Andrea Luchesi
razzìa di un genio.

di Stelvio Mestrovich.
Il ventuno marzo dell'anno 1801 moriva a Bonn il compositore Andrea Luchesi. Quest'anno, dunque, ricorre il duecentesimo anniversario della sua scomparsa. E di scomparsa proprio si tratta, non solo di morte, ma di effetto dello sparire dalla storia della Musica, di cui egli fu un 'titano' e il maestro di colui che oggi passa ordinariamente con tale nome, cioè Ludwig van Beethoven.
Ignorato dai musicologi di regime, italiani ed europei, scansato dai biografi dei componenti della cosiddetta Wiener Klassik, tralasciato impietosamente dai dizionari e dalle enciclopedie che trattano di musica, snobbato nella sua stessa cittadina natale, Motta di Livenza nel trevigiano, in cui egli nacque il 23 maggio dell'anno 1741, figlio di Pietro Luchesi, commerciante di granaglie e di Catterina Gottardi, realtà tipica 'italiana' che non deve stupire più di tanto, considerato il trattamento riservato a Legnago ad Antonio Salieri, il nostro Andrea Luchesi andrà incontro a un bicentenario quatto quatto, silenzioso, neanche in sordina, definiamolo pure, in anticipo di un mese, 'tombale' .
Il più grande studioso di Luchesi è il prof. Giorgio Taboga di Treviso, che da anni si batte per la rivalutazione del genio mottense. Ne fa fede il suo libro-choc 'Andrea Luchesi. L'ora della verità', una bellissima pubblicazione che ha stuzzicato un vespaio che requiesceva da un paio di secoli. Prima di lui, esattamente nel 1937, ma in maniera più blanda, aveva già tentato la riabilitazione di Luchesi il tedesco Henseler con lo studio 'Andrea Luchesi, der letzte bonner Kapellmeister zur Zeit der jungen Beethoven', (Andrea Luchesi, l'ultimo Maestro di Cappella a Bonn ai tempi del giovane Beethoven), Verein Alt-Bonn, stampato in Bonn.
Oggi è il critico musicale, musicologo, nonché il più grande studioso del Settecento Musicale Luigi Della Croce che appoggia le tesi di Taboga, aprendo orizzonti sconosciuti, come ha fatto recentemente a Berlino all'ultimo convegno internazionale beethoveniano. Anche chi scrive questo articolo ha pronto un voluminoso saggio, in forma romanzata, sulla vita e sulle opere di chi fu Maestro di Beethoven (verità tenuta nascosta da tutti a tutt'oggi) , che giace polveroso nel cassetto, dato che le Case Editrici temono di pubblicarlo.
Il motivo? Lo spiega la giornalista Jolanda Dalla Vecchia '... Rivalutare un musicista italiano in una posizione così centrale nella nascita della Wiener Klassik riconosce un possibile influsso italiano nello sviluppo delle abilità compositive di un Mozart o di un Beethoven, provocando non poche opposizioni negli ambienti 'ufficiali' della Kultur tedesca, e significa andare a scontrarsi con informazioni forzate, lacunose, sospette, reticenti delle fonti tedesche e degli operatori degli archivi di Austria e Germania ... '




Tra le quattrocento famiglie che, nel quattordicesimo secolo, lasciarono Lucca per il Veneto - nel caso specifico per Venezia (Li qual Lucchesi se ne vennero a Venetia et li fo consegnata la Calle della Bissa, et chiamaronla la Calle dei Toscani, et lì fecero le sue botteghe, et creorno l'officio ch'al presente si trova dietro la Chiesa, chiamato l'officio della Seda), ci fu anche quella di Andrea.
Luchesi, con una 'c' sola, perché il dialetto veneto non ammette doppie, obbligandole, al contrario, quando non ce n'è necessità, visse metà della sua esistenza tra la cittadina natale e la città lagunare, ove fu allievo di Gioacchino Cocchi, del Vallotti e di Ferdinando Bertoni, ove operò come produttore di musica per il conte Giacomo Durazzo, ove ebbe contatti con i Mozart (padre e figlio), durante il loro primo soggiorno nel nostro Paese; la seconda metà, trent' anni, a Bonn. Qui affiancò l' anziano Kapellmeister Beethoven Senior e gli successe nella carica, portando la Cappella a livello delle migliori in Germania ed istruendo Ludwig van Beethoven Junior, fino alla di lui partenza per Vienna, avvenuta nel novembre del 1792.
A Bonn Luchesi conobbe Franz Joseph Haydn, quando questi, nel 1790, vi fece tappa durante il suo primo viaggio a Londra, all'andata e al ritorno. Proprio per quanto concerne Haydn, si ha la clamorosa 'razzìa' ai danni del compositore mottense, complice il conte Durazzo. Legato a filo doppio con il conte Morzin, fratello del primo 'patrono' di Haydn, e con il principe Nicola Esterhazy, al servizio del quale Haydn passò quarant'anni, avendo i tre sposato le tre figlie del conte Weissenwolf, Durazzo fungeva da orecchio di Dioniso per i suoi cognati mitteleuropei e procurava loro sinfonie e tutto quello che poteva allietare i programmi musicali dei suoi parenti e 'clienti' .
Lavori di Sammartini e di Luchesi e forse di altri compositori (Sarti, Traetta, Galuppi) furono da lui inviati in Austria al Principe Esterhazy, il quale preferiva comprare in Italia, tramite quel fine intenditore di suo cognato, sinfonie eccellenti con l'anonimato compreso nel prezzo, piuttosto che ordinarle al suo indaffarato Kapellmeister Haydn.
Il falso veniva giustificato con il fatto che l'opera musicale diventava a tutti gli effetti proprietà del committente, il quale poteva attribuirne la paternità artistica a chi gli piaceva.
La Wiener Klassik, dunque, non esiste: le sinfonie di Haydn sono mezze di Sammartini Giovan Battista e di altri componenti della 'scuola milanese' (Giulini, Lampugnani, Chiesa) e metà di Andrea Luchesi. Haydn non fu mai in grado di comporre nulla di meglio dei mediocri trii per baryton, tanto che i quartetti (148 tutti scomparsi per evitare confronti) il Principe Esterhazy li ordinò a Venceslao Piche, che l'Imperatrice Maria Teresa apprezzava più di Mozart; quelle di Mozart sono in parte sue  (il padre le nasconde, perché non gli fanno onore - Abert I 461 ), ma le belle sono di Andrea Luchesi .
Ludwig van Beethoven è il solo musicista 'genuino' ed è grande perché fino a 22 anni è stato allievo a Bonn di Andrea Luchesi.
In conclusione: la Wiener Klassik è un fenomeno tutto italiano.

Motta di Livenza tace il suo più illustre figlio per invidia e per ignoranza; Bonn, la patria di elezione del compositore, per paura; la storiografia musicale per subordinanza al regime politico ed economico; i critici per non annullare 'ciance' narrate lungo l'intero arco del loro falso disquisire.

Temporibus peccata latent et tempore parent.

Che sia giunto il tempo opportuno? Poniamo fiducia in Catone.

Stelvio Mestrovich
Lucca, gennaio 2001