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Pubblicata il: giugno 29, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 1202 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
L'inquieta Cariddi infuria sulla riva d'occidente,
Scilla sull'opposta riva. L'una attira e divora
le navi e le ributta, l'altra cinge di cani feroci
il fosco ventre; ed ha l'aspetto di vergine:
a credere agli oracoli, forse fu vergine un tempo.
Molti chiedono invano Scilla come sposa,
e lei cara alle ninfe del mare,
a questo narra gli amori dei giovani delusi.
Un giorno Calatea, porgendole al pettine i capelli,
cos parl a Scilla fra un sospiro e l'altro:
Almeno tu, o vergine, susciti amore fra la dura razza
degli uomini, e, come fai, senza timore
ti puoi anche negare. Ma io, figlia di Nreo
e dell'azzurra Doride, con infinite sorelle
che mi stanno a fianco, solo con pianto
ho potuto sfuggire all'amore del Ciclope.
Qui le lacrime le chiusero la voce.
Allora la vergine le asciugava gli occhi
col suo candido pollice e, consolandola, diceva:
Parla, o diletta, non nascondermi il dolore
che ti tormenta: tu sai che ti sono fedele.
E cos rispondeva la ninfa alla figlia di Crateide:
Aci, nato da Fauno e dalla ninfa del Simeto,
era la grande gioia del padre e della madre,
ma pi la mia, perch solo con me s'era congiunto.
Bello, di sedici anni, una lieve lanugine
copriva le sue tenere guance. Ed io l'amavo;
ma con ardore cercava me il Ciclope.
Non dir, se lo chiedi, che l'amore per Aci
fu pi dell'odio che portavo all'altro: fu uguale.
Potente il tuo dominio, o Venere benefica!
Anche il Ciclope, terrore delle selve,
che mai ospite lasci senza una pena,
che non cura gli di e il vasto Olimpo,
prov che cosa fosse amore, e, avido di me,
dimentic il gregge e le spelonche.
E ora ti fai bello, o Polifemo, vuoi piacere,
e col rastrello pettini i ruvidi capelli,
e l'ispida barba ami tagliare con la falce,
e ti specchi nell'acqua per fare lieto il volto.
Non hai pi brama di stragi, non sei pi selvatico,
quieta la sete mai sazia di sangue,
le navi arrivano e partono sicure.
Intanto Tlemo, giunto sull'Etna dei Siculi
(Tlemo Eurnide, che dal volo degli uccelli
fa giusto presagio), and dal tremendo Polifemo
e gli disse: "Quell'occhio che hai sulla fronte
ti sar tolto da Ulisse". Rise Polifemo,
e rispose: "T'inganni, o stupido indovino;
gi un'altra mi tolse l'occhio". E cosi sdegnava
chi invano prediceva il vero. E camnmnando
o affondava sul lido il passo pesante
o stanco tornava nella cupa spelonca.
Sporge nel mare, in forma di cuneo, un alto
acuto colle che l'acqua bagna ai lati.
E qui sale il feroce Ciclope e si ferma
sulla vetta; e il gregge lanoso lo segue
senza guida. E lasciato il tronco di pino
(era il suo bastone, e poteva essere un'antenna),
e presa la zampogna a cento piccole canne
udirono sui monti e le acque arie pastorali.
Io, nascosta da una rupe, avvinta ad Aci,
queste parole, ricordo, udii da lontano:
"O Galatea, tu sei bianca pi della foglia
di neve del ligustro, pi fiorente dei prati, snella
pi dell'ontano, splendente pi del cristallo, pi lasciva
del tenero capretto, pi liscia delle conchiglie
levigate dal moto assiduo del mare, pi cara
del sole d'inverno e dell'ombra d'estate,
pi eccellente dei pomi, pi viva agli occhi
dell'alto platano, pi nitida del ghiaccio,
pi dolce dell'uva matura, morbida pi delle piume
del cigno e del latte rappreso, e, se tu non mi fuggi,
magnifica pi dell'orto irrigato. Tu, Galatea,
sei pi selvatica dei tori non domati, pi dura
antica quercia, pi volubile delle onde,
flessibile pi dei ramoscelli del salice
e della vitalba, pi ferma di questi scogli,
pi violenta d'un fiume, pi superba del pavone,
pi impetuosa del fuoco, pi pungente delle spine,
pi tremenda d'un'orsa che ha i piccoli nati,
pi sorda del mare, pi furiosa d'una serpe pestata,
e, questo almeno a te potessi togliere,
tu fuggi non solo pi del cervo inseguito
dai secchi latrati, ma pi del vento e dell'aria leggera.
Ti pentiresti, conoscendomi, d'avermi fuggito:
che rimpianto allora del tempo perduto, e che ansia
di tenermi! Mia una parte del monte,
mie numerose spelonche scavate nella pietra viva,
dove non soffri il sole nel mezzo dell'estate,
n l'inverno. L sono frutti che curvano i rami,
e nei lunghi filari pende l'uva simile all'oro
e quella purpure a: l'una e l'altra io serbo per te.
Tu coglierai con le tue mani le tenere fragole
nate all'ombra delle Belve, e le crnole autunnali
e le prugne: non solo quelle livide per il succo viola,
ma anche quelle pi buone, colore della cera vergine.
Se mi vorrai come sposo avrai sempre castagne
e mele selvatiche, e ogni albero per te dar il suo frutto.
Tutte le pecore che vedi sono mie: e molte vagano per le valli,
molte per il bosco, molte sono chiuse negli antri;
n, se lo chiedi, saprei il loro numero.
i poveri contano le pecore. Se ne dicessi le lodi,
non mi crederesti: tu stessa potrai vedere
come camminano a stento con le poppe gonfie
tra le gambe. Negli ovili stanno i teneri figli
degli agnelli, al riparo dal freddo, e i capretti
d'uguale et. Ho sempre latte fresco: parte
lo tengo per bere, parte lo faccio indurire
con caglio disciolto. Non avrai solo facili svaghi
e doni comuni, come daini, lepri, capre, o due colombe
o un nido d'uccelli tolto dalla cima d'un albero.
lo trovato sui monti due gemelli d'un'orsa
ho possono giocare con te, e tanto gli orsacchiotti
sono simili tra loro che appena potresti distinguerli;
quando li trovai, io dissi: "Li terr per la mia donna.
Solleva, dunque, il capo splendente dall'onde celesti,
vieni, o Galatea, e accogli i miei doni.
Certo mi conosco, e poco fa io vidi la mia immagine
nell'acqua limpida, e mi piacque il mio aspetto.
guarda come son grande. Nemmeno Giove, nel cielo
(voi dite sempre che l regni non so quale Giove)
ha un corpo maggiore del mio; una densa chioma
scende sulla mia fronte scura, e fa ombra alle spalle
come un bosco. Ma non devi credere orrido il mio corpo
perch ispido di peli. brutto l'albero privo di fronde,
brutto il cavallo senza il velo d'una bionda criniera
sul collo; gli uccelli sono coperti di piume,
la lana adorna le pecore, la barba e i peli ruvidi
fanno bello il corpo dell'uomo. lo ho un solo occhio
in mezzo alla fronte, ma simile a un ampio scudo.
Che dico? Non vede il sole dal cielo immenso
tutte le cose della terra? Ed anche il sole
ha un solo occhio. Mio padre, poi, il re del mare:
e sar padre del tuo sposo. Solo abbi piet di me
e accogli le preghiere di chi ti supplica:
a te sola io cedo. lo che disprezzo Giove, il cielo
e il fulmine che tutto penetra, a te, figlia di Nreo,
mi piego: la tua ira pi acuta del fulmine.
Sopporterei il disprezzo se tu fuggissi tutti;
ma perch mi rifiuti e porti amore ad Aci,
e preferisci Aci a Polifemo? Piace a se stesso, e sia;
ma che piaccia a te pure, questo non vorrei,
Galatea. Ma se lo prendo, sentir quale forza
chiusa nel mio corpo. Vive gli strapper le viscere,
e le membra a brani sparger per i campi
e per il tuo mare (cos Aci si unisca a te).
Ardo, ma pi ribolle il sangue per l'offesa,
e mi pare d'avere l'Etna nel petto
con le sue forze; e tu, Galatea, non ti commuovi?"
E dopo questo vano lamento (io vedevo ogni cosa)
il Ciclope vi alza, e come toro furioso
che perduta la giovenea non pu stare fermo
e va per le selve e i monti che conosce,
quando mi scorse con Aci, grid: "Vi vedo,
ma questo l'ultimo abbraccio d'amore."
Ed era la sua voce quella d'un Ciclope
preso dall'ira; e l'Etna trem a quell'urlo.
Allora, spaurita, m'immersi nel mare vicino,
e in fuga volse le spalle il giovane Aci, gridando:
aiuto, Galatea, ti prego, aiuto, o padre, o madre,
nel vostro regno accogliete il figlio prossimo alla morte."
E il Ciclope l'insegue, e staccato un pezzo di monte
lo lancia sul fuggiasco. Solo un estremo
della rupe lo colse, ma fu per lui la morte.
e perch Aci riprendesse la forza dell'avo,
feci quello che potevo ottenere dal fato.
Dalla rupe scorreva sangue vivo, ma, ecco, quel rosso
comincia a svanire, come colore di fiume
che torbido di pioggia schiarisce a poco a poco.
Poi la pietra si spacca, e dalle crepe escono tenere
canne, e il cavo pi profondo risuona d'acque in moto.
E d'improvviso esce di l, fino alla cintola
(o mirabile cosa), un giovane con le corna
che spuntano appena cinte di molli canne.
E somigliava ad Aci, ma pi alto e col viso ceruleo.
Ma anche cosi, mutato in fiume, Aci rimase com'era,
e ora il fiume ha il nome ch'era una volta di Aci.


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