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Pubblicata il: luglio 28, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesia dialettale centro Italia | Totali visite: 2956 | Valorazione:

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
L'ADUCAZZIONE

Fijo, nun ribbart mai tata tua:
Abbada a tte, nun te f mette sotto.
Si quarchiduno te vi a d un cazzotto,
L callo callo tu dajene dua.

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua
Te ce facessi un po' de predicotto
Dije: "De ste raggione io me ne fotto:
Iggnuno penzi a li fattacci sua".

Quanno giuchi un bucale a mora, o a boccia,
Bevi fijo; e a sta gente buggiarona
Nun gnene f rest manco una goccia.

D'esse cristiano ppuro cosa bona:
Pe questo hai da port ssempre in zaccoccia
Er cortello arrotato e la corona.

Roma, 14 settembre 1830

L'EDUCAZIONE
Figlio, non far mai torto al tuo babbo,
Bada a te stesso, non ti far prevaricare.
Se qualcuno viene a darti un pugno,
Tu l per l dagliene due.

Se poi qualche altro maiale
Ti facesse un po' di predica,
Digli: "Di queste ragioni io me ne infischio:
Ognuno pensi ai fattacci propr".

Quando scommetti un boccale a morra[1], o a bocce,
Bevi, figlio; e a questa gente stolta
Non farne restare nemmeno una goccia.

Anche l'essere cristiano buona cosa:
Per questo devi portare sempre in tasca
Il coltello affilato e il rosario.

Roma, 14 settembre 1830
[1] La morra era un gioco molto comune, nel quale i due contendenti si mostravano l'un l'altro un numero da 0 a 5 usando le dita di una mano, e al tempo stesso tentando di indovinare il totale, gridandolo. Era giocata tanto in strada che nelle osterie.
Il gioco assai spesso culminava in una rissa.


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