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Pubblicata il: ottobre 27, 2013 | Da: Gino Ragusa Di Romano
Categoria: Poesia italiana | Totali visite: 1492 | Valorazione:

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Gino Ragusa Di Romano

IN MORTE DI MIA MADRE
13 dicembre 2004


La figlia dell'Erebo e della Notte,
lieta e satolla, alle dieci della sera,
alata, le ossa avvolte in veste nera,
sparsa di stelle, non pi dir stanotte
al Sonno, german di lei e dei sogni padre,
che una donna, la mia santa madre,
veda pi il Sole o il chiar di Luna:
alle dieci della sera un velo il viso imbruna.

Il tuo silenzio or mi brucia il cuore,
il tuo odore, madre, s'effonde nella stanza
e le pareti, silenti, grondano sudore,
testimoni a forza d'amara rimembranza.

Il colpo altre volte la Falce avea sferrato,
ma il suo occhio devi la giusta mira,
cos la nera donna dal capo ammantato
fugg col viso smunto, pregno d'ira.

Ormai hai vinto, o Dea del mondo certo!
Dorme mia madre nel Sonno senza fine
e va tra i Sogni dal responso incerto,
dove gli orizzonti non hanno pi confine.

Ormai finita! Contemplo il tuo bel viso,
che l'eterna morte non ha trasfigurato.
Ormai finita! Mischio lacrime e sorriso,
cos mi spinge a fare il tristo Fato.

Ormai finita, o madre mia!
Dormi, riposa e sogna con Morfo,
Fantsio e Fobtore nell'eterno gineceo,
mentr'io, triste, ti canto l'elega.

La tua grazia, o madre, io canto,
la tua tristezza e la tua allegria,
la tua sobria eleganza era un incanto,
ti abbigliavi sempre e in armonia.

Una grande eredit tu mi hai lasciato:
il saper vivere con immenso amore,
rispettar la dignit di chi sta a lato
e dire tutto ci che sente il cuore.

Pi tardi ti porteremo al cimitero,
la dura pietra serrer il tuo avello
ed una foto raffigurer il tuo volto;
io pianger ed accender un cero,
poi, affranto, chiuder il cancello,
ma lascer il mio cuore l sepolto.

Felice colui che dolor di madre
non prova quand'ella si diparte.
Le tre Parche son funeste ladre,
ch rubano gli affetti a loro arte.


Dal mio libro " Speranze e delusioni "
Pellegrini Editore - Cosenza 2007



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