| La "nostra" Europa di Peter Landser
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Se in uno dei tanti quiz televisivi, per vincere qualche milione si trattasse di riconoscere da una fotografia tipica le principali città europee, il povero concorrente cittadino europeo molto probabilmente se ne andrebbe a mani vuote. Certamente non sarebbe così invece se le foto riguardassero città degli Stati Uniti d'America. Anche se di tipico quelle città sembra che abbiano poco, la stragrande maggioranza dei film americani inizia con l'inquadratura di qualche città, solitamente costituito da ponti, distese d'acqua e
anonimi grattacieli in grande quantità. Visto che la stragrande maggioranza dei film proposti in televisione sono di produzione statunitense e che la loro azione si svolge in quei luoghi, noi cittadini europei, nostro malgrado, riconosciamo spontaneamente luoghi tanto distanti da noi, mentre non siamo in grado di associare ad immagini precise i nomi di città europee che pur strettamente appartengono alla nostra cultura. Quando uno si mette davanti al televisore con l'intento di passare una serata di svago poco attenzione fa all'origine del film che gli viene sottoposto, tanto più che tutti i film sono rigorosamente e perfettamente doppiati. Dopo un po' di sere però potrebbe sembrare strano a qualcuno che, pur avendo titoli diversi, in questi film attori con identiche smorfie raccontano storie assolutamente simili che si svolgono sempre negli stessi luoghi. E allora forse comincia a cercare il perché e scopre che durante le serate televisive non si alternano film prodotti nei vari paesi dell'Europa, ma che il marchio è sempre lo stesso, made in USA. Non certo abituato a chiedersi troppo il perché delle cose, il nostro tele-utente dà per scontato, con irreprensibile buon senso, che i paesi europei non producono film in quantità sufficiente o comunque di qualità degna da essere proposto al pubblico televisivo. Degna eccezione costituiscono film televisivi come l'Ispettore Derrick o l'Ispettore Rex, ambedue di produzione tedesca, che sembrano convalidare l'ipotesi: film validi sì che vengono proposti, quindi, se altri non ce ne sono significa che non sono di buona qualità. Di qualità invece, sempre per deduzione logica, sono i film americani dal momento che vengono quotidianamente proposti. Grazie al successo di pubblico di una serie come Derrick moltissimi italiani hanno avuto la possibilità di vedere una versione europea di un filone tanto caro al cinema americano, cioè il poliziesco. Quanti italiani però avranno notato l'assenza di continue sparatorie e di violenti quanto spettacolari colluttazioni? Quanti avranno capito l'etica dell'ispettore, sensibile e rispettoso della persona umana e non spinto da preoccupazioni per il mantenimento del suo posto di lavoro o da sentimenti di "giustificata" vendetta? Quanti avranno capito che il crimine non è soltanto l'uccisione, preferibilmente di una donna, con abbondante spargimento di sangue, ma che l'egoismo e la prepotenza di persone per bene possono creare vittime in tanti modi diversi, non necessariamente spettacolari, in quanto già la morte in se stesso, cioè la soppressione della vita altrui, ancora è sentito come un fatto altamente drammatico, che quindi non ha bisogno di effetti speciali per essere reso tale? Probabilmente in molti l'hanno intuito, in molti hanno apprezzato un ritrovato valore della vita umana, perché soltanto così si spiega il grande successo di pubblico di una serie televisiva tanto diversa dal cliché americano. Considerando però uno dei grossi vantaggi del pubblico televisivo, e cioè la sua assoluta passività, che esclude qualsiasi organizzazione di tipo sindacale e quindi di ribellione, la programmazione televisiva continua implacabile la linea dei prodotti statunitensi, forte com'è della sua scienza della persuasione televisiva basata sulla bieca ripetizione. Bastano pochi giorni di presenza quotidiana sullo schermo di persone assolutamente sconosciute e prive di particolari qualità, se non quella dell'esibizionismo, per guadagnare l'interesse se non addirittura "l'affetto" degli spettatori, come ha eloquentemente dimostrato il recente esperimento chiamato Grande Fratello. Da anni ci sentiamo dire da tutti che siamo degli europei e abbiamo anche creduto, anche senza capirne bene il perché, che questo fatto ci portasse dei reali vantaggi. Abbiamo sentito dire spesso che dobbiamo uscire dal nostro provincialismo e non vedere tutto solo in funzione del territorio su cui viviamo, ma in un'ottica molto più ampia, un'ottica europea. Certo. Ma oltre alla conoscenza di alcune importanti squadre di calcio e oltre la notizia di qualche spettacolare incendio o allagamento, cosa possiamo sapere di quel enorme territorio che è l'Europa, dove basta fare qualche centinaio di chilometri per trovarsi in ambienti e culture completamente diversi? Cosa possiamo sapere se è vero che la nostra conoscenza, una volta lasciata la scuola, dipende ormai principalmente, se non esclusivamente, dalla programmazione televisiva? Come facciamo a conoscere luoghi e abitudini dei nostri tanti fratelli europei se questa televisione ignora del tutto le loro espressioni culturali? Sarà forse che noi dobbiamo essere tutti europei per formare una unica grande massa, per pesare di più nella folle economia mondiale basata esclusivamente sui numeri e non sulle persone? Importante è sicuramente il benessere materiale, ma è sufficiente? peter landser |