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Pubblicata il: giugno 19, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 951 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Ed il ciocco arse, e fu bevuto il vino
arzillo, tutto. Io salutai la veglia
cupo ronzante, e me ne andai: non solo:
m'accompagnava lo Zi Meo salcigno.
Era novembre. Gi dormiva ognuno,
sopra le nuove spoglie di granturco.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento.
E la Terra fuggiva in una corsa
vertiginosa per la molle strada,
e rotolava tutta in s rattratta
per la puntura dell'eterno assillo.
E rotolando per fuggir lo strale
d'acuto fuoco che le ruma in cuore,
ella esalava per lo spazio freddo
ansimando il suo grave alito azzurro.
Cos, nel denso fiato della corsa
ella vedeva l'iridi degli astri
sguazzare, e nella cava ombra del Cosmo
ella vedeva brividi da squamme
verdi di draghi, e svincoli da fruste
rosse d'aurighi, e lampi dalle freccie
de' sagittari, e spazzi dalle gemme
delle corone, e guizzi dalle corde
delle auree lire; e gli occhi dei leoni
vigili e i sonnolenti occhi dell'orse.
Noi scambiavamo rade le ginocchia
sotto le stelle. Ad ogni nostro passo
trenta miglia la terra era trascorsa,
coi duri monti e le maree sonore.
E seco noi riconduceva al Sole,
e intorno al Sole essa vedea rotare
gli altri prigioni, come lei, nel cielo,
di quella fiamma, che con s li mena.
Come le sfingi, fosche atropi ossute,
l'acri zanzare e l'esili tignuole,
e qualche spolvero di moscerini,
girano intorno una lanterna accesa:
una lanterna pendula che oscilla
nella mano d'un bimbo: egli perduta
la monetina in una landa immensa,
la cerca invano per la via che fece
e rif ora singhiozzando al buio:
e nessun ode e vede lui, ch' ombra,
ma vede e svede un lume che cammina,
n par che vada, e sempre con lui vanno,
gravi ronzando intorno a lui, le sfingi:
lontan lontano son per tutto il cielo
altri lumi che stanno, ombre che vanno,
che per meglio vedere alzano in vano
verso le solitarie Nebulose
l'ardor di Mira e il folgorio di Vega.
Cos pensavo; e non trovai me stesso
pi, n l'alta marmorea Pietrapana,
sopra un grano di polvere dell'ala
della falena che ronzava al lume:
dell'ala che in quel punto era nell'ombra;
della falena che coi duri monti
e col sonoro risciacquar dei mari
mille miglia in quel punto era trascorsa.
Ed incroci con la sua via la strada
d'un mondo infranto, e nella strada ardeva,
come brillante nuvola di fuoco,
la polvere del suo lungo passaggio.
Ma niuno sa donde venisse, e quanto
lontane plaghe gi battesse il carro
che senza pi l'auriga ora sfavilla
passando rotto per le vie del Sole.
N sa che cosa carreggiasse intorno
ad uno sconosciuto astro di vita,
allora forse di su lui cantando
i viatori per la via tranquilla;
quando urt, forvi, si spezz, corse
in fumo e fiamme per gli eterei borri,
precipitando contro il nostro Sole,
versando il suo tesoro oltresolare:
stelle; che accese in un attimo e spente,
rigano il cielo d'un pensier di luce.
L, dove i mondi sembrano con lenti
passi, come concorde immensa mandra,
pascere il fior dell'etere pian piano,
beati della eternit serena;
pieno di crolli, e per le vie, battute
da stelle in fuga, come rossa nube
fuma la densa polvere del cielo;
e una mischia incessante arde tra il fumo
delle rovine, come se Titani
aeriformi, agli angoli del Cosmo,
l'un l'altro ardendo di ferir, lo spazio
fendessero con grandi astri divelti.
Ma verr tempo che sia pace, e i mondi,
fatti pi densi dal cader dei mondi,
stringan le vene e succhino d'intorno
e in s serrino ogni atomo di vita:
quando sar tra mondo e mondo il Vuoto
gelido oscuro tacito perenne;
e il Tutto si confonder nel Nulla,
come il bronzo nel cavo della forma;
e pi la morte non sar. Ma il vento
freddo che sibilando odo staccare
le foglie secche, non sar pi forse,
quando si spiccher l'ultima foglia?
E nel silenzio tutto avr riposo
dalle sue morti; e ci sar la morte.

Io riguardava il placido universo
e il breve incendio che v'ardea da un canto.

Tempo sar (ma ! poi ch'il veloce
immobilmente fiume della vita
nella fonte, sempre, e nella foce),
tempo, che persuasa da due dita
leggiere, mi si chiuda la pupilla:
n per sia la vision finita.
Oh! il cieco io sia che, nella sua tranquilla
anima, vede, fin che sa che intorno
a lui c' qualche aperto occhio che brilla!
Cos, quand'io, nel nostro breve giorno,
guardo, e poi, quasi in ci che guardo un velo
fosse, un'ombra, col lento occhio ritorno
a un guizzo d'ala, a un tremolo di stelo:
qundo a mirar torniamo anche una volta
ci ch'arde in cuore, ci che brilla in cielo;
noi s' la buona umanit che ascolta
l'esile strido, il subito richiamo,
il dubbio della umanit sepolta:
e le risponde: - Io vivo, s, viviamo. -

Tempo sar che tu, Terra, percossa
dall'urto d'una vagabonda mole,
divampi come una meteora rossa;
e in te scompaia, in te mutata in Sole,
morte con vita, come arde e scompare
la carta scritta con le sue parole.
Ma forse allora ondegger nel Mare
del nettare l'azzurra acqua, e la vita
verzicher su l'Appennin lunare.
La vecchia tomba rivivr, fiorita
di ninfe grandi, e pi di noi sereno
vedr la luce il primo Selenita.
Poi, la placida notte, quando il Seno
dell'iridi ed il Lago alto e selvaggio
dei sogni trema sotto il Sol terreno;
errer forse, in quell'eremitaggio
del Cosmo, alcuno in cerca del mistero;
e nello spettro ammirer d'un raggio
la traccia ignita dell'uman pensiero.

O sar tempo, che di l, da quella
profondit dell'infinito abisso,
dove niuno mai vide orma di stella;
un atomo d'un altro atomo scisso
in mille nulla, a mezzo il d, da un canto
guardi la Terra come un occhio fisso;
e venga, e sembri come un elianto,
la notte, e il giorno, come luna piena;
e la Terra alzi il cupo ultimo pianto;
e sotto il nuovo Sole che balena
nella notte non pi notte, risplenda
la Terra, come una deserta arena;
e Sole avanzi contro Sole, e prenda
gi mezzo il cielo, e come un cielo immenso
su noi discenda, e tutto in lui discenda...
Io guardo l dove biancheggia un denso
sciame di mondi, quanti atomi a volo
sono in un raggio: alla Galassia: e penso:
O Sole, eterno tu non sei - n solo! -

Anima nostra! fanciulletto mesto!
nostro buono malato fanciulletto,
che non t'addormi, s'altri non desto!
felice, se vicina al bianco letto
s'indugia la tua madre che conduce
la tua manina dalla fronte al petto;
contento almeno, se per te traluce
l'uscio da canto, e tu senti il respiro
uguale della madre tua che cuce;
il respiro o il sospiro; anche il sospiro;
o almeno che tu oda uno in faccende
per casa, o almeno per le strade a giro;
o veda almeno un lume che s'accende
da lungi, e senta un suono di campane
che lento ascende e che dal cielo pende;
almeno un lume, e l'uggiolo d'un cane:
un fioco lume, un debole uggiolo:
un lumicino... Sirio: occhio del Cane
che veglia sopra il limitar di Dio!

Ma se al fine dei tempi entra il silenzio?
se tutto nel silenzio entra? la stella
della rugiada e l'astro dell'assenzio?
Atair, Algol? se, dopo la procella
dell'Universo, lenta cade e i Soli
la neve della Eternit cancella?
che poseranno senza mai pi voli
n mai pi urti n mai pi faville,
fermi per sempre ed in eterno soli!
Una cripta di morti astri, di mille
fossili mondi, ove non pi risuoni
n un appartato gocciolo di stille;
non fiumi pi, di tanti milioni
d'esseri, un fiato; non rimanga un moto,
delle infinite costellazioni!
Un sepolcreto in cui da s remoto
dorma il gran Tutto, e dalle larghe porte
non entri un sogno ad aleggiar nel vuoto
sonno di ci che fu! - Questa la morte! -

Questa, la morte! questa sol, la tomba...
se gi l'ignoto Spirito non piova
con un gran tuono, con una gran romba;
e forse le macerie anco sommuova,
e batta a Vega Aldebaran che forse
dian, le due selci, la scintilla nuova;
e prenda in mano, e getti alle lor corse,
sotto una nuova lampada polare,
altri Cigni, altri Aurighi, altre Grand'Orse;
e li getti a cozzare, a naufragare,
a seminare dei rottami sparsi
del lor naufragio il loro etereo mare;
e li getti a impietrarsi a consumarsi,
fermi i lunghi millenni de' millenni
nell'impietrarsi, ed in un attimo arsi;
all'infinito lor volo li impenni,
anzi no, li abbandoni all'infinita
loro caduta: a rimorir perenni:
alla vita alla vita, anzi: alla vita!
Io mi rivolgo al segno del Leone
dond'arde il fuoco in che si muta un astro,
alle Pleiadi, ai Carri, alle Corone,
indifferenti al tacito disastro;
ai tanti Soli, ai Soli bianchi, ai rossi
Soli, lucenti appena come crune,
ai lor pianeti, ignoti a noi, ma scossi
dalla misteriosa ansia comune;
a voi, a voi, girovaghe Comete
che sapete le vie del ciel profondo;
o Nebulose oscure, a voi che siete
granai del cielo, ogni cui grano un mondo:
di l di voi, di l del firmamento,
di l del pi lontano ultimo Sole;
io grido il lungo fievole lamento
d'un fanciulletto che non pu, non vuole
dormire! di questa anima fanciulla
che non ci vuole, non ci sa morire!
che chiuder gli occhi, e non veder pi nulla,
vuole sotto il chiaror dell'avvenire!
morire, s; ma che si viva ancora
intorno al suo gran sonno, al suo profondo
oblo; per sempre, ov'ella visse un'ora;
nella sua casa, nel suo dolce mondo:
anche, se questa Terra arsa, distrutto
questo Sole, dall'ultimo sfacelo
un astro nuovo emerga, uno, tra tutto
il polvero del nostro vecchio cielo.
Cos pensavo: e lo Zi Meo guardando
ci ch'io guardava, mormor tranquillo:
"Stellato fisso: domattina piove".
Era andato alle porche il suo pensiero.
Bene egli aveva sementato il grano
nella polvere, all'aspro; e San Martino
avea tenuta per pi d la pioggia
per non scoprire e portar via la seme.
Ma era gi durata assai la state
di San Martino, e facea bono l'acqua.
E lo Zi Meo, sicuro di svegliarsi
domani al rombo d'una grande acquata,
era contento, e andava a riposare,
parlando di Chioccetta e di Mercanti,
sopra le nuove spoglie di granturco,
la cara vita cui nutrisce il pane.


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