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Pubblicata il: luglio 15, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesia anglosassone | Totali visite: 1257 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Samuel Beckett
Basta

Tutto ci che precede dimenticare. Molte cose alla volta non riesco. Cos resta alla penna il tempo di prendere nota. Non la vedo ma la sento laggi dietro. Per dire il silenzio. Quando si ferma, continuo io. Qualche volta si rifiuta. Quando si rifiuta continuo io. Troppo silenzio non riesco. O la mia voce troppo debole a volte. La voce che esce da me. Questo per l'arte e il modo.

Facevo tutto quello che lui desiderava. Lo desideravo anch'io. Per lui. Ogni volta che desiderava una cosa anch'io. Per lui. Non aveva che da dire quale. Quando non desiderava nulla io neppure. Al punto che senza desideri non vivevo. Se avesse desiderato una cosa per me anch'io l'avrei desiderata. La felicit mettiamo. O la gloria. Non avevo che i desideri che lui manifestava. Ma doveva manifestarli tutti. Tutti i suoi desideri e bisogni. Quando taceva doveva essere come me. Quando mi diceva di leccargli il pene io mi ci buttavo. Ci trovavo soddisfazione. Dovevamo avere le stesse soddisfazioni. Gli stessi bisogni e le stesse soddisfazioni.

Un giorno mi disse di lasciarlo. Us proprio questo verbo. Non doveva averne per molto ormai. Non so se dicendo questo voleva che io lo abbandonassi o soltanto che mi allontanassi un momento. Non mi sono mai posto il problema. Non mi sono mai posto che i suoi problemi. Comunque fosse filai via senza voltarmi indietro. Fuori portata della sua voce ero fuori della sua vita. Forse questo che lui desiderava. Ci sono cose che si vedono senza porsi il problema. Non doveva averne per molto ormai. Io invece ne avevo ancora per molto. Ero di tutta un'altra generazione. Non durato tanto. Ora che sto penetrando dentro la notte ho come dei bagliori nel cranio. Terra ingrata ma non del tutto. Con tre o quattro vite sarei potuto arrivare a qualche cosa.

Dovevo avere sui sei anni quando mi prese per mano. Uscivo appena dall'infanzia. Ma non tardai a uscirne del tutto. Era la mano sinistra. Stare a destra gli era insopportabile. Andavamo avanti insieme con la mano nella mano. Un paio di guanti ci bastava. Le mani libere o esterne pendevano nude. Non gli piaceva sentire contro la sua pelle una pelle estranea. Con le mucose diverso. Ma gli capitava anche di togliersi il guanto. Allora bisognava che anch'io facessi lo stesso. Percorrevamo cos un centinaio di metri con le estremit che si toccavano nude. Difficilmente di pi Questo gli bastava. Se mi fosse posta la questione direi che le mani scompagnate non si prestano molto all'intimit. La mia non si trov mai a posto dentro la sua. Qualche volta si staccavano. La stretta si allentava e cadevano ciascuna dalla sua parte. Spesso lunghi minuti prima di tornare a prendersi. Prima che la sua riprendesse la mia.

Erano guanti di filo piuttosto aderenti. Invece di smussare le forme le accentuavano semplificandole. Il mio naturalmente mi stava troppo largo nei primi anni. Ma non tardai a riempirlo. Trovava che avevo delle mani da Acquario. E' una casa del cielo.

Tutto mi viene da lui. Non star a dirlo ogni volta a proposito di questa o quella nozione. L'arte di combinare o combinatoria non cosa che mi si possa imputare. E' una tegola del cielo. Per il resto mi direi non colpevole.

Il nostro incontro. Bench fosse gi molto curvo mi dava l'idea di un gigante. Fin col tenere il torso orizzontale. Per equilibrare questa anomalia divaricava le gambe e piegava i ginocchi. I piedi sempre pi piatti erano rivolti verso l'esterno. Il suo orizzonte era limitato al suolo che calpestava. Minuscolo tappeto corrente di erbe e di fiori schiacciati. Mi dava la mano come una grande scimmia stanca tenendo il gomito sollevato al massimo. Bastava che mi raddrizzassi e lo superavo di tre teste e mezza. Un giorno si ferm e mi spieg cercando le parole che l'anatomia un tutto.

In principio parlava continuando a camminare. Mi sembra. Poi un po' camminando un po' stando fermo. Alla fine solo da fermo. E anche a voce sempre pi bassa. Per evitargli di dover dire la stessa cosa due volte di seguito dovevo inchinarmi profondamente. Lui si fermava e aspettava che mi mettessi in posizione. Non appena con la coda dell'occhio aveva intravisto la mia testa accanto alla sua emetteva i suoi bisbigli. Nove volte su dieci non mi riguardavano. Ma lui voleva che tutto fosse ascoltato e fino alle eiaculazioni e giaculatorie che lanciava al suolo fiorito.
Si ferm dunque e attese che arrivasse la mia testa prima di dirmi di lasciarlo. Ritirai in fretta la mia mano e filai via senza voltarmi indietro. Due passi e mi perdeva per sempre. Ci eravamo scissi se questo che lui desiderava.

Trattava raramente di geodesia. Ma dobbiamo aver percorso pi volte l'equivalente dell'equatore terrestre. In ragione di circa cinque chilometri per giorno e notte in media. Cercavamo rifugio nell'aritmetica. Quanti calcoli fatti a mente insieme piegati in due Ci capitava di innalzare alla terza potenza dei numeri ternari interi. Certe volte sotto una pioggia torrenziale. Bene o male imprimendosi a poco a poco nella memoria i cubi si accumulavano. In vista dell'operazione inversa a uno stadio ulteriore. Quando il tempo avesse fatto il suo lavoro.

Se mi fosse posta la questione nelle debite forme direi che si in effetti la mia vita fu la fine di quella camminata. Diciamo pi o meno gli ultimi undicimila chilometri. A contare dal giorno in cui per la prima volta fece un accenno alla sua infermt dicendomi che a suo avviso essa era giunta al culmine. L'avvenire gli doveva dare ragione. Quello almeno che avremmo trasformato in passato insieme.

Vedo i fiori ai miei piedi e sono altri i fiori che io vedo. Quelli che ritmicamente calpestavamo. Sono poi gl stessi.

Contrariamente a quanto per un certo tempo mi ero voluto immaginare non era cieco. Soltanto pigro. Un giorno si ferm e cercando le parole mi descrisse la sua vista. Concluse dicendo che secondo lui non si sarebbe abbassata pi oltre. Non so fino a che punto non si illudesse in questo. Non mi sono posto il problema. Quando mi chinavo per ricevere la comunicazione intravedevo un occhio rosa e azzurro apparentemente sensibile che scrutava verso di me.

Gli accadeva di fermarsi senza dire niente. Sia che in fin de conti non avesse niente da dire. Sia che pur avendo qualcosa da dire in fin dei conti vi rinunciasse. Io mi chinavo come al solito perch non gli toccasse ripetere e cos restavamo. Piegati in due con le teste che s toccavano. In silenzio la mano nella mano. Mentre tutto intorno a noi i minuti si aggiungevano ai minuti. Prima o poi il suo piede si strappava dai fiori e ripartivamo. Salvo a fermarci di nuovo dopo pochi passi. Perch potesse dire infine quello che aveva sul cuore o di nuovo rinunciare.

Altri casi principali si presentano alla mente. Comunicazione continua immediata con ripartenza immediata. Stessa cosa con ripartenza ritardata. Comunicazione continua ritardata con ripartenza immediata. Stessa cosa con ripartenza ritardata. Comunicazione dscontinua immediata con ripartenza immediata. Stessa cosa con ripartenza ritardata. Comunicazione discontinua ritardata con ripartenza immediata. Stessa cosa con ripartenza ritardata.

Sar stato dunque allora che ho vissuto oppure mai. Dieci anni come minimo. Dal giorno in cui dopo avere lungamente percorso le sue sacre rovine col dorso della mano sinistra lanci il suo pronostico. Fino a quello della mia presunta caduta in disgrazia. Rivedo il luogo a un passo dalla vetta. Due passi diritto davanti a me e gi discendevo l'altro versante. Se mi fossi voltato indietro non l'avrei visto.

Arrampicarsi gli piaceva e anche a me di conseguenza. Cercava le salite pi ripide. Il suo corpo di uomo si scomponeva in due segmenti uguali. Questo grazie alla flessione dei ginocchi che accorciava il secondo. Con un pendio del cinquanta per cento la sua testa sfiorava il suolo. Non so da dove gli venisse quella passione. Dall'amore della terra e dai mille profumi e colori dei fiori. 0 pi semplicemente da un imperativo di ordine anatomico. Non ha mai sollevato il problema. Raggiunta la vetta bisognava ridiscendere purtroppo.

Per potersi godere il cielo una volta ogni tanto si serviva di uno specchietto rotondo. Dopo averlo appannato con l'alito e strusciato poi contro il polpaccio cercava li dentro le costellazioni. L'ho qui I. esclamava parlando della Lira o del Cigno. E spesso aggiungeva che il cielo non aveva niente.

Non eravamo in montagna per. In certi momenti indovinavo all'orizzonte un mare che mi pareva di un livello superiore al nostro. Che fosse il fondo di qualche vasto lago evaporato o evacuato dal basso? Non mi sono posto il problema.

Tutte queste nozioni appartengono a lui. Non faccio altro che combinarle a mio modo. Con quattro o cinque vite come quella avrei potuto lasciare una traccia.

Nonostante questo si ripresentavano abbastanza spesso quelle specie di cocuzzoli alti un centinaio di metri. Alzavo lo sguardo a malincuore e rintracciavo il pi vicino quasi sempre all'orizzonte. Oppure invece di allontanarci da quello che avevamo ridisceso tornavamo a scalarlo.

Parlo del nostro ultimo decennio compreso tra i due avvenimenti che ho detto. Esso si sovrappone ai precedenti che dovevano assomigliargli come fratelli. A quegli anni sommersi va ragionevolmente imputata la mia formazione. Perch non ricordo di avere appreso nulla nel corso di quelli di cui serbo memoria. Con questo ragionamento riesco a calmarmi quando provo sgomento di fronte al mio sapere.

Ho situato la mia caduta in disgrazia in prossimit di una vetta. Ebbene no fu su terreno aperto in una grande quiete. Voltandomi indietro l'avrei visto l dove l'avevo lasciato. Un niente mi avrebbe fatto accorgere del malinteso se fu un malinteso. Negli anni che seguirono non escludevo la possibilit di ritrovarlo. Nel punto stesso dove l'avevo lasciato se non altrove. 0 di sentirlo che mi chiamava. Anche se mi dicevo che non doveva averne pi per molto tempo. Ma non ci contavo troppo. Perch quasi non staccavo gli occhi dai fiori. E lui non aveva pi Voce. E come se questo non bastasse mi andavo ripetendo che non doveva averne pi per molto. Tanto che non tardai a non contarci pi per niente.

Non so pi che tempo fa. Ma al tempo della mia vita era eternamente benigno. Come se la terra si fosse addormentata sul punto vernale. Parlo dell'emisfero nostro. Pesanti piogge perpendicolari e brevi ci coglievano all'improvviso. Senza oscuramento apprezzabile del cielo. Non avrei notato l'assenza di vento se lui non me ne avesse parlato. Del vento che non c'era pi Delle bufere che lo avevano lasciato in piedi. Devo dire che non c'era niente da strappare via. Perfino i fiori erano senza gambo e aderenti al suolo come ninfee. Passato il tempo di sfoggiarli all'occhiello.

Non contavamo i giorni. Arrivo alla cifra di dieci anni grazie al nostro podometro. Percorso finale diviso per percorso giornaliero medio. Tanti giorni. Dividere. Una certa cifra prima del giorno della consacrazione. Un'altra cifra prima del giorno della mia caduta in disgrazia. Media giornaliera sempre aggiornata. Sottrarre. Dividere.

La notte. Lunga come il giorno in quell'equinozio perpetuo. Scende la notte e noi continuiamo. Ripartiamo prima dell'alba.

Posizione di riposo. Piegati in tre incastrati l'uno nell'altro, Secondo angolo i ginocchi. lo all'interno Come un solo uomo cambiavamo fianco quando manifestava il desiderio di farlo. Lo sento la notte contro di me con tutta la sua attorta lunghezza. Pi che di dormire si trattava di coricarsi. Perch camminavamo in dormiveglia. Con la mano di sopra mi teneva e mi toccava dove voleva. Fino a un certo punto. L'altra era aggrappata ai miei capelli. Parlava a bassa voce delle cose che per lui non erano pi e per me non avevano potuto essere. Il vento dentro gli aerei rami. L'ombra e il riparo dei boschi.

Non era loquace. Cento parole ogni giorno e notte in media. Scaglionate. Poco pi di un milione in tutto. Molte ripetizioni. Eiaculazioni. Di che sfiorare appena la materia. Che ne so del

destino dell'uomo? Non mi sono posto il problema. Mi intendo pi di rape. Quelle gli erano piaciute. Se ne vedessi una saprei dire il nome senza esitare.

Vivevamo di fiori. Quanto a sostentamento. Si fermava e senza bisogno di chinarsi afferrava una manciata di corolle Poi si rimetteva in movimento biascicando. Esercitavano in complesso un'azione calmante. Eravamo calmi in complesso. Sempre di pi Ogni cosa lo era. Questa nozione di calma mi viene da lui. Senza di lui non l'avrei avuta. Ora canceller ogni cosa tranne i fiori. Niente pi piogge. Niente pi montagne. Niente altro che noi due che ce ne andiamo tra i fiori. Basta i miei vecchi seni sentono la sua vecchia mano.


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