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Pubblicata il: giugno 19, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 1221 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Una stella sbocci nell'aria.
Le risplend nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
- E` ora, o figlio, ora ch'io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t'aspettano. Addio!
...Venir con te? Ma non dato!
Sai pure: m'han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, cos larga via;
chi non permise che, sia pure,
stessi con le mie creature.
...Tu venir qui? Viene chi muore...
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: vero? Hai male al cuore.
Quel male l'ebbi anch'io, Zvan!
E` un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire. -
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l'ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
- Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ci che qualcuno ci prende,
v' qualch'altro che ce lo rende!
Ricorder quella preghiera
con quei gesti e segni soavi;
tuo figlio risar qual era
allora che glieli insegnavi:
s'abbraccer tutto all'altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell'ora
cos bella se a te conduce!
O madre, fa ch'io creda ancora
in ci ch' amore, in ci ch' luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di l , se teco Dio! -
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c'era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada.


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