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Pubblicata il: luglio 15, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesia anglosassone | Totali visite: 1459 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Samuel Beckett
da un'opera abbandonata

In piedi fresco e di buon'ora quel giorno, ero giovane allora, pieno d'inquietudini, e via, mia madre sporgendosi dal balcone in camicia da notte piangeva e gesticolava. Dolce fresco mattino, chiaro troppo presto come sempre. Avevo una tarantola di inquietudini in corpo, rabbiose. Il cielo sarebbe presto incupito e la pioggia a cadere per tutto il giorno fino a sera. Ancora azzurro e sole per un secondo, poi notte. Sentendo tutto questo con estrema intensit e come sarebbe stato il giorno, mi fermavo e mi giravo. Indietro, colla testa in gi, cercando di scoprire chiocciola, lumaca o verme. Un grande amore in corpo per tutte le cose immobili e ben radicate, cespugli, ciottoli e simili. Troppo numerose per ricordarle. Anche i fiori di campo. Per nessuna ragione al mondo, finch fosse stato in me, ne avrei mai toccato uno, per coglierlo. Invece se fosse stato un uccello o una farfalla a svolazzarmi sopra o a incrociare sulla mia strada, tutte le cose in movimento, incrociate sul mio cammino o una chiocciola che mi fosse capitata sotto i piedi, no, nessuna piet. Non per questo uscivo dalla mia strada per raggiungerle, no. Ad una certa distanza spesso mi sembravano immobili, poi, un minuto dopo mi erano tutte addosso. Col mio acuto sguardo avevo visto uccelli che volavano cos alti, cos lontani da sembrare immobili e, un minuto dopo, mi erano tutti addosso. Cosi avevano fatto i corvi. Le anitre sono forse peggiori, se improvvisamente si inciampa e ruzzola fra uno stuolo di anitre o galline o altro genere di gallinacei. Poche cose sono peggiori. N mai uscir dalla mia strada per evitare simili cose, anche se evitabili, no, semplicemente non uscir dalla mia strada, sebbene nella mia vita non sia mai stato su una strada verso qualcosa, ma semplicemente sulla mia strada. Questa strada mi ha portato attraverso folti macchioni, sanguinante, dentro la melma, anche in acqua, anche nel mare m' capitato di finire, trascinato via dal mio cammino, ricondotto indietro per non affogare. E cos morir un giorno se non mi riprenderanno: affogato o tra le fiamme. Si, un giorno cos la finir: furioso entrer a testa bassa nel fuoco, bruciando mi disgregher. Poi alzavo di nuovo gli occhi e vedevo mia madre ancora alla finestra gesticolante, gesticolante come se mi richiamasse o chiss, o semplicemente gesticolante in un triste impotente amore, e udivo debolmente le sue grida. Il telaio della finestra era verde, palla parete grigia, mia madre bianca e cos minuta che potevo vedere dietro di lei (allora, era acuto il mio sguardo) l'oscurit della stanza, e su tutto questo il sole tondo appena sorto: tutto ridotto dalla distanza, molto grazioso nel suo insieme, realmente, ricordo, il vecchio grigio e poi l'esile cornice verde e il bianco appena accennato sullo sfondo nero. Se solo lei avesse potuto stare ferma e permettermi di guardare tutto questo. No, una volta tanto che desideravo fermarmi e guardare qualcosa non mi era possibile con lei l che gesticolava, si agitava, piegandosi fuori e dentro la finestra, come se stesse facendo degli esercizi, e per quello che so poteva essere anche cos e non avercela affatto con me. La sua mancanza di perseveranza, ecco un'altra cosa che mi dispiaceva in lei. Una settimana esercizi e la successiva preghiere e lettura della Bibbia, un'altra giardinaggio, e poi pianoforte e canto, terribile, e infine inerzia e riposo, un cambiamento continuo. Non che questo m'importasse, ero sempre fuori. Ma lasciatemi tornare al giorno da cui ho scelto di cominciare, qualunque altro sarebbe stata la stessa cosa, s, a quello e fuori della mia strada e fino a un altro, basta con mia madre, per il momento. Tutto liscio per un certo tempo, nessun intoppo, nessun uccello addosso, nulla sul mio cammino se non a grande distanza un cavallo bianco seguito da un ragazzo, o forse un uomo di bassa statura o una donna. L'unico cavallo completamente bianco che rammento, e che i Tedeschi chiamano almeno credo, Schimmel, oh, da bambino ero molto precoce e mi ero fatto un sacco di cultura difficile, Schimmel, simpatica parola per uno di lingua inglese. Il sole lo illuminava in pieno, come poco prima mia madre. Sembrava avere una fascia o correggia rossa che gli pendeva da una parte e dall'altra, forse un sottopancia, e forse il cavallo andava da qualche parte per essere attaccato a un carretto o a qualcosa del genere. Attravers il mio sentiero molto lontano, poi scomparve nella vegetazione, suppongo, tutto quello che mi colpi fu l'improvvisa apparizione del cavallo e poi la sua sparizione. Era di un bianco lucente, investito dal sole, non avevo mai visto un cavallo simile, sebbene ne avessi sentito parlare spesso, e non ne ho mai pi visti. Il bianco, devo dire che il bianco mi ha sempre fatto una grande impressione, tutte le cose bianche, lenzuola, pareti e cos via, anche i fiori, ma solo il bianco, l'idea del bianco e nient'altro , Ma ritorniamo a quel giorno e lascia mo perdere il resto. Tutto liscio per un certo tempo, solo la rabbia e poi quel cavallo bianco, quando improvvisamente fui assalito da una collera pi selvaggia, sconvolgente addirittura. Ora perch queste collere improvvise non lo so con esattezza, queste collere improvvise mi hanno reso la vita un inferno. Molte altre cose hanno avuto questo effetto, il mal di gola per esempio, non ho mai saputo come ci si senta senza mal di gola. Ma le collere erano peggiori, come un forte vento che si alzasse in me d'improvviso, no, non posso descriverlo. Non era comunque la rabbia che si esasperava, neanche pensarci, certi giorni mi sentivo colmo di rabbia dalla mattina alla sera e non avevo un solo scoppio di collera, altri giorni internamente calmissimo e ne avevo quattro o cinque. No, non c' spiegazione che valga, spiegazione per nessuna cosa, con una testa come la mia, sempre in allarme contro se stessa, ci ritorner su forse quando mi sentir meno stanco. Ci fu un tempo che cercai un po' di sollievo nello sbattere la testa contro qualcosa, ma ormai ho desistito. La miglior cosa era cominciare a correre. Sar meglio forse che dica a questo punto che ero un camminatore molto lento. Non mi dondolavo n bighellonavo, solo camminavo lentissimamente, a passi brevi, lentissimamente alzando i piedi nell'aria. D'altra parte devo essere stato uno dei corridori pi veloci mai visti al mondo, su una breve distanza, cinque o dieci yarde, toccavo la meta in un secondo. Ma non potevo andare a tale velocit, non per mancanza di fiato ma per un blocco mentale, tutto mentale, fantasie. Quanto al piccolo trotto, neanche questo era fatto per me: sarebbe stato come volare. No, per me tutto era lento, e poi quelle vampate, sbocchi di bile, apri la gabbia, questa era una delle frasi che mi ripetevo, senza sosta, camminando, apri la gabbia, apri la gabbia. Fortuna che mio padre mori quando ero ancora ragazzo, altrimenti avrei potuto essere un professore, ci teneva moltissimo. Ero anche coltissimo, poco riflessivo, ma con una grande memoria. Un giorno gli parlai della cosmologia di Milton, eravamo lontani da casa in montagna, colle spalle appoggiate ad un roccione e gli occhi rivolti verso il mare, e questo lo impression notevolmente. Anche l'amore, spesso nei miei pensieri, da ragazzo, in nulla simile agli altri ragazzi, non mi faceva dormire, trovavo. Mai amato nessuno, dovrei aggiungere. Eccetto che in sogno, ed erano bestie, le bestie dei sogni, nulla a che vedere con quelle che s'incontrano in campagna. Non potrei descriverle. Creature affascinanti, bianche il pi delle volte. Per un certo verso forse un peccato, una brava donna avrebbe potuto risolvermi la vita, ora me ne starei sdraiato al sole succhiando la pipa e sculacciando i fondelli della terza generazione, riverito e rispettato, chiedendomi che cosa ci sar per pranzo, invece di trascinarmi per le stesse vecchie strade sotto qualsiasi tempo, non sono di quelli che sentono bisogno di andare altrove. No, non rimpiango nulla, solo rimpiango di essere nato, morire un affare che va troppo per le lunghe, ho sempre pensato. Riprendiamo ora da dove ho lasciato, il cavallo bianco e poi la collera, nessuna connessione, suppongo. Ma perch continuare con queste cose, non so, un giorno o l'altro dovr smetterla, perch non ora. Ma questi sono pensieri non miei, che importa, tanto peggio per me. Ora sono vecchio e debole, dolorosamente e debolmente mormoro perch, e mi arresto, i vecchi pensieri lievitano in me e passano nella mia voce, vecchi pensieri nati con me e con me cresciuti, sempre nascosti, eccone un altro. No, torniamo a quel lontano giorno, a ogni lontano giorno, e dall'aspro suolo toccato in sorte gli occhi alzati alle sue cose e cielo, e indietro ancora, alzati ancora e indietro ancora e ancora, e i piedi che non vanno in nessun luogo solo incertamente a casa, e il suono della mia voce che borbotta dalla mattina alla sera le solite vecchie cose che non sto a sentire, neppure pi mia alla fine del giorno, come una scimmietta seduta sulla mia spalla colla sua folta coda, che mi teneva compagnia. Tutto questo parlare a voce bassa e roca, nessuna meraviglia, avevo mal di gola. Forse dovrei ricordare a questo punto che non ho mai parlato con qualcuno, penso mio padre sia stato l'ultimo col quale ho parlato. Mia madre lo stesso, non parlava n rispondeva dalla morte di mio padre. Le chiedevo dei soldi, non posso parlare di questo ora, devono essere state le ultime parole che le ho detto. A volte mi sgridava o implorava, mai a lungo, comunque, solo qualche strillo poi se alzavo lo sguardo, le povere vecchie esili labbra si serravano, e il corpo si girava e solo la coda dell'occhio mi sbirciava, cosa rara comunque. A volte di notte l'udiva parlare, con se stessa suppongo, o pregare ad alta voce, o leggere ad alta voce o recitare i suoi inni, povera donna. Dunque dopo il cavallo e la collera, non lo so, continuavo, poi suppongo la lenta conversione, -virando sempre di pi da una parte o dall'altra, fino di fronte a casa, poi a casa. Ah padre mio e madre mia, pensare che sono probabilmente in paradiso, erano tanto buoni. Lasciatemi sprofondare nell'inferno, tutto quello che chiedo, e li continuare a bestemmiarli, e loro a guardarmi gi e ascoltarmi, cos che possa carpire qualcosa dello splendore della loro beatitudine. S, credo a tutti quei loro blateramenti sulla vita futura, mi tira su di morale, e un'infelicit come la mia non riesce comunque ad annullarli. Ero pazzo, naturalmente lo sono ancora, ma un pazzo innocuo, ero ritenuto un pazzo innocuo, questa buona. Naturalmente non ch'io fossi realmente pazzo, solo strano, un tantino strano, e ogni anno che passava sempre un po' pi strano. C' poca gente in giro al giorno d'oggi pi strana di me. Mio padre, chiss se l'ho ucciso come ho fatto con mia madre, in un certo senso forse l'ho fatto, inutile ora ritornare su questo, troppo vecchio e stanco. Le domande aggallano mentre cammino e mi lasciano confuso, perdo la testa. Improvvisamente si presentano, no, aggallano, su da un antico abisso, volteggiano e indugiano prima di svanire, domande che quando ero ancora in me non sarebbero sopravvissute un secondo, no, sarebbero state atomizzate, prima ancora di essere completamente formulate, atomizzate. Spesso vengono a due a due, una pi difficile dell'altra, per esempio: Come far a sopportare un altro giorno? e ancora Come ho fatto a sopportare un altro giorno? Oppure Ho ucciso io mio padre? e ancora Ho mai ucciso qualcuno? Questo tipo di procedimento, suppongo si possa dire dal particolare al generale, domanda e insieme risposta in un certo senso, mi buttano in crisi. Lotto con loro come meglio posso, affrettando il passo quando emergono, scuotendo il capo a destra, a sinistra, in su, gi fissando come un agonizzante qua, l, aumentando il mio bubbolare fino a esplodere in un grido, sono cose che giovano. Ma non dovrebbero essere necessari, c' qualcosa di sbagliato, se fosse la fine non mi importerebbe, ma come ho spesso detto, nella mia vita, di fronte a qualche nuovo guaio, la fine, e non era la fine, eppure la fine non deve essere molto lontana ora, cadr camminando e mi sdraier e mi rannicchier per la notte, come sempre fra le rocce e prima che faccia giorno finir. Oh lo so che anch'io sparir e sar come quando non ero ancora, tutto versato invece che nella botte, questo mi rende felice, spesso ora il mio borbottio s'imbroglia e muore, piango dalla felicit mentre cammino e per amore di questa vecchia terra che mi ha portato per tanto tempo, e che non si lamenta, come presto nemmeno io mi lamenter. Appena sar sottoterra, dapprima intatto, poi decomposto e trascinato per tutta la terra e forse alla fine attraverso uno scoglio dentro il mare, qualcosa di me. Una tonnellata di vermi in un acro di terra, pensiero meraviglioso, una tonnellata di vermi, io ci credo. Da dove l'ho preso, da un sogno, o da un libro letto da ragazzo in un cantuccio, o da una parola afferrata camminando, o semplicemente in me da sempre e tenuta dentro finch potesse darmi gioia, questo il genere di orridi pensieri coi quali devo lottare nel modo che ho detto. Ora non c' altro da aggiungere al giorno del cavallo bianco e di mia madre bianca alla finestra, si rilegga per favore la descrizione che ne ho fatto, prima che inizi con un altro giorno pi vicino nel tempo, nulla da aggiungere prima che avanzi nel tempo saltando centinaia e anche migliaia di giorni, come non mi era possibile allora, ma bisognava passarci in un modo o nell'altro fino a giungere a quello cui ora giungo, no, nulla, tutto sparito eccetto mia madre alla finestra, la rabbia, la collera e la pioggia. Avanti questo secondo giorno e finirlo e liberarsene, e avanti il successivo. Ora accade che ero attaccato e inseguito da una famiglia o trib, non so bene, di ermellini. Cosa straordinaria. Penso che fossero ermellini. Penso, se posso dire cos, che fui fortunato di uscirne vivo, strana espressione, c' qualche cosa che non va. Qualsiasi altro sarebbe stato morso, avrebbe sanguinato fino a morire, sarebbe stato succhiato fino a diventare bianco come un coniglio, di nuovo la parola bianco. Lo so che non avrei potuto mai pensarlo, ma se lo avessi fatto, e poi l'ho fatto, mi sarei accucciato e mi sarei lasciato distruggere come un coniglio. Ma ricominciamo come sempre col mattino e l'uscita. Quando un giorno ritorna, qualunque ne sia la ragione, allora ci sono anche le sue mattine e le sue sere, sebbene in s quasi irrilevanti, l'uscita e il rientro, ecco qualcosa che conta. Cosi in piedi nel grigio dell'alba, molto debole e scosso dopo una nottata atroce senza immaginare quello che si preparava fuori e lontano. In quale stagione dell'anno, non ne ho la minima idea, fa lo stesso. Non che piovesse, ma uno sgocciolo, tutto sgocciolava, il giorno sarebbe sorto, no, gocce e gocce tutto il giorno, niente sole, luce immutabile, giorno livido e immobile, senza un filo di vento, fino a notte, poi buio, un vento leggero, vedevo qualche stella, avvicinandomi a casa. Naturalmente il bastone, per una caritatevole provvidenza, non lo ripeter pi ma sottinteso che quando cammino ho il bastone in mano. Ma non il soprabito, solo la giacca. Non ho mai potuto sopportare il soprabito, che mi sbatte sulle gambe, o piuttosto un giorno improvvisamente mi sono ribellato al soprabito, avversione improvvisa e violenta. Spesso quando mi vestivo per uscire avrei voluto prenderlo e indossarlo, poi restavo paralizzato in mezzo alla stanza incapace di fare un passo, alla fine me lo toglievo e lo riappendevo al gancio, nell'armadio. Ma appena scese le scale e uscito all'aria aperta il bastone mi cadeva di mano, piombavo a terra in ginocchio, ci sbattevo la faccia, una cosa veramente incredibile, e dopo un po' mi rigiravo sulla schiena, non potevo stare a lungo colla faccia in gi, anche se mi sarebbe piaciuto, provavo nausea, e stavo cos, mezz'ora forse, colle braccia lungo il corpo e le palme delle mani sui ciottoli, gli occhi sbarrati al cielo. Ora, questa era la mia prima esperienza di questo tipo, ecco la domanda che improvvisamente ti assale. Cadute ne ho fatte a non finire, di quelle che se non ti sei rotto una gamba ti alzi in piedi e vai, bestemmiando Dio e gli uomini, assai diverse da queste. Con tanta parte della vita ormai dimenticata come faccio a sapere quando tutto incominciato, tutte le varianti di uno stesso tema, che una dopo l'altra intersecandosi per tutta la vita, pisciano il loro veleno finch soccombi. In un certo modo anche le cose vecchie sono nuove, non due respiri uguali, tutto un ripetersi e ripetersi e tutto una sola volta e mai pi Ma su ora continuiamo fino alla fine questo terribile giorno e passiamo al seguente. Ma che senso ha continuare con queste cose. nessuno. Giorni dopo dimenticati giorni fino alla morte di mia madre, poi in un nuovo luogo subito vecchio fino a quello di oggi. E se ritorno a questa notte, fra le rocce, con i miei due libri e l'acceso fulgore delle stelle, sar ormai lontana da me, e il giorno che veniva prima, i miei due libri, il piccolo e il grande, tutto passato, morto, forse dei momenti ancora qua e l, lievi rumori che ora forse non capisco casi che raccolgo le mie cose e rientro nel mio buco, morti come pi non si pu. Finito, finito, c' un morbido angolo nel mio cuore per tutto ci che finito, no, per tutto il finire, mi piace la parola, le parole sono state il mio solo amore, non molte d'altronde. Spesso per un giorno intero, camminando, mi sono detto questo, alle volte dicevo rifine, oh rifine. Senza queste spaventose smanie che ho sempre avuto avrei dovuto vivere la mia vita in una vasta vuota stanza risonante con un grande orologio a pendolo, che avrei ascoltato sonnecchiando, la cassa aperta per poter seguire l'oscillazione, muovendo gli occhi da un lato all'altro, e i pesi di piombo che oscillando scendono sempre pi gi finch mi sollevavo dalla poltrona e li rialzavo, una volta la settimana. Il terzo giorno ci fu l'occhiata che mi diede un cantoniere, ora improvvisamente lo rivedo, quel vecchio animale cencioso ripiegato in due nella fossa, appoggiato alla vanga o cosa altro fosse, che guatava attorno e poi su, verso di me, da sotto la tesa del suo cappellaccio, le labbra rosse, mi stupisce che abbia potuto guardarlo, ecco, mi ricorda il giorno che vidi lo sguardo lanciatomi da Balfe, che mi spavent tanto da bambino. Ora morto e io gli rassomiglio. Ma proseguiamo e abbandoniamo queste vecchie scene per queste nuove e per la mia ricompensa. Allora non sar come ora, giorni dopo giorni, fuori, via, in giro, indietro, dentro, come fogli turbinanti, strappati e scagliati lontano accartocciati, ma un lungo incorrotto tempo senza prima o dopo, luce o buio, da, verso o a, la vecchia semiconoscenza cancellata di quando e dove e di come, ma altre cose ancora, tutte insieme, tutte in fuga, fino al nulla, non c' mai stato nulla, non ci pu essere, vita e morte, tutto un nulla, c' mai stato nulla, solo una voce sognante che continuamente bisbiglia intorno, che qualcosa, la voce che una volta era sulle tue labbra. Dunque fuori, in strada e all'aperto che allora, proprio non lo so, la prima cosa ero in mezzo alle felci che frustavo col mio bastone, facendo schizzare goccioline e bestemmiando, turpiloquio, sempre le stesse parole, spero che nessuno mi abbia udito. La gola malissimo, inghiottire era un tormento, e c'era anche qualcosa che non andava in un orecchio, continuavo a stropicciarlo senza sollievo, forse del vecchio cerume premeva sul timpano. La landa straordinariamente silenziosa, anche dentro di me quasi tutto silenzioso, coincidenza, perch le bestemmie mi uscissero di bocca non lo so, no, che idiozie, e frustare cos tutt'attorno col bastone, cosa mai mi ha preso, io cosi mite e debole a far queste cose. Ora sono gli ermellini, no, prima affondo di nuovo fra le felci e sparisco. Camminandoci in mezzo mi arrivavano sino alla vita. Erano dure quelle grandi felci, come inamidate, legnosissime, steli terribili, che ti scorticavano le gambe sotto i pantaloni, e poi le buche che nascondono da spezzarti le gambe se non stai attento, che malvagio modo d'esprimersi, cadere e sparire alla vista, avresti potuto sdraiarti qui per settimane e nessuno ti avrebbe udito, spesso lo pensavo lass fra le montagne, no, che scemenza, solo continuavo, il mio corpo faceva del suo meglio anche senza di me.


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