| Intervista al regista Rithy Panh, ex prigioniero dei Khmer Rossi Cambogia, la terra delle anime erranti |
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Marina Forti - Roma |
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Uomini e donne scavano chini per terra, con le vanghe e con le mani. E' un solco profondo e stretto, solo corporature così minute potrebbero entrarci. Il solco si allunga, corre parallelo alla strada - passano carretti, pedoni, rare automobili, su sfondo di risaie e capanne di bambù. Quando è pronto arriva il cavo: un bel cavo nero, il marchio Alcatel ben visibile. Porterà Internet, "l'occhio magico e l'orecchio magico". Ma per il momento la rete delle reti non cambia molto nella vita di questa truppa di contadini, povere donne, reduci delle numerose guerre indocinesi: scavano per pochi soldi al metro, dormono sulla terra, si spostano man mano che il solco avanza, bambini al seguito. Ogni tanto le vanghe riportano alla luce una mina. A volte dal suolo emergono ossa, lunghe - umane? Siamo in Cambogia, nella regione tra le frontiere con la Thailandia e il Vietnam che ha visto molti degli scontri armati degli ultimi trent'anni. Forse le "anime erranti" sono quei resti di soldati finiti sottoterra senza neppure un funerale. O forse sono i vivi, i lavoratori che oggi scavano per posare il cavo telefonico mentre i bambini cercano granchi e formiche da mettere nella zuppa serale: sono loro i protagonisti di La terre des âmes errantes ("Il paese delle anime erranti"), film del cambogiano Rithy Panh, a cui la rassegna del cinema asiatico terminata ieri al Palazzo delle Esposizioni di Roma ha dedicato un omaggio. La terre des âmes errantes è del 1999 ed è un film documentario (di recente ha vinto il primo premio al Festival dei Popoli, Firenze). Attraverso le vite di quei contadini impoveriti, il regista offre un'immagine della Cambogia d'oggi, dove il fossato delle diseguaglianze si approfondisce e dove il passato continua a riemergere. D'altra parte, Panh ripete che il suo è un "cinema d'urgenza": urgenza di "rimettere insieme i pezzi della nostra identità, ricostruire la memoria di un paese". L'abbiamo incontrato in un momento di pausa della rassegna romana: e quando gli chiediamo cosa intenda per "cinema d'urgenza" ricostruisce il suo personale cammino. "Forse se non ci fosse stata la guerra non mi sarebbe mai venuto in mente di fare il cineasta", dice. Nato nel 1964 a Phnom Penh, Rithy Panh ha lasciato la Cambogia nel '79 fuggendo in Thailandia: è nei campi profughi che ha cominciato a pensare al cinema. Poi è riuscito ad andare in Francia, ha studiato all'Institut des Hautes Etudes Cinématographiques: "Dal 1988 ho cominciato a guadagnarmi la vita come cineasta". Da allora fa la spola tra Phnom Penh e la Francia ("a cercare finanziamenti e sostegni per il mio lavoro"). "Quando si esce da una tragedia come quella vissuta dalla Cambogia per trent'anni ci sono due atteggiamenti possibili: parlare, o difendersi con il silenzio. Io rispetto entrambe le scelte, ma personalmente credo che bisogna parlare. Ho bisogno di dire. Ho avuto la chance di sopravvivere, forse la resistenza fisica, e il minimo che posso fare è rendere dignità a quelli che sono morti. E' questo che considero un'urgenza di fronte alla storia, alla memoria distrutta, all'identità annientata. L'urgenza di uscire dalla cultura della violenza, dalla pura sopravvivenza. Questo mi ha fatto scegliere un cinema certo un po' politico, sociale: creare un film per me è sempre un'occasione per incontrare e discutere con le persone". I lavori presentati a Roma testimoniano di questa intenzione. Bhopana, une tragedie cambodgenne (1996) ricostruisce la storia di una giovane donna, Bhopana, imprigionata durante il regime dei Khmer Rossi, costretta a confessare crimini terribili e infine giustiziata: è il primo documentario girato in Cambogia sul periodo più oscuro della storia recente del piccolo paese ("non è stato facile girarlo, abbiamo fatto un lavoro d'indagine quasi poliziesco"). Abbiamo visto anche Neak Sre ("Gente della risaia", 1994) il suo primo film di fiction girato in Cambogia: tra l'altro era la prima volta che nel paese si girava un film in presa diretta, senza doppiaggio in studio, e anche per questo Panh ha usato un cast di attori non professionisti. "Per tutti era la prima volta che recitavano in un vero film. C'erano danzatori, cantanti, contadini, per lo più interpretavano sé stessi. Non ho nulla contro gli attori professionisti, ma in Cambogia non ne abbiamo, nel senso formale. Così nello scegliere il mio casting mi interessa l'attitudine a interpretare ma soprattutto cerco persone che abbiano qualcosa di forte da esprimere. In questo senso fare un film è un progetto collettivo, significa imbarcarsi in un'avventura, hai un budget e un progetto e ciascuno ci mette la propria sensibilità e immaginazione". Cosa significa lavorare in Cambogia? Considera che è un piccolo paese distrutto dalla guerra. A Phnom Penh non ci sono sale cinematografiche né teatri: le proiezioni avvengono in centri culturali, presso salette di associazioni, qualche galleria, officine. Resta qualcosa di danza, ma non c'è una pièce teatrale in circolazione. Voglio dire che una grande civiltà, che aveva una vocazione artistica, è annientata. Al tempo dei Khmer Rossi, tra il '75 e il '79, è scomparsa la scuola. Sì, ci sono i templi di Angkor, ma la cultura è distrutta. Che cinema circola? Il karaoke, i film di Kung Fu, un po' di cinema americano del genere di Schwarzenegger. Roba per abbrutire, macchine per cancellare la memoria. Ma nessuno sguardo sulla società, sulla politica, sui cambiamenti sociali, i traumi collettivi della guerra. E non perché manchi il bisogno di questo sguardo ma perché la produzione è controllata da commercianti, un videoclip di karaoke rende più di un documentario e questo è l'unico criterio che conta. E' per questo che lei ha fondato una scuola per documentaristi, l'Atelier Varan, nel 1994? Vede, il suono e le immagini oggi sono come la scrittura: un popolo senza scrittura non esiste nel tempo. Senza documentari, non c'è storia. Sì, per questo ho deciso di aprire un atelier a Phnom Penh. Ho cercato di riunire persone guidate dalla passione. Non tutti sapevano di cinema ma c'erano artisti, danzatori, insegnanti, ragazze attive nel movimento delle donne. Undici studenti per ciascun corso di tre mesi, dunque un lavoro intensivo. L'idea è che imparare a servirsi della telecamera è relativamente facile: il punto è imparare come guardare la realtà, decidere cosa vuoi dire e a chi. Per questo penso che un documentario è un atto di democrazia: in fondo significa ridare la parola. Il progetto continua? Non molto bene, non ho più finanziamenti. Ma ogni volta che lavoro su un film ricreo un gruppo. E' stato così con La terre des âmes errantes. Girare significa aprire una discussione, e questa in fondo è la cosa che mi interessa di più. Ma il pubblico di Phnom Penh come reagisce a un film come quello? Di solito la proiezione delle "anime erranti" suscita reazioni forti. Rabbia. No, non contro di me. Pensi che la Cambogia comunista aveva un regime di collettivizzazione totale molto dura. Poi un giorno, di colpo, è passata a un regime ultraliberalista altrettanto estremo. Oggi è la legge della giungla: prosperano i furbi, gli opportunisti. Ci sono persone divenute milionarie in tre o quattro anni, mentre c'è una maggioranza persa, che non sa come mangiare. Il fossato della diseguaglianza si approfondisce, e con la povertà prosperano la prostituzione e la delinquenza. Anche il fossato tra città e campagna si approfondisce. La gente di campagna sogna di andare in città - ma a fare cosa? Nel migliore dei casi diventare operai a 30 dollari al mese, lavorando sette giorni su sette. Non è la fabbrica europea dove i lavoratori hanno dei diritti: la fabbrica in Cambogia significa uno sfruttamento bestiale, le persone ridotte a pura manodopera, quantità. D'altra parte il potere finanziario è controllato da una piccola élite. Quella minoranza compra le terre dai contadini impoveriti, costretti a vendere perché il campo non gli da abbastanza per vivere, così aumenta il numero dei senza terra che sognano di andare in città: e d'altra parte non c'è nessuna politica di sviluppo rurale, che non significa solo mettere una pompa idraulica ma avere un progetto, far rivivere le campagne, portare le scuole, valorizzare... E poi, la gente di città non sa più cosa significa vivere in campagna. E' come un altro mondo. I fossati aumentano: quanti sono che si possono connettere a internet?. Mi hanno chiesto se il mio film è contro Internet: ovviamente no! Piacerebbe a tutti accedere a quella tecnologia. Sto solo dicendo che un mondo di eslusi è ancora più escluso. Scusi se torno sul passato, ma leggo che lei è stato internato in un campo di rieducazione dai Khmer Rossi nel '75: non aveva appena 11 anni? Tutti erano stati mandati in campagna quando i Khmer Rossi hanno preso il potere, dunque io sono andato a lavorare nei campi come tutti. A partire dai 7 anni i bambini non stavano più con i genitori ma con gli altri bambini, nella rivoluzione. Il campo di rieducazione? Quello è stato perché un giorno, con tre amici, ho visto il caposquadra che pescava la parte migliore della zuppa di riso. Stava prendendo tutto il buono, e noi tornati dai campi affamati trovavamo solo brodaglia. Allora ho detto che "nella Kampuchea democratica questo non è giusto, rivoluzione significa che siamo tutti sullo stesso livello, non puoi mangiare il meglio e lasciarci l'acqua". Il giorno dopo ci hanno mandato nel campo speciale, cioè dove il lavoro è più duro. Nel campo speciale il regime era lo stesso per adulti e ragazzi. Le guardie avevano un po' più di riguardo per noi, se non finivi la tua parte di solito non ti picchiavano - ma per il resto, era massacrante. Ne esci stremato, e ancora ti è andata bene che sei scampato all'esecuzione. Molti si chiedono perché non c'è stata una rivolta. Sento anche parlare di "complicità" oggettiva tra vittime e oppressori": io lo trovo ingiurioso. In Cambogia le persone sono state disumanizzate, prima che uccise. Prima hanno spostato un'intera popolazione, mandato la gente di città in campagna, spostato le persone dai loro villaggi. Poi hanno distrutto la memoria, cosa molto più facile di quanto si può immaginare: prendi una persona, la deporti, la separi da parenti e amici, la metti in un regime di privazione, le neghi ogni informazione, scuola, lettura, religione. Le togli ogni oggetto personale, perfino un coltello e forchetta erano una deviazione capitalista. Questo è il terrore. Nessuno resiste a questa disumanizzazione - chi sta seduto a Parigi non lo può sapere. Certo c'è stata anche una "zona grigia", qualcuno che denuncia qualcun altro sperando di salvarsi. Proprio per questo credo che non puoi uscire dal trauma della guerra senza recuperare identità e cultura, ricostruire una solidarietà e dei valori comuni che sono stati uccisi dal genocidio. La Cambogia sta ricominciando a tentoni a ricostruire un'economia, ma non si rimetterà in piedi finché non affronta il suo problema di identità e di memoria. Per questo milito a favore di un lavoro di giustizia. Vuol dire un processo agli ex leader dei Khmer Rossi? Esatto. Non mi interessa la condanna, ma chi è responsabile politicamente deve pagare. Non credo alla formula della Commissione sulla verità come in Sudafrica. Non funziona. Non è perché uno si confessa davanti a Desmond Tuto che la questione è chiusa: e le vittime? Il lavoro di verità è quello affidato al documentario, alla ricerca, al dibattito collettivo. Quest'autunno il paese è stato sommerso dalle alluvioni anche perché non ci sono più alberi, le preziose foreste cambogiane sono state tagliate - prima dai Khmer Rossi e ora dai contrabbandieri. La corruzione dilaga. Ma se non condanni i responsabili ideologici di 2 milioni di morti resta l'impunità: e perché allora dovresti condannare un contrabbandiere? Oggi in Cambogia chi ha un fucile e dei soldi fa ciò che vuole. L'impunità pesa sul futuro come un macigno. |
| Testo inviato da Martina Soave |
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