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Pubblicata il: luglio 17, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 925 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Il pianto della scavatrice
IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro
o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
una radura, la coltre corrosa
dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini... E infatti
cammino per una strada che avanza
tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso...
Trasportato dall'onda dei passi,
questa che lascio alle spalle, lieve e misero,
non la periferia di Roma: "Viva
Mexico!" scritto a calce o inciso
sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.
Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,
la citt, mezza vuota, bench sia l'ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa - o del vespro che indora
i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:
si perdono i selciati un po' sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il tempo,
e due lunghi listoni di pietra
corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto
perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s'aprano sereni, o un pozzetto
con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.
Si apre sulla cima del colle l'erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde
d'un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste
o appena cereo... Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:
s'interna fra case pi strette, scende
un po' a mezza costa: e pi in basso
- quando le barocche casette diradano
ecco apparire la valle - e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada
gi tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,
si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un'abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici
del crollo - da cui soltanto essa,
l'immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.
l, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un'aria, lieve, disperata,
che incendia la pelle di dolcezza...
come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un fiume,
soffiano sulla citt nei primi
giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire
se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito
dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, cos ferito
in fondo ai polmoni da quell'aria
che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata


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