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Pubblicata il: giugno 20, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 778 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
IX
E il pellegrino vide un uomo rosso
che arava. E miti vacche erano al giogo.
Ed un altr'uomo, che vesta di fiamma,
spargeva il seme con man lenta e savia.
Ed un altr'uomo, che vesta di grana,
copriva il seme con la grave zappa.
E l'aratore dalla fronte larga
spargea sudore, e lietamente arava
con un sorriso tra la fulva barba.
La chioma bionda fluttuava all'aria.
Specchiava il sole la pupilla chiara.
E venner altri da vicini tetti
recando cibo, che vestano anch'essi
tuniche rosse. Avevano nei cesti
fave fumanti e pan raffermo e pesci
seccati al vento. All'ombra di due lecci
sederon tutti, come dei, sereni.
Erano a loro sassi erbosi i seggi,
sassi le mense. E sparsi per i greppi
parlavan olio e grano, uve ed armenti.
E gi pasciuti, bevvero sul pane
acqua di pozzo. Non aveva altre acque
l'isola dura, n, pur mo' piantate,
davan le viti ci che fa buon sangue.
N altro dava l'isola, che piante
di pino e tasso buoni per le fiamme
d'un grande rogo. Un'isola di capre
era, silvestri. Qualche angusta valle
sola pativa il ferro delle vanghe.
E il pellegrino s'indugiava, e stette
molto ammirando l'eremita agreste,
che aveva in odio lotte, risse e guerre,
che sazio e lieto, tolte ormai le mense,
sorgea dicendo: "Nella pace il bene!"


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