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Pubblicata il: giugno 19, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 4276 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Ne l'aula immensa di Lussor, su 'l capo
roggio di Ramse il mistico serpente
sibilņ ritto e 'l vulture a sinistra
volņ stridendo,

e da l'immenso serapčo di Memfi,
cui stanno a guardia sotto il sol candente
seicento sfingi nel granito argute,
Api muggķo,

quando da i verdi immobili papiri
di Mareoti al livido deserto
sonņ, tacendo l'aure intorno, questo
greco peana.

- Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,
noi figli d'Elle, con le cetre e l'aste.
Tebe, dischiudi le tue cento porte
ad Alessandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio
ch'ei riconosca; questo caro alunno
de la Tessaglia, questa bella e fiera
stirpe d'Achille.

Come odoroso läureto ondeggia
a lui la chioma: la sua rosea guancia
par Tempe in fiore: ha ne' grand'occhi il sole
ch' a Olimpia ride:

ha de l'Egeo la radļante in viso
pace diffusa; se non quando, bianche
nuvole, i sogni passanvi di gloria
e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza
leon da l'aspra tessala falange,
sgomina carri ed elefanti, abbatte
satrapi e regi.

Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!
A te la cetra fra le eburnee dita,
a te d'argento il fulgid'arco in pugno,
presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci
a te co' serti de le ionie donne,
a te la coppa di Lieo spumante,
a te l'Olimpo.

Lisippo in bronzo ed in colori Apelle
ti tragga eterno: ti sollevi Atene,
chete de' torvi demagoghi l'ire,
al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta
i dogmi e il capo a la possanza nostra:
noi farem pace qui tra i numi e al mondo
luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,
Bacco novello, noi verrem cantando,
te duce, in riva al sacro Gange i sacri
canti d'Omero. -

Tale il peana de gli achei sonava.
E il giovin duce, liberato il biondo
capo da l'elmo, in fronte a la falange
guardava il mare.

Guardava il mare e l'isola di Faro
innanzi, a torno il libico deserto
interminato: dal sudato petto
l'aurea corazza

sciolse, e gittolla splendida nel piano:
- Come la mia macedone corazza
stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni
regga Alessandria. -

Disse; ed i solchi a le nascenti mura
ei disegnava per ottanta stadi,
bianco spargendo su le flave arene
fior di farina.

Tale il nipote del Pelķde estrusse
la sua cittade; e Faro, inclito nome
di luce al mondo, illuminņ le vie
d'Africa e d'Asia.

E non il flutto del deserto urtante
e non la fuga de i barbarici anni
valse a domare quella balda figlia
del greco eroe.

Alacre, industre, a la sua terza vita
ella sorgea, sollecitando i fati,
qual la vedesti, o pellegrin poeta,
ammiratore,

quando fuggendo la incombente notte
di tirannia, pien d'inni il caldo ingegno,
ivi chiedendo libertade e luce
a l'orļente,

e su le tombe di turbanti insculte
star la colonna di Pompeo vedesti
come la forza del pensier latino
su 'l torbid'evo.

Deh, le speranze de l'Egitto e i vanti
nel tuo volume vivano, o poeta!
Oggi Tifone l'ire del deserto
agita e spira.

Sepolto Osiri, il latratore Anubi
morde a i calcagni la fuggente Europa,
e avanti chiama i bestļali numi
a le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi
l'irrequļeta debolezza tua,
come la triste fisa a l'orļente
sfinge sorride!


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