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Titolo/Autore Testi    ricerca avanzata
Pubblicata il: giugno 22, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 2336 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Icaro disse: "La figlia del Sole
a me poggiata come ad un virgulto
sul limite dei paschi
guatava il candido armento dei buoi
pascere lungo il Crato rupestro.
Mi si piegava il destro
mero sotto la mano regale
umida di sudor gelido; e, dentro
me, tremavano tutte le midolle,
negli orecchi fragore
sonavami s forte ch'io temeva
udir dal sacro Dicte i Coribanti
atroci e il rombo del bronzo percosso.
E la citt di Cnosso
splendea di mura cttili e di blocchi
oltre l'irto canneto atto a far dardi.
"O Pasife, che guardi?"
chiese il Re sopraggiunto. Ed anelava
nella sua barba violetta come
l'uva cidnia; ch membruto egli era
e gravato di giallo adipe il fianco.
"Io guardo il toro bianco,
quello che tu non dsti a Posidone"
la figlia di Perseide rispose.
E le vette nevose
dell'Ida biancheggiavan men del toro
niveo diniegato al dio profondo.
"Perch s tremebondo
sei tu, figlio di Dedalo?" il Re chiese.
E allor Pasife: "Questo ateniese
giovinetto somiglia ad Androgo
che non torna d'Atene;
e per ci mi sostiene,
il cor triste mi folce;
per ci tanto m' dolce
le dita porre nel suo crin prolisso".
Io rividi l'Ilisso,
i platani gli allori gli oleandri
che l'adombrano, e il bosco degli ulivi
presso Colono caro all'usignuolo.
Rividi il patrio suolo
entro l'anima mia subitamente,
come colui ch' presso alla sua fine;
perocch nel mio crine
ponea le dita la donna solare,
e l'ossa mie flagrare
parean nel suo sorriso accosto accosto
siccome rami cui fiamma s'appicchi
quando i legni sien ricchi
d'aroma e inariditi dall'Estate.
E le navi lunate
coi rematori seduti agli scalmi
in fila a battere il flutto diviso,
e l'Eracleo, l'Amniso,
i due porti ricurvi, e il fiume, e i monti
e tutta quanta l'isola selvosa
con le vigne col dttamo e col miele
ardere in quel sorriso
vidi per mezzo ai cigli miei morenti.
E il sire degli armenti
udii mugghiare in quel foco sonoro,
mugghiare il bianco toro
diniegato al gran Padre enosigo".

Icaro disse: "Poi che l'ombra cadde
(il vertive dell'Ida solitario
nell'etra rosseggiava
come il fiore del dttamo crinito)
nascostamente ritornai s paschi,
gonfio d'odio il cuor tacito; e scagliai
contra il toro le selci acuminate
dell'lveo del Crato divulse
e imposse alla mia frombola cretese.
Il boaro m'intese
e mi rincorse ratto su per l'erbe
con la verga di crilo a minaccia.
Ma perse la mia traccia
nell'ombra che cadea; n mi conobbe,
n l'erbe verdi tenner le vestigia.
L'infanda cupidigia
per ovunque era sparsa! Palpitare
parea pur anco nelle stelle vaghe!
Il vento perea piaghe
sbite aprire nel mio corpo nudo
acerbe s che non sarami valso
a medicarle il dttamo dell'Ida.
E piena era di grida
compresse la mia gola nell'arsura,
quando giunsi elle mura
del Labirinto ove il mio padre aveva
ambage innumerevole di vie
riempiuta d'error laborioso.
Quivi ristetti ascoso
perocch vidi il duro fabro alzato
su la soglia difficile in silenzio
e la figlia del Sole in gran segreto
favellare con lui senza sorriso,
marmorea nel viso,
come chi chieda all'arte del mortale
una cosa tremenda e non ne tremi".

Icaro disse: "L'officina arcana
era in un orto a vista del recurvo
porto Eracleo frequente
di ben costrutte navi dalla prora
dipinta; e gli utensli erano acuti,
e la fronte del fabbro era contratta.
Sorgea la forma esatta
della falsa giovenca nella luce
del d, quasi che sazia di pastura
spirasse dalle froge il fiato olente
di ctiso, tranquilla s pi fessi.
Con tale arte commessi
eran gli sculti legni e ricoperti
di fresca pelle, che parean felici
d'ubert non fallibile i bei fianchi
e le mamme in sul punto di gonfiarsi
all'affluir d'un latte repentino.
Furtiva nel giardino
vnia Pasife senza le sue donne
a rimirar l'opera fabrile
ch'ella infiammava della sua lussuria
impaziente; e seco avea l'irsuto
boaro come giudice perfetto.
Costui rise: il difetto
scorse nella giogaia. Il grande artiere
fu docile al consiglio dell'uom rude.
Pasife con le nude
braccia premette gli meri miei nudi,
s'abbandon su me come su fulcro
insensibile, assorta nel suo sogno
inumano, perduta nel portento.
Saliva un violento
foco dal suolo ov'eran le radici
della mia forza, e tutto m'avvolgea,
e tutto come arbusto resinoso
parea vi crepitassi e vi splendessi.
Oh giardino di spessi
aromi, carco di cera e di miele,
carco di gomma e d'ambra,
ove s'udia scoppiar la melagrana
come un riso che scrosci e qiasi mosto
si liquefaccia in una bocca d'oro!
Recava l'Austro il coro
delle femmine ancelle dal palagio
remoto, che sedevano ai telai
o tingevan di porpora le lane
o i semplici isceglieano al beveraggio
o di carni ammannivan la vivanda
per la figlia del Sole,
ignare ch'ella fosse innanzi al Sole
preda schiumosa d'Afrodite infanda".

Icaro disse: "La figlia del Sole
amai, che per libidine soggiacque
alla bestia di nerbo pi potente.
Splendea divinamente
la sua carne quand'ella penetrava
nel simulacro per imbestiarsi.
Io chiuso in me riarsi.
Io, quando vidi il callido boaro
la prima volta addurre
alla falsa giovenca il toro bianco
che si battea il fianco
sonoro con la fersa della coda
adorno i corni brevi d'una lista
di porpora, balzai gridando: "O Sole,
a te consacrer, sopra la rupe
inconcussa, oggi un'aquila sublime!"
E andai verso le cime
con la bipenne l'arco e le saette,
ben coturnato, a far le mie vendette".

Disse: "Da prima vidi l'ombra vasta
palpitar su la torrida petraia.
Fulvo il macigno, cerula era l'ombra.
E dopo udii la romba
delle penne per l'aer verberato.
Grid verso il suo fato
ella repente, ferma su le penne;
la corda mia nel tendersi stridette;
il grido parve lacerare il cielo
e lo stridor fu lieve qual garrito
di rondine ma il tlo
che si part fu forte e fu cruento.
Sentii sul viso il vento
del volo che fece impeto a salire,
poi si fiacc, gir come in un turbo,
piomb verso lo scrmolo del monte.
Mi cadde su la fronte
una goccia di sangue larga e calda
come goccia di nuvolo d'agosto
quando lampeggia e tuona.
L'aquila s'abbatt sul sasso prona
il petto, aperta l'ali
crude che strepitarono sul sasso,
erta sbito il rostro alla difesa.
La roccia discoscesa
ardeva nel meriggio come il ferro
nella fucina, sotto i miei coturni.
La fronda dei viburni
era come la scoria dei metalli
liquefatti, e la fronda degli avorni.
S'udiano i capricorni
belare in mezzo al dttamo crinito,
e l'odore dell'erba vulneraria
mescevasi nell'aria
tremula con l'odor dell'aquilino
sangue che d'ogni sangue pi vermiglio.
Col rostro e con l'artiglio
fu pronta la satellite di Giove
a combattere contra il feditore
su la rupe inconcussa.
Allora io dissi: "Augusta,
se tu sei senza volo, io sia senz'armi".
E disdegnai ritrarmi
qual uomo a saettarla di lontano.
Ma gittai l'arco; e mi fasciai la mano
con il corame della mia faretra,
mi fascia la man destra
a difesa degli occhi minacciati
dal becco adunco. Feci impeto, entrai
in un selvaggio fremito di penne;
in un orrendo strepito di penne
come in un nembo fulvo preso fui
dalla possa grifagna;
sentii fuggirmi sotto le calcagna
la rupe e gridai forte.
Combattemmo nel rombo della morte.
Io con la destra le afferrai la strozza
robusta come tronco di serpente,
e strinsi e strinsi; e con la manca trassi
dalla ferita fresca il dardo primo,
pi volte e pi nell'imo
fegato lo confissi.
Combattemmo sul ciglio degli abissi,
in cospetto del Sole, a mezzo il giorno.
Gloria d'Icaro! Intorno
alla zuffa ogni bttito di penne
sprizzava mille stille
di sangue come porpora in faville
accesa ed isvolata via per festa.
A gloria la mia testa
pareva di faville incoronarsi.
E le piume dei tarsi
e del petto e del collo e delle ascelle
isvolavan su l'Ostro.
E un rivolo purpureo dal rostro
colava sul mio braccio imporporato
fino al cbito. E lcera dai colpi
delle rampe la destra coscia m'era
s che la messaggera
Nike, se mai sost sul solitario
vertice andando verso Atene mia
a recar le corone
dell'oleastro, fece il paragone
tra l'aquilino sangue e il sangue icario.
Ah, non temetti il suo giudicio, o Sole.
Parvemi, quando apersi il pugno ostile
e la nemica ricopr la rupe
alfine spenta, parvemi che tutta
la sua virtute aligera mi fosse
nelle braccia e negli meri trasfusa
e m'agitasse i fragili precordii
una immortale avidit di volo.
L'alto vertice solo
e l'esanime preda eran con meco,
e il dio della lucifera quadriga.
Pregai: "Divino auriga,
questa vittima t'offro in olocausto
perch tu mi sii fausto
se dato mi sar tentar le vie
dove agiti le tue criniere bianche.
Il torace le viscere le branche
e il gran capo rostrato
in un fuoco di sterpi e d'erbe io t'ardo
e la canna del dardo.
Concedi, o dio magnifico, se m'odi,
concedimi che immuni dalla brace
io dell'aquila serbi l'ali forti
e con meco le porti
perch le veda entrambe il padre mio
Dedalo d'Eupalmo
ateniese, artefice sagace,
perch due me ne foggi a simiglianza
l'uomo di molti ingegni, ma pi forti,
ma con pi grande numero di penne".
E tolsi la bipenne
che al cinto appesa avea dietro le reni:
con ella diedi nelle congiunture,
di muscoli e di tendini gagliarde
cos che che resisteano al doppio taglio.
"Ahi che l'incudine e il maglio
e l'industria paterna non varranno
a radicarmi la virt dell'ala
nella scapula somma" io mi pensai
considerando, come il citarista
inchino su le corde,
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore. E la mente ne fu trista.
E trista fu la mozza ala, a vederla.
E, nel fuoco di sterpi fumigando
la residua carne offerta al Sole,
io mi pensai: "Si duole
il dio solingo sul suo carro ardente
e non cura l'insolito libame.
La figlia sua nel simulacro infame
ei vide, onniveggente;
e dell'arte di Dedalo si cruccia
e mi scopre nel cor la piaga acerba,
nel cor che non si lagna,
cui dttamo n stebe non mi vale".
Mi gravai d'ambo l'ale
congiunte con la stringa del mio cinto;
e l'alta volont fu la compagna
della doglia fatale
quando, scorto dal dio, di sangue tinto,
scesi dal monte verso il Labirinto".

Icaro disse: "L'officina arcana
era in una caverna del dirupo,
dietro il porto d'Amniso
a levante di Cnosso, erma sul mare.
S'udiva starnazzare
e stridere d'uccelli senza tregua,
p fri dello scoglio ferrugigno.
Il suolo di macigno
consparso era d'antichi dolii rotti
e di fimo biancastro.
Rimbombavano al Gipice salmastro
le concave pareti
come le curve targhe dei Cureti
all'urto delle picche furibonde.
Sotto, il fragor dell'onde
avea lunga eco per ambagi ignote
quando l'Apeliote
enfiava i verdazzurri otri del sale.
Quivi all'innaturale
opera intento era il mio padre, quivi
i congegni del volo
oprava senza incude e senza maglio.
Ben gli diedi travaglio
e affanno, ch pareami troppo tarda
la sua fatica per il mio deso
e sempre poche mi parean le penne
adunate dinanzi a lui che oprava.
Per lui la cera flava,
stretta in pani, col pollice e col fiato
ammollii; dispennai la copiosa
cacciagione; sollecito le penne
separai dalle piume.
Il sangue onde imperlavasi l'acume
d'ogni fusto divulso
vertudioso parvemi; e mi piacque
a stilla a stilla suggerlo, accosciato
presso il fabro mirabile che oprava
seduto su la pietra.
Quante volte votai la mia faretra,
infaticato sagittario errante
per le rupi lontane!
I falchi gli sparvieri e le poiane
caddero, e gli avvoltoi
calvi gravati di carni lugbri,
e gli astori c resti dei colbri,
ancor ne' becchi adunchi, e i gru strimonii
gambuti dai lunghi ossi
accmodi al tibcine, ogni specie
pennipotente altivolante cadde
per la forza degli archi miei cidonii
e d miei dardi gnossi.
E mi tornava io carico di preda
celeste alla caverna;
e pur sempre pareva al mio deso
che fosse tarda l'opera paterna.
Era quivi l'odore della cera
e della ragia, ch l'operatore
mescolava le lacrime del pino
chiare al dono trattabile dell'ape,
acciocch questo fosse pi tegnente.
Escluso avea dall'opera i metalli
come gravi ch'ei sono; e l'armatura
composto avea con le vergelle ferme
del crilo e pieghevoli, congiunte
da bene intorto stame in ciechi nodi,
e spravi disteso avea l'omento,
la grassa rete che le interiora
degli animali include, ben dissecco.
E sul congegno solido e leggero
ei disponea per ordine le penne,
dalla pi breve alla pi lunga elette
acutamente, come nella fistola
di Pan le avene dspari disgradano
per la natura dei diversi numeri.
E lino e cera usava a collegarle,
cera immista di ragia, come dissi.
E le sapeva inflettere con tanta
arte, per imitar la curvatura
della vita, che l'ala su la pietra
inerte parea trepida e tepente
e penetrata d'aere, ventosa
come fosse per rompere dal nido
o per posarsi dopo lungo volo".

Icaro disse: "Non veduto, vidi.
Misi gli occhi per entro ad un rosaio,
ove all'alito mio silentemente
si sfogliarono due tre rose passe.
Parve che si sfogliasse
con elle e si sfacesse il cuor mio caro.
E senza fine amaro
mi fu tutto che vidi non veduto,
in quel giardino muto
ove non pi s'udia la pingue gomma
gemere n scoppiar pomo granato
come riso punceo che scrosci.
Fracidi i frutti, flosci
erano, grinzi come cuoi risecchi
gli arbori, crudi stecchi;
le cellette soavi, aride spugne,
senza la melodia laboriosa.
Rotta al suolo, corrosa,
informe fatta come vil carcame
era la vacca infame
offerta dalla frode al toro bianco
perch l'inclito fianco
alla figlia del Sole
empiesse di semenza bestiale.
E la donna regale,
figlia del Sole e dell'Oceanina,
Pasife di Perseide, il cui volto
m'era apparito come il penetrale
della luce nel tempio dell'iddio
splendido, la reina
dell'isola che fu cuna al Cronde
ricca in dttamo in uve in miele e in dardi,
l'adultera dei pascoli era quivi
sola col suo spavento.
Bocca anelante, nari acri, occhio intento
avea, pallido volto come l'erbe
aride, consumato dai sudori
e dalle schiume della sua lussuria.
Discita era, e l'incuria
della sua chioma la facea selvaggia
qual femmina del Taso tebano
che defessa dall'orgia ansi in un botro
del Citerone, esangue
fra il tirso spoglio della fronda e l'otro
voto del vino, al gelo antelucano.
Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,
vivere il mostro orrendo,
fremere il figlio suo bovino e umano".

Icaro disse: "Era stellato il cielo,
era pacato il mare,
nella vigilia mia meravigliosa.
La roggia stella ascosa
nel mio cor vigile era la pi grande.
Le cose miserande
eran lungi da me come da un dio
beverato di nttare novello.
Parea dal corpo snello
dileguarmisi il triste peso come
dal cielo eo si dileguava l'ombra,
e nella carne sgombra
un aereo sangue irradiarsi.
Nel cielo eo comparsi
i pallidi crepuscoli, il messaggio
della Titnia fece su per l'acque
un infinito tremito tremare.
Subitamente il giubilo del mare
si converse in deso tumultuoso,
irto le innumerevoli sue squamme.
Allor tutte le fiamme
del giorno dal mio cor parvero nate,
per sempre tramontate
dietro di me le stelle della notte,
l'ali della mia sorte
gi nel periglio glorioso aperte.
Ahi, su la pietra inerte
si giacevan gli esnimi congegni,
e le mie braccia umane erano spoglie
della virt pennata
che la mia scure avea tronca sul monte
in giorno di vittoria.
E sbito mi fu nella memoria
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore vermiglio.
"Aquila vinta" dissi "Icaro, figlio
di Dedalo d'Atene,
ai tuoi mani consacra i ligamenti
arteficiati e fragili dell'ali
che sono opera d'uomo;
perch, come ti vinse combattendo
lungi e presso, cos nel tuo dominio
vincerti vuole d'impeto e d'ardire".
E il mio padre destai dal sonno. Dissi:
"Padre, l'ora". Non altro dissi. Muto
stetti mentr'ei m'accomodava l'ali
agli meri, mentr'ei gli ammonimenti
iterava con voce mal sicura.
"Giova nel medio limite volare;
ch, se tu voli basso, l'acqua aggreva
le penne, se alto voli, te le incende
il fuoco. Tieni sempre il giusto mezzo.
Abbimi duce, sguita il mio solco.
Deh, figliuol mio, non esser tropp'oso.
Io ti segno la via. Sii buon seguace".
E le mani perite gli tremavano.
Il mirabile artiere ebbi in dispregio
silenziosamente. "Al primo volo
io con te lotter, per superarti.
Fin dal battito primo, io sar l'emulo
tuo, la mia forza intender per vincerti.
E la mia via sar dovunque, ad imo,
a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, in nuvola,
sar dovunque e non nel medio limite,
non nel tuo solco, s'io pur debba perdermi"
risposegli il mio cor silenzioso.
E gli sovvenne della grande frode
(difficile all'oblo questo mio cuore
s che l'acqua del Lete non ci valse:
furon pur tre le tazze tracannate)
e del dolo fabrile gli sovvenne.
Fra le mani perite che tremavano
riveder seppe gli utensli acuti
intesi a compiacer la trista voglia.
"Icaro figlio, m'odi? Io m'alzo primo.
Voler senza foga, e tu mi segui".
Ma con l'arte dell'aquila io spiccai
dal limitar della caverna un volo
s veemente che diseparato
fui sbito. Gli stormi isbigottirono
su per le rosse rupi, in fuga striduli
temendo la rapina dileguarono.
Oh libert! Pel corpo nudo l'aere
matutino sentii crosciarmi, gelido
tutto rigarmi di chiarezza irrigua:
non i torrenti ove uso fui detergere
dopo le cacce la sanguigna polvere
m'avean rigato di s grande gilito.
Oh nel cor mio rapidit del palpito
ond'era impulso il volo, in egual numero!
Pareami gi gli intaversati bltei
esser conversi in vincoli tendnei,
tutto l'azzurro entrar per gli spiracoli
del mio pulmone, il firmamento splendere
sul mio torace come sul terribile
petto di Pan. Gridava "Icaro! Icaro!"
il mio padre lontano. "Icaro! Icaro!"
Nel vento e nella romba or s or no
mi giungeva il suo grido, or s or no
il mio nome nomato dal timore
giungeva alla mia gioia impetuosa.
"Icaro!" E fu pi fievole il richiamo.
"Icaro!" E fu l'estrema volta. Solo
fui, solo e alato nell'immensit.
Passai per entro al grembo d'una nuvola:
un tepore un odore dolce e strano
eravi, quasi l'alito di Nfele
madre d'Elle che diede nome al ponto.
Il vento del remeggio i veli tenui
sconvolse, un che di roseo svel,
un che di biondo. Odore dolce e strano
m'illanguidiva, inumidiva l'ali.
Il vol decadde. Vidi undici navi
di prora azzurra fornite di tolda,
che flagellavano il mar con la palma
dei remi in lunga eguaglianza concordi,
andando a impresa lontana. Sul ponte
pelte lunate luceano e di bronzo
clpei tondi, aste lunghe. Mi giunse
l'urlo dei nuti. Veloce volai,
oltre passai. Qual fu dunque la mente
dei nuti rudi mirando il prodigio?
Come di me favellarono? Dissero
forse: "In un campo di strage la mscula
Nike, nell'ombra d'un cumulo grande
dai carri estrutto riversi e dirotti,
o a pi d'un grande trofeo d'armi illustri,
sul suol cruento cedette all'eroe
che l'afferr per la chioma; e fu pregna.
E quei che rema lass con tant'ala
certo il figlio di lei giovinetto".
Di queste l'alto cor mio si conpiacque
imaginate parole, ch stirpe
di Nike avrebbe ei voluto infierire.
E vidi poi sotto fulgere in Paro
iscalpellata il candor del Marpesso.
E vidi poi dall'erratica Delo
salir vapore di caste ecatombi.
Poi non vidi altro pi, se non il Sole.
Poi non volli altro pi, se non da presso
mirarlo eretto sul suo carro ignto,
giugnerlo, farmi ardito
di prendere pei freni il suo cavallo
sinistro, Etonte dalle rosse nari.
Il ptaso e i talari
d'Erme Cillenio avea conquisi il mio
sogno meridiano, il mio delirio.
Congiunto era con Sirio
altissimo nel medio orbe, nell'arce
somma dei cieli Elio d'Eurifaessa.
E l'altezza inaccessa
e l'ardore terribile agognai
ed offerirgli l'ali che sul monte
crtico escluse avea dall'olocausto.
Mi sembrava inesausto
il valor mio ch l'animo agitava
le morte penne, l'animo immortale
e non il braccio breve.
Ed ecco, vidi come un'ombra lieve
sotto di me nella profonda luce
ove non appariva segno alcuno
del mare cieco e dell'opaca terra;
ancra un'ombra vidi, un'altra ancra.
E dissi: "Icaro, l'ora".
Ma il cor non mi manc. Non misi grido
verso il mio fato, come la devota
alla saetta aquila moritura;
n rimpiansi il paterno ammonimento.
Guatai senza spavento
in giuso; e l'ombre lievi eran le penne
dell'ali, che cadeano tremolando
dalla cera ammollita.
Mi sollevai con impeto di vita
verso il Titano: udii rombar le ruote
del carro sul mio capo alzato; udii
lo sclpito quadruplice; il baleno
scorsi dell'asse d'oro, il fuoco anelo
dei cavalli. Pire dalla criniera
sublime, Etonte dalle rosse nari.
E i cavalli solari
annitrirono. Il ventre di Flegonte
brill come crislito; la bava
d'Eo fu come il velo d'Iri effuso.
E vidi il pugno chiuso
che teneva le rdini, la fersa
garrir sul fuoco udii. Tesi le braccia.
"O Titano!" E la faccia
indicibile, sotto la gran chioma
ambrosia, verso me si volse china;
e i raggi le cingean mille corone.
"Elio d'Iperione,
t'offre quest'ali d'uomo Icaro, t'offre
quest'ali d'uomo ignote
che seppero salire fino a Te!"
Si disperse nel rombo delle ruote
la mia voce che non chiedea merc
al dio ma lode etarna.
E roteando per la luce eterna
precipitai nel mio profondo Mare".

Icaro, Icaro, anch'io nel profondo
Mare precipitai, anch'io v'inabissi
la mia virt, ma in eterno in eterno
il nome mio resti al Mare profondo!

(Composta a Nettuno del Lazio il 13 ottobre 1903)


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