortali scorci di una Parigi che gli deve molto della sua popolarità nel mondo. La descrizione del lavatoio dove si recano le lavandaie e dove si intrecciano liti e pettegolezzi ne è un esempio. È l'apertura del libro. Memorabile è anche, nel VI capitolo, la descrizione della fabbrica dei chiodi dove lavora il bel Goujet, qui è titanica la sfida tra il giovane ed un compagno di lavoro, per forgiare un enorme chiodo, davanti ai begli occhi di Gervaise. Parigi sotto la neve, con Gervaise che gira disperata nella notte per
prostituirsi nella speranza di alleviare così i morsi della fame, è una pennellata che fa dimenticare, nel XII capitolo, i piccoli cedimenti del cuore. Con Zola, le miserie e le sofferenze del proletariato acquistano dignità e s'innalzano a protesta universale di uno sfruttamento dell'uomo, che ancora oggi, sebbene attenuato, permane.
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Émile Zola: "Nanà".
Le radici di questo personaggio si trovano nella piccola Nanà, figlia di Gervaise Macquart e di Coupeau, che ne L'ammazzatoio fugge di casa, per sottrarsi allo squallore di una vita che pare ormai senza alcuna speranza. Le qualità dello scrittore Zola qui sono tutte espresse al massimo grado, e sebbene la materia che tratta avrebbe potuto offrirgli l'occasione di qualche cedimento romantico, Zola domina il sentimento e ci regala ancora una volta uno straordinario personaggio e una incancellabile Parigi. Abbiamo già notato come le aperture dei suoi libri sono spesso dedicate ad immortalare scorci di Parigi. Nanà si apre con la descrizione del piccolo Théatre des Variétés, che a poco a poco, tra le basse luci, si riempie di personaggi, accorsi ad ammirare la bella soubrette, di cui un po' tutti sono innamorati. Nel capitolo settimo, Zola si sofferma sulla sua stupenda creatura e la descrive mentre si ammira allo specchio, sotto gli sguardi di un corteggiatore. Ancora un pezzo di bravura, inimitabile. Come nel capitolo undicesimo la corsa dei cavalli a Longchamp nel Bois de Boulogne: "Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno", così si apre il memorabile capitolo.
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Alcune frasi che mi hanno colpito, ripodotte nella traduzione di Luisa Collodi:
"orgogliosa di potersi metter nuda ogni momento e davanti a chiunque senza dover arrossire."; a proposito del sesso di Nanà: "Lei, aveva un'altra cosa, una piccola sciocchezza di cui si rideva, un po' della sua nudità delicata, e con quel nonnulla, vergognoso ma tanto potente, la cui forza sollevava il mondo, da sola, senza operai, senza macchine inventate dagli ingegneri, aveva sconvolto Parigi e costruito quel patrimonio sul sonno di
cadaveri"; "Si dà la colpa alle donne, mentre sono gli uomini che esigono certe cose...".
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Émile Zola: Germinal
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È il romanzo epico di Zola. Tutto si svolge nel periodo ristretto di pochi mesi. A Montsou, un piccolo villaggio di minatori situato nel Nord della Francia, arriva Stefano Lantier, il fratellastro di Nanà, con le sue idee di voler cambiare il mondo. Entrato come operaio nella miniera, insofferente delle disumane condizioni di lavoro dei minatori, li conduce allo sciopero: due mesi e mezzo di dura lotta, la cui narrazione tragica e coinvolgente costituisce il nucleo della storia, fino al sabotaggio perpetrato dal rivoluzionario e scontroso Suvarin, che porterà alla catastrofe nella miniera. Come il suo arrivo solitario aveva aperto il libro, così la sua solitaria partenza ne costituisce la chiusura, e sebbene lo sciopero sia fallito, in Stefano resta la speranza di una prossima rivoluzione, quella che, meglio organizzata, riuscirà a portare giustizia. Il romanzo ci fa incontrare all'inizio, nel capitolo 2, la famiglia Maheu, nel momento in cui si sveglia, ancora notte, per recarsi alla miniera. È un capitolo di rara bellezza, come i successivi 3, 4 e 5 in cui con grande suggestione ed efficacia viene minuziosamente osservato il lavoro nei neri e terribili cunicoli della miniera. È in queste pagine che facciamo la conoscenza di Caterina, una figurina esile ma tenace, di cui Stefano subito s'innamora, ma che finisce invece, dopo uno stupro, nelle braccia del violento Gran Chaval. Caterina morirà nel disastro della miniera, vanamente aiutata da Stefano. Ancora una volta Zola ci mostra un'umanità sofferente e umiliata, un'umanità il cui riscatto, ci fa intendere, non potrà non arrivare un giorno: i borghesi di Montsou capivano "che la rivoluzione sarebbe continuata a rinascere senza tregua, domani stesso, forse". Figure straordinarie sono quelle della Maheude, della giovane Mouquette, di Alzira, la sorella deforme di Caterina, che accudisce alla casa come una persona grande, e che morirà di stenti durante lo sciopero, e anche il fratello di lei, l'irrequieto Gianlino.
Alcune frasi che ho annotate nella traduzione di L. G. Tenconi: "Quando le ragazze dicono di no, è perché preferiscono per la prima volta essere prese con la violenza"; "l'unico bene sulla terra era di non esistere, e se pur si esisteva, d'essere albero, d'essere pietra, meno, meno ancora, d'essere il granellino di sabbia che non sanguina sotto il tallone che lo calpesta."; "Andata che se ne sia la speranza, se ne va anche il piacere di vivere"; "se con l'uomo giustizia non era possibile, l'uomo doveva essere soppresso. Avrebbero dovuto aver luogo tanti massacri quante società marce esistevano, e ciò fino allo sterminio dell'ultimo essere"; "una folla che muore di fame non ha nessuna forza". Dell'operaio Maheu, Zola dice una sola volta l'altro suo nome: Ognissanti (parte terza, capitolo 4); questa coincidenza con il mio Cencio Ognissanti mi ha colmato di gioia, poiché non conoscevo il romanzo di Zola, quando nel 1995 mi accingevo a scrivere il mio.
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