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Pubblicata il: giugno 19, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 800 | Totali visite: 802 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Ah! Difettivi sillogismi! L'io
che c' s caro, muore ad ogni istante
senza rimpianto. Muore nel riposo
e nella veglia. Un calice di vino
un grano d'oppio, uno sbigottimento
una ferita, basta a dileguarlo.
Ma ci acqueta il pensiero che al risveglio
ritroveremo intatto e vigilante
il buono fanciulletto interore
che ci ripete d'esser sempre noi...
Ah! Fanciullesca veramente questa
anima semplicetta che riduce
alla nostra stadera l'infinito;
nutre speranze, chiede privilegi
pi spaventosi del pi spaventoso
nulla, ch il nulla non poter morire.
Come pensare senz'abbrividire
tutta l'eternit chiusa nell'io
in quest'angusto carcere terreno?
Quasi bramosi fantolini e vani
preghiamo un bene e non sappiamo quale.
Quando per anni o per follia s'offusca
l'altrui cervello, quella decadenza
pi non c'inquieta della decadenza
corporea. Permane la speranza
che l'io del caro sopravviva ancora
mentre gi come se non fosse pi.
Ora se quasi ci si acqueta in vita
allo sfacelo della mente immemore
che mai vogliamo dalla morte immune?
Questa cosa di noi che vuol persistere
indefinita, dunque indefinibile
come il raggio ch'emana dalla lampada,
come il suono che emana dal luto;
lampada e luto sono tra gli arredi
pi famigliari e semplici che posso
scomporre ricomporre con le mani;
il mistero m'appare se mi chiedo
che sia, di dove venga, dove vada
il prodigio del suono e della luce...
Oim! L'essenza che rivibra in noi
non pu per intelletto esser compresa
da poi che l'io solo con se stesso,
soggetto, oggetto della conoscenza,
come uno specchio vano si moltiplica
inutilmente ed infinitamente
e nel riflesso prigioniero il raggio
di verit che l'occhio non discerne.
Giova quindi sottrarci all'incantesimo
alla voce che implora di rivivere
come a un morbo insanabile terrestre.
Negli attimi di grazia, quando l'io
dilegua nei pensier contemplativi
quando l'istinto tace e si compiace
nella gioia dell'utile non nostro
o freme ad una strofe ad una musica
nell'ebrezza senz'utile dell'arte,
forse ci giunge il pallido riflesso
d'una luce remota, della vita
che ci attende al di l, nel puro spirito,
nel non essere noi, nell'ineffabile.
la fede che Socrate morente
predicava all'alunno: "Datti pace!
Non morir: seppelliranno l'altro".
la luce che Baghava Purana
rivelava sul tronco del palmizio:
"Solo eterno lo spirito. Non piangere
su te su me su altri. Perch l'io
ed il non io son frutto d'ignoranza.
Desideravi un figlio, o Re; l'avesti;
oggi provi lo strazio del distacco,
strazio che dnno tutte le fortune
a chi s'illude e pensa durature
l'apparenze caduche della vita.
Solo eterno lo spirito. Nei tempi
chi fu per te quel figlio che tu piangi?
Chi tu fosti per lui? Che voi sarete
l'uno per l'altro nell'ignoto andare?
Sabbia del mare, foglie date al vento...
Solo eterno lo spirito. Consolati".
Ma il re singhiozza disperato ancora
e pel prodigio d'uno di quei rishy
l'anima si ridesta nel cadavere,
si guarda intorno sbigottita, dice:
"In quale delle innumeri apparenze
d'animali, di uomini, di devhas
m'ebbi per padre questo che m'abbraccia?
Non mi toccare: io non ti riconosco.
O tu che piangi su di me non piangere.
Solo eterno lo spirito. Consolati!".
Cos parlato il giovinetto muore
un'altra volta. L'anima s'invola
eternamente. E il Re non piange pi.


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