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Antonio Sacchini (1730 - 1786) Una vita tempestosa tra Napoli,Monaco, Stoccarda, Londra e Parigi. Ovunque lasciò bella musica e tanti debiti.
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Antonio Maria Gaspare Gioachino Sacchini, fiorentino di nascita, ma musicalmente appartenente di diritto alla terza Scuola Napoletana del Settecento, ebbe infatti Francesco Durante come maestro di clavicembalo e di composizione, Fiorenza di violino, Manna di canto, studiò al Conservatorio di S. Maria di Loreto, diventando, in ordine, mastriciello, maestro di Cappella straordinario, quindi secondo maestro. Correvano gli anni in cui ( 1734 ) lo sviluppo delle vicende internazionali e la guerra di successione polacca avevano portato a Napoli Carlo di Borbone, figlio cadetto di Filippo V. Scacciati gli austriaci, la città tornò nuovamente capitale di un nuovo Regno e della Musica. Quest' ultima, infatti, era intesa dal Re come il simbolo del lustro della Dinastia. La costruzione del San Carlo, vero tempio della Musica, lo si deve a quel Sovrano.
Fra Donato (Napoli, 1756), un intermezzo in due parti con cinque personaggi, eseguito nello stesso Conservatorio di S. Maria di Loreto, mise in luce le doti di operista di Sacchini, che lo portarono a Venezia, dove egli allestì, al teatro San Benedetto, l'Alessandro Severo (1762, libretto di Zeno) e l'Alessandro nelle Indie (763, libretto di Metastasio ), che ottennero lusinghieri successi e che gli aprirono la strada ad una brillante carriera. Roma fece suo l' anno più fecondo del compositore, il 1765, in cui Sacchini scrisse Il soldato per forza impazzito per amore, La contadina in corte (Teatro Valle in occasione del Carnevale), l' Eumene.
Memorabile fu l'interpretazione del soprano Antonia Bernasconi nei panni di Sandrina nella Contadina in corte, eseguita a Vienna nella stagione 1765-66. Quest'opera buffa è ricca di una ouverture in Re maggiore, altrimenti definita sinfonia avanti l'opera, in tre movimenti, di classico stile italiano, stringata, in linea con il contesto della trama, quasi matematica nel melodioso fraseggio e cantilenata.
Ma chi ha scritto il libretto di questo capolavoro sacchiniano ? Una bella domanda che continua a non avere risposta. Leggo : ignoto da G. Gozzi ; successivamente intitolata La contadina ingentilita, Rovigo 1779 ; oppure, come fa presente Carlo Vitali, 'soltanto due libretti sembrano fornire una precisa attribuzione, cioè quello della rappresentazione romana del 1771, nella cui dedica un certo Giovanni Bartolomick parla del mio presente scherzoso componimento e quello varsoviense del 1765, che porta nel frontespizio il nome di Polisseno Fegejo, il ben noto soprannome arcadico di Carlo Goldoni' .
Ma sappiamo che il commediografo veneziano considerava la produzione librettistica un travail alimentaire. E' vero, decine sono però le opere, i cui libretti portano la sua firma. In taluni casi, confessiamolo apertamente, sarebbe stato meglio ch'egli non l'avessa apposta. In La contadina in corte il valore letterario è, invece, più che discreto, raggiungendo - accompagnato da una splendida musica - ottime vette nelle arie 'Nel chiaro ruscelletto' 'Oh questa sì che è vaga' 'Vaghe le selve sono' 'Tutta cerchi d'intorno...' Il cor di lei m'è noto' . La vicenda offrirà spunti alla prima parte di ' Giselle 'e di ' La Wally' . E' comunque una storia frizzante, ben scritta (a me richiama inesorabilmente o Goldoni o Gozzi) , in cui Poesia e Musica vanno bene a braccetto profondendo bel canto e versi di qualità. Di questo intermezzo per musica a quattro voci , con la revisione di Giani, direttore d' orchestra Gabriele Catalucci, la Bongiovanni di Bologna ha effettuato una registrazione dal vivo, nel corso delle rappresentazioni del 17 e 18 dicembre 1991, per la regia di Gianni Marras presso il Teatro Civico di Sassari nell'ambito del VII Festival dell'Opera Buffa organizzato dalla Cooperativa Teatro e/o Musica di Sassari. Un CD da ascoltare per comprendere il geniale talento di Antonio Sacchini.
Invitato a Stoccarda, compose per quella Corte l' opera 'Calliroe' . Scontento dei compensi finanziari, abbandonò la città per Monaco. Qui entrò nelle grazie dell' Elettore Massimiliano III, mecenate di buon gusto, per il quale compose lo Scipione in Cartagena e 'L'eroe cinese ' (libretto del Metastasio) .
Legatosi in amicizia con il cantante Venanzio Rauzzini, si recò con lui a Londra (vi dimorò dieci anni), dove andò in scena il 'Montezuma'. Seguirono altri trionfi quali 'Tamerlano' 'Erifile' 'L' amour soldat' 'Il Calandrino' 'Enea e Lavinia' e 'L'avaro deluso'. Fu anche l'inizio (o il proseguimento) di una vita dissipatrice, da 'avventuriero di stampo dapontiano'. Tutti i guadagni in fumo, più le uscite delle cospicue entrate.
Fiorirono nuove opere, tra le quali l'Isola dell' amore, che lo portò a lasciare Londra per Parigi. Di quell'opera comica a 4 voci in 2 parti, mi piace ricordare l'edizione pistoiese dell'estate 1776, resa storica dall' interpretazione di Costanza Sacchi nel ruolo di Belinda, la nobile scozzese amata già da Giocondo poi dal medesimo abbandonata.
Ma anche a Parigi, nonostante la protezione di Maria Antonietta (alla quale era stato raccomandato da quel grande Imperatore che fu Giuseppe II d' Austria) , venuta poi meno per le ostilità e le calunnie dei colleghi e dei cortigiani, la situazione non cambiò in meglio. Piombò in piena disputa tra gluckisti, che volevano ricondurre la musica al suo vero compito di servire la poesia, secondo i dettami del maestro tedesco C.W.Gluck e del poeta livornese Calzabigi, abolendo le sinfonie introduttive staccate dall'azione e introducendo gli strumenti concertati, insomma un nuovo tipo di musica drammatica, e i piccinnisti (altrimenti detti bouffons) , che polemizzavano con i rinnovatori dell'opera, assumendo appunto il maestro Niccolò o Nicola Piccinni a difensore delle loro idee che, riassumendo, constavano nel dare alla melodiosità vocale la funzione di essere leggermente sorretta dal semplice accompagnamento, classico dell'opera italiana. Insomma, una specie di 'politica musicale' , alla quale, a dire il vero, Piccinni prestò il nome e basta, tant'è vero che, alla morte di Gluck, che stimato stimava, ne pronunciò l'elogio funebre. Poi fece di più: raccolse fondi per l'istituzione di concerti annuali in memoria del compositore 'boemo' .
Per tornare a Sacchini e alla sua indole di avventuriero, spendaccione e un po' di menefreghista, artista com'era in toto, badò ai fatti suoi, tirò diritto per la sua strada e non fece alcuna scelta. E ciò gli causò guai serissimi. Specialmente dal non avere tratto partito dal successo che ottenne la sua 'Olimpiade', vittoriosa opera di concezione 'piccinniana' nei confronti della perdente 'Armida' di stampo gluckiano.
Allestì in seguito 'Dardanus', libretto di Nicolas-Francois Guillard, dalla tragedia omonima in quattro atti di Charles-Bruère, che andò in scena a Versailles il 18 settembre 1784, due anni prima della sua morte. L'opera non fu gradita dal pubblico. Bisognerà attendere l'anno successivo e la revisione in tre atti per ottenere l'apprezzamento di Fontainebleau e di Parigi. Vi si riscontrerà un Sacchini decisamente più maturo, che presenta grandi arie liriche. Da rimarcare la scena dell'entrata di Iphise, di intensa suggestione.
Dopo la parentesi poco fortunata di 'Renaud', Sacchini compose quello che è considerato il suo capolavoro, il cui successo fu postumo, perché rappresentato dopo la sua morte (a causa dei risentimenti anti-italiani, dalla perdita del favore della Regina Maria Antonietta e per gli intrighi e le ostilità dei colleghi) , avvenuta l'otto ottobre 1786 per un attacco di gotta, dopo tre mesi di acuta sofferenza, e cioè
L'Oedipe à Colone, tragedia lirica in tre atti, libretto del solito Nicolas-Francois Guillard, da Sofocle.
L'opera trionfò tra il 1787 e il 1844 con tantissime rappresentazioni in tutta Europa. Antonio Sacchini fu salutato ovunque come un genio musicale. E lo dimostrano pure gli oratori, la musica sacra, la musica strumentale. Di quest'ultima segnalo le 2 sinfonie; i 6 trii per 2 violini e basso, op.1; i 6 quartetti per 2 violini, viola e basso, op.2; le 12 sonate per clavicembalo e violino; le 12 per clavicembalo op. 3 e 4.
Poi il silenzio. Oggi una timida riscoperta del musicista. Non omnis moriar. Non tutto morirò. Sacchini,
come Orazio, lo poteva dire.
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