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Pubblicata il: luglio 23, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie inedite | Totali visite: 552 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
La' dov'ella crebbe
il dimenar dell'arme

fra li compari sui nemici,
vid'io il naufragar, si' fu',
del mi' dimani.

Come l'acqua che dallo colle irsuto
volge l'ir in su la piana scesa
nulla timendo fra gli erpici fioriti
Signora de lo sasso e di natura,
tal sapia meo lo 'ngenuo passo
che solito portavami giocondo.

Ma ugual paria lo cielo
corso di lampo e di bagliore,
quasi sapia lo tal Signore
lo caso che veniami a molestar.

Et io si' fecondo facia lo suo pensare
che niente volgia barbaro alle menti,
e niente del fatto o della nova
pariami indicar si' qual ventura
potess' io trovar poco d'innanzi.

In su la dritta s'apria lo prato verde
con lo mirto saggio e poderoso,
et oltre prato et oltre mirto,
null' alltro volia confondersi alla vista.

Tal era la specie de lo tempo,
dov'ogni cor s'attende l'arrivo delle messi,
e la fatica de lo mese vecchio
paria ora tornar digrazia empita
a rimestar di nobiltade il pur dovere.

Quand'ecco improvviso in su la piana
un fermentar di grida e di faville
che fiere s'andavano a cozzar contra lo cielo.
Non senza lamento o alcun patir paria lo strano,
ma fervido volgia il menar quell'arme invano.

Polvere in tumulto lezzava le'ndumenta
et insolito di luce i clamori luminava
si' che lo caso nobile or paria
com'a povero mortal divin lo regio.

Ella sconfitta volgia ogni menata,
et ogni se rialzava piu' forte e cavaliera
a rimenar del luceo ferro li compari,
che at ella volean quasi parire
di tal fatta e qual vigore.

Et a rimirar si spinse il core mio
geluso di cotanta ferrimenta,
et ora possente volia capir del giogo l'onestate;
virtute d'empotenza el me fe' danno,
e lo pensiero scarno destrusse il disiar
d'alcun dimando.

Si' ch'ella venedomi surpriso
canzonar si volle dello parer mio,
et io volia, disiai l'arguir rivolta,
ma tenzone non fu' ne lo mio sguardo;
pugna persa volgia divin comando.

E persa pugna fu' cotanto amara
ch' io piu' non volli l'arme disiar
per tocco o per sapere,
si' che al fine arrivai del subito partito,
e piu' non ebbi a rimembrar di cosa o cosa.

Ferita sentili la carne e lo sanguo gocciolar silente,
e dello schizzar dell'uno pomo
che salsa s'avria a diventar,
null'altro avea che lo gusto suo corposo.

Si' fu'lo mio tremar colpito
che li compari si volsero in sul vespro
a praticar di tale rito
che barbaro paria solo allo sguardo.

Ela mostraa li denti in fra lo riso
e lo ferro roteaa sopra le ceppe
che vento paria soffiasse de lo verno,
e mego la sconfitta paria levar del cor ogni virtute.

Tardo era il senno per lo capir tale ventura
si' ch'altro non ebbi a dir che l'arme aiuta,
guand'ogni voler contra te cattura.

Et ora che volgo in su la fine
dimenar par vano per lo corpo meo ferito,
ma lo senno or sa volgendo all'infinito
fratello di buon sorte ogni lottare.


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