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Pubblicata il: giugno 29, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 1620 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Ma perch avete piedi e penne d'uccelli,
o figlie d'Achelo, e volto ancora di vergini?
Forse perch, o Sirene, eravate con Proserpina
quando coglieva fiori della primavera?
Dopo averla invano cercata per tutta la terra,
perch la vostra ansia fosse nota ai mari
vi venne desiderio delle ali
per vagare sui flutti, e per volere divino
le vostre membra si dorarono subito di penne.
E perch il vostro canto, cos dolce da udire,
e perch questo dono cos grande
non fosse mai privo di parole, rimase a voi
il volto di fanciulla, la voce umana.
Ora, con giustizia, tra la sorella e il fratello,
Giove divise in due parti il volgere dell'anno.
E la dea, nume dei due regni, sta insieme alla madre
un tempo uguale a quello che vive con lo sposo.
Cerere mut subito in cuore e nell'aspetto,
e la sua fronte, che perfino a Plutone parve triste,
lieta come il sole che appare dalle nubi aperte.
E Cerere, serena per la figlia ritrovata,
vuole che tu, Aretusa, racconti la tua fuga,
e perch sei una sorgente sacra. Tacque la fonte,
e dalle acque profonde lev il capo Aretusa,
e asciugando con la mano i suoi verdi capelli
narr gli antichi amori del fiume dell'Elide.
lo fui - disse - una delle ninfe achee
e pi di me nessuna amava andare per i boschi
e fu pi avida nel tendere le reti. Non chiedevo
fama alla bellezza. ero forte, ma pure si diceva
ch'ero bella. Non amavo la lode alla bellezza,
anzi mi vergognavo del mio corpo,
di questo dono selvatico, gioia per le altre,
e se piacevo sentivo grave colpa.
Tornavo stanca, ricordo, dalla selva di Stnfalo,
era d'estate, e grave fatica cresceva la calura.
E vidi un ruscello che scorreva tacito,
senza gorghi, limpido sino al fondo, tanto
che ogni piccola pietra poteva contarsi dall'alto,
tale che avresti detto queh'acqua senza moto.
Bianchi salici e pioppi nutriti dall'acqua
spargevano docili l'ombra sulle rive in declivio:
m'avvicina e mi bagno prima le piante dei piedi,
e poi fino al ginocchio; ma ancora non ero contenta,
e slaccio le vesti leggere e le appendo ad un salice,
e nuda mi tuffo nell'acqua. E mentre taglio le onde
e a me le riporto, scorrendo ora in qua ora in l
e agito le braccia, odo non so qual rumore
salire dal fondo; e impaurita mi fermo alla sponda vicina.
"Dove vai cosi in fretta, o Aretusa?"
grida l'Alfeo di sotto le acque, "dove vai cos in fretta?"
ripete con rauca voce. E io fuggo nuda, com'ero
(all'altra riva erano le vesti). E pi egli m'insegue
e arde d'amore: nuda gli sembro pi pronta.
Correvo come colomba che fugge lo sparviero
con ali tremanti; senza piet m'inseguiva,
come sparviero preme su trepida colomba.
Fino a Orcomeno, a Psfide, le forze mi sostennero,
fino a Cillene, alle curve del Menalo, al gelido
Erimanto, nell'Elide; ma ero pi veloce d'Alfeo.
Ma non potevo resistere a lungo alla corsa,
le mie forze non erano uguali alle sue;
egli non piegava alla fatica. Ma corsi ancora
per campi, per monti di selve, per rocce,
per dirupi dove non c'era un sentiero.
E il sole m'era alle spalle; e vidi un'ombra
lunga davanti a me, se pure non era il timore
a crearla. Ma davvero a quel rumore di passi
tremavo di paura e gi quell'alito forte
m'agitava le bende ai capelli. E sfinita gridai:
"Sono perduta, o Diana, soccorri la tua Aretusa
a cui affidasti sovente e l'arco e la faretra
con le frecce." Ebbe piet la dea e in una densa nube
mi chiuse. E il fiume, girando per la vana nebbia
che mi copriva, cerc dentro la nube; e due volte,
ignaro, pass dal luogo dove la dea m'avvolse,
e due volte chiam a gran voce: "Aretusa! Aretusa!"
Che cuore io avevo, o infelice! Non era d'agnello
quando sente i lupi fremere intorno all'ovile,
o di lepre nascosta nella macchia, se scorge
il muso nemico dei cani e non osa un piccolo moto?
Ma l rimase Alfeo perch non vide pi oltre
un'orma del mio piede, e fissava la nube.
E gelido sudore intanto copre le mie membra,
e da tutto il mio corpo stiuano cellule gocce,
e dovunque io vada, ecco uno scorrere d'acqua,
e dai capelli scende rugiada; e in breve tempo,
pi breve di quello che occorre per narrare,
Alfeo ritorna fiume per unirsi alle mie acque.
E Diana apri la terra, ed io, profonda, per oscure
grotte vengo in Ortigia, che al mio nome divino
fu grata, portandomi alla luce del cielo.
E qui tacque Aretusa. Aggioga Cerere allora
due serpi al suo carro e col morso ne frena la bocca
e viene levata per l'aria fra il cielo e la terra.
E subito verso Tritonia guida il carro leggero,
e l lo consegna a Trittlemo; e impone che parte
dei semi gi avuti si sparga su vergine terra
e parte in quella arata dopo lungo riposo.
Sopra le terre d'Asia e d'Europa era passato
altissimo il giovane in volo e calava nella Scizia,
dove Linco era re. Trittlemo entr nella reggia,
e Linco gli chiese di dove veniva, e perch, a quelle rive,
e il nome e la sua patria. E il giovane rispose-
La mia patria Atene, il mio nome Trittlemo.
Non giunsi qui su nave, n a piedi sulla terra;
l'aria mi apri la strada. Porto i doni di Cerere,
che, sparsi per i campi, daranno messi feconde
e il dolce nutrimento. Nasce invidia al barbaro
e pensa di fare egli stesso quel dono cosi grande,
ed accoglie Trittlemo. E quando l'ospite dorme,
l'assale con la spada e tenta di colpirlo al petto.
Ma lo muta Cerere in linee e ordina a Trittlemo
di guidare per l'aria i sacri serpenti aggiogati.


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