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Pubblicata il: giugno 19, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 4303 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Calvi, aggrondati, ricurvi, sķ come becchini a la fossa,
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.

Stendonsi livide l'acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.

I poggi sembrano capi di tignosi ne l'ospitale,
l'un fastidisce l'altro da' finitimi letti.

Scattan su da un cespuglio co 'l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.

Corrono, mentr'io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d'alberi e di spiriti,

dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch'era Pier de la Vigna.

Io leggo ancora Marlowe. Dal reo verso bieco, simile
a sogno d'uomo cui molta birra gravi,

d'odii et incčsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d'orrida tristizia,

che sale e fuma, e misto a l'aėr maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,

crocida in fondo a' fossi, ferrugigno ghigna ne' bronchi,
filtra con la pioggia per l'ossa stanche. Io tremo.

Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai contro di me: "Che importa

- dicon - tendere a l'alto? che vale combatter? che giova
amare? Il fato passa ed abbassa." Ma tu,

tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmļando Iddio,

perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne 'l fato che ti danna?

E voi, lunghe ne 'l mezzo del tetro recinto alberelle,
co' rami spioventi, quasi canute chiome,

siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettār Macbeth su la fatale via?

Odo pauroso carme che voi bisbigliate co' venti,
di rospi, di serpi, di sanguinari cuori.

Guglielmo, re de' poeti da l'ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?

Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggio al mondo l'oblķo.

Oblķo? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti

a tradimento, su! su da 'l cimitero del petto,
su date a' venti i vostri veli funebri.

Qui raduniam consiglio, qui ne l'orribile spazzo,
a l'ombre ignave, su le mortifere acque.

Qui gonfia di serpi tra 'l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.

Ride ubriaco il verso di gioia maligna; com'angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.

Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor' che amammo: sangue per sangue sia.

Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l'Argentaro
lento scendendo ne 'l Tirreno cerulo.

Il sole illustra le cime. Lą in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.

Ivi m'arrise fanciullo la diva sembianza d'Omero.
Via, tu, Marlowe, a l'acque! tu, selva infame, addio.


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