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Pubblicata il: giugno 22, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 1276 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
L'immensit del duolo,
del lutto immedicabile senza
fine, terrestre fatta
qual Niobe nell'umida rupe,
quivi abitava sembra
nel lito deserto, nell'alpe
ardua, nella selva
che piange il suo pianto aromale.

Tutto quivi alto e puro
e funebre come le plaghe
ove duran nel Tempo
i grandi castighi che inflisse
il rifor degli iddii
agli uomini obliosi del sacro
limite imposto all'ansia
del lor desiderio immortale.

Tre disse quivi immense
parole il Mistero del Mondo,
pel Mare pel Lito per l'Alpe,
visibile enigma divino
che inebria di spavento
e d'estasi l'anima umana
cui travagliano il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.

Poi che non val la possa
della Vita a comprendere tanta
bellezza, ecco la Morte
che braccia pi vaste possiede
e silenzii pi intenti
e rapidit pi sicura;
ecco la Morte, e l'Arte
che la sua sorella eternale:

quella che anco rapisce
la Vita e la toglie per sempre
all'inganno del Tempo
e nuda s'inalza tra l'Ombra
e la Luce, e le dona
col ritmo il novello respiro:
ecco la Morte e l'Arte
apparsemi nel cerchio fatale.

O Niobe, l'antico
tuo grido odo alzarsi repente
al cospetto del Mare,
e il tuo disperato dolore
chiamar le figlie e i figli
per l'inesorabile chiostra,
e stridere odo l'arco
forte e sibilare lo strale.

"Tera, Ftia, Cleodossa,
Astoche, Pelpia, Fedmo!"
Tu chiami; e i dolci nomi,
i nomi che furono il miele
della tua bocca, o Madre,
si frangon nell'ululo crudo
come pel mssile oro
l'incolpevole fior filiale.

Procombono sul petto
sul fianco, procombono i corpi
floridi, i giovinetti
venusti, le vergini leni;
copron la sabbia amara,
mescono le chiome alle spume
non il sangue: incruenta
la piaga dell'oro letale.

Procombono, stanno
ai tuoi piedi,o Madre demente!
Poi tutto marmo, immota
bellezza, effigiato silenzio.
L'immensit del duolo
fatta terrestre e marina.
Il Mare il Lito l'Alpe
sono il tuo simulacro ferale.

O Tantalide audace,
io veggio il tuo bellissimo volto
impietrato e il tuo pianto
nella solitudine esangue,
e il sacrilego orgoglio
che feceti chiedere altari
per la generatirce
virt del tuo grembo mortale.

Tutto quivi alto e puro
e funebre e ai cieli superbo,
memore dell'umane
grandezze e dei castighi divini.
Ed in nessuna plaga
con pi guerra, ahi, l'anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.

(Romena, 13 agosto 1902)


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