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Pubblicata il: giugno 29, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie del 900 | Totali visite: 2218 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Non lontano dalle mura di Enna s'apre il Pergo,
lago d'acque profonde; mai il Caistro,
nelle sue onde fuggenti, ode canti di cigni
pi di quello. Una selva corona le sue acque
e ne avvolge le rive, e le fronde come velo
allontanano l'impeto di Febo. I rami danno ombra
e l'umida terra fiori d'ogni specie:
l eterna primavera. Mentre in quel bosco
giocava Proserpina cogliendo bianchi gigli e viole
con gioia di fanciulla, a gara con le amiche,
colmandone il grembo e i canestri, la vide Plutone
e subito l'am e la rap: tanto fu rapido amore.
Proserpina, impaurita, chiamava con voce dolente
la madre e le compagne, ma pi la madre;
e poi che lacerata alle spalle pendeva la sua veste,
caddero dalla tunica sciolta tutti i fiori.
V'era tanta innocenza nella sua fresca et,
che per i fiori caduti fu in pena la fanciulla.
E intanto Plutone dal carro incitava i cavalli
chiamandoli per nome ad uno ad uno,
e sul collo e la criniera scuoteva le briglie
d'oscuro colore di ferro. E pass dai profondi
laghi e gli stagni acri di zolfo dei Pliei
che su ribollono da squarci della terra,
e l dove i Bacchiadi, gente di Corinto,
fra due porti ineguali, alzarono una citt.
Fra Ciane ed Aretusa si stende una zona di mare
chiusa da due esili punte di terra:
qui visse Ciane, la ninfa pi famosa di Sicilia,
e da lei ebbe nome lo stagno. Ora la ninfa
uscendo improvvisa dall'acque sino ai fianchi,
riconobbe la dea e cos disse: O Plutone,
non andrai lontano; se Cerere non vuole
non potrai avere la fanciulla: dovevi chiedere
Proserpina, non prenderla con forza.
E se piccole cose posso accostare alle grandi,
anch'io, amata da Anapo, divenni la sua sposa
alle vive preghiere, non per timore.
Disse, e aprendo le braccia cercava di fermarlo.
Ma non tenne pi l'ira il figlio di Saturno,
e incitando i tremendi cavalli, col braccio potente
vibr lo scettro dentro il profondo dell'acque:
e la terra percossa apr la via del Tartaro,
e riport nell'abisso l'obliquo carro veloce.
Ora Ciane piangendo la dea rapita e le leggi
della fonte spezzate da Plutone, ha come ferito
il cuore silenzioso, e si consuma in lacrime
e si scioglie in quelle acque di cui fu dea suprema.
Avresti potuto vedere le membra farsi tenere,
le ossa Flessibili, le unghie perdere durezza,
e sciogliersi in acqua le parti pi sottili:
le chiome azzurre, i piedi, le dita, le gambe,
perch pi rapide mutano le esili membra
in acque gelide. Poi gli meri, la schiena,
fianchi e il petto furono piccoli ruscelli,
l'acqua giunse al sangue per le vene guaste,
nulla rimase di lei che si potesse prendere.
Intanto la madre cercava con ansia la figlia
per tutta la terra e nel profondo del mare.
N l'Aurora dai capelli freschi di rugiada,
non Espero la vide mai in riposo,
and con due torce di pino accese
nel fuoco dell'Etna, lungo le gelide notti,
quando la dolce luce oscura le stelle.
E sempre cercava la figlia dal sorgere
Al tramonto del sole; e stanca, arsa di sete,
dai aveva bagnato le labbra ad una fonte,
vide una capanna dal tetto di paglia
and subito a battere alla piccola porta.
Ina vecchia venne ad aprire, e alla dea
che chiedeva da bere, offr dell'acqua dolce
da lei preparata con il grano cotto.
E mentre beve, un fanciullo senza grazia in volto,
anche audace, si ferma davanti alla dea,
e la deride dicendole: Avida! E la dea offesa
riversa sul fanciullo ci che ancora restava
dell'acqua mescolata al grano. E subito quel volto
si copre di macchie, e le braccia diventano gambe,
e la coda s'aggiunge alle membra mutate,
e il corpo (perch non abbia molto potere nel male)
si contrae in piccola forma: non pi lungo
d'una lucertola. E la vecchia, stupita, piangendo
vuole toccare il mostro che fugge e si nasconde:
il mostro ha un nome che s'addice al suo colore,
screziato sul corpo di macchie variopinte.
Lungo sarebbe dire per quante terre e mari
vag la dea: non c'era pi luogo al mondo
dove ancora cercare. E ritorn in Sicilia,
e and per tutta l'isola e giunse fino a Ciane,
che certo, se ninfa, le avrebbe detto ogni cosa;
ma non aveva pi bocca, n lingua per parlare,
n modo per esprimersi; pure le mostr un segno:
caduta l, galleggiava sull'acqua
della sorgente la cintura di Proserpina,
nota alla madre. E appena Cerere la vide,
come se allora sapesse la sorte della figlia,
cominci a strapparsi i capelli e a lungo a battersi il petto.
E ancora non sa dove si trovi la figlia,
e d colpa a tutta la terra (e la chiama nemica
e indegna del dono delle messi), e pi alla Sicilia,
dove vide quel segno, ragione del suo pianto.
E l con mano spietata rompe gli aratri che voltano
le zolle, e con ira d morte ai coloni ed ai giovenchi,
e vuole i campi sterili, e guasta le sementi.
E si perde la fama della terra siciliana,
dovunque esaltata come fertile; e le messi
muoiono appena verdi, ora perch il sole infuria
pioggia, e avversi sono i venti e le stelle.
E gli uccelli divorano i semi appena sparsi,
e il loglio e l'erbe spinose e la tenace gramigna
frmano il grano che cresce. Allora Aretusa
lev il capo fuori dall'acque dell'Elide
e, gettate le chiome stillanti dalla fronte
dietro le orecchie, cos disse: O madre delle messi,
madre della vergine cercata in ogni luogo, riposa
della lunga fatica, non fare violenza alla terra.
La terra fedele, non ha colpa, senza volere
si apr quando veniva rapita Proserpina.
Non prego per la mia terra, sono qui straniera,
io nacqui a Pisa. la mia patria l'Elide.
Abito la Sicilia come ospite; ma questa terra
mi cara pi d'ogni altra; e per me, Aretusa,
questi sono i Penati, questa la casa, e tu,
dea benigna, difendila. Perch venni in Ortigia
dalla mia terra lungo infinite onde del mare,
dir a suo tempo, quando avrai meno dolore
e pi sereno il volto. Vado per un sentiero
aperto sotto terra e per caverne profonde
sollevo qui il capo e vedo stelle ignote.
Ora, mentre scorrevo per i gorghi dello Stige,
vidi Proserpina, triste ed ancora spaurita
nel volto, ma regina del mondo delle ombre,
ma gi sposa potente del re dell'Averno.
E a questo parole, la madre parve di pietra,
e a lungo rimase stupita, come presa dal fulmine.
Ma quando il dolore vinse la sua grave inerzia,
allora si lev col carro su per l'alto cielo.
E l, cupa in volto, coi capelli sparsi, irata,
ferma davanti a Giove, cos disse: O Giove,
per il sangue mio, ti prego, per il tuo sangue.
Se non hai amore per me, chiedo piet per la figlia:
invoco il tuo aiuto, anche se nacque da me.
Ho ritrovato la figlia che cos a lungo cercai,
se ritrovarla vuol dire sapere d'averla perduta;
se sapere dov' vuol dire averla trovata.


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