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Titolo/Autore Testi    ricerca avanzata
Pubblicata il: luglio 16, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 1401 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Decimo Giunio Giovenale
Libro Primo - III
(l'inferno di Roma)

Anche se la partenza di un vecchio amico mi angoscia,
devo approvare la sua decisione
di stabilirsi come un eremita a Cuma
e di donare almeno un cittadino alla Sibilla.
Cuma, porta di Baia, un approdo piacevole,
un rifugio delizioso. Io poi alla Suburra
preferirei persino Procida.
Si mai visto luogo, per quanto misero,
desolato, che non sia preferibile
al terrore continuo degli incendi,
dei crolli, ai mille pericoli di questa citt tremenda,
dove nemmeno in pieno agosto
sfuggi al vociare dei poeti?

Mentre si carica la casa
tutta su un solo carro,
l'amico sosta sotto gli archi antichi
dell'umida porta Capena.
Qui, dove di notte Numa dava convegno
alla sua amica, ora tempio e bosco della sacra fonte
s'affittano ai giudei,
i cui unici beni sono un cesto e un po' di fieno
(per legge infatti
ogni albero paga all'erario una tassa:
cos, cacciate le Camene,
il bosco deve stendere la mano).
Ci inoltriamo nella valle di Egeria
tra grotte artificiali:
viva sentiresti la presenza del dio in queste acque,
se l'erba con la sua verde cornice
ne cingesse le onde
e non profanassero i marmi il tufo di quei luoghi.

E qui Umbricio dice:

A Roma non c' pi posto per un lavoro onesto,
non c' compenso alle fatiche;
meno di ieri ci che oggi possiedi e a nulla
si ridurr domani;
per questo ho deciso di andarmene
l dove Dedalo depose le sue ali stanche,
finch un accenno la canizie,
aitante la prima vecchiaia
e a Lachesi resta ancora filo da torcere:
mi reggo bene sulle gambe
e senza appoggiarmi a un bastone:
giusto il tempo per lasciare la patria.
Artorio e Ctulo ci vivano,
ci rimanga chi muta il nero in bianco,
chi si diverte ad appaltare case, fiumi e porti,
cloache da pulire, cadaveri da cremare
e vite da offrire all'incanto per diritto d'asta.
Un tempo suonavano il corno,
comparse fisse delle arene di provincia,
ciarlatani famosi di citt in citt;
ora offrono giochi
e quando la plebaglia abbassa il pollice
decretano la morte per ottenerne il favore;
poi, di ritorno, appaltano latrine.
E perch mai non altro?
Sono loro quelli che la fortuna,
quando in vena di scherzi,
dal fango solleva ai massimi gradi.
Ma io a Roma che posso fare?
Non so mentire. Se un libro mediocre
non ho la faccia di lodarlo o di citarlo;
non so nulla di astrologia;
non voglio e mi ripugna
pronosticare la morte di un padre;
non ho mai studiato le viscere di rana;
passare ad una sposa
bigliettini e profferte dell'amante
lo sanno fare altri,
e di un ladro mai sar complice:
per questo nessuno mi vuole quando esco,
come se fossi un monco,
un essere inutile privo della destra.
Chi si apprezza oggi, se non un complice,
il cui animo in fiamme brucia di segreti,
che mai potr svelare?
Niente crede di doverti e mai ti compenser
chi ti fa parte di un segreto onesto;
ma a Verre sar caro
chi sia in grado di accusarlo quando e come vuole.
Tutto l'oro che la sabbia del Tago ombroso
trascina in mare non vale il sonno perduto,
i regali che prendi e con stizza devi lasciare,
la diffidenza continua di un amico potente.

La gente che pi cerco di evitare,
quella amatissima dai nostri ricchi,
faccio presto a descriverla e senza riserve.
Una Roma ingrecata non posso soffrirla,
Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia
bisogna chiederselo. Ormai da tempo
l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere
e con s rovescia idiomi, costumi,
flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici
e le sue ragazze costrette a battere nel circo.
Sotto voi! se vi piace una puttana forestiera
con la mitra tutta a colori!
O Quirino, quel tuo contadino indossa scarpine
e porta medagliette al collo impomatato!
Lasciano alle spalle Sicione, Samo,
Amdone, Andro, Tralli o Alabanda,
tutti all'assalto dell'Esquilino o del colle
che dal vimine prende nome,
per farsi anima delle grandi casate
e in futuro padroni.
Intelligenza fulminea, audacia sfrontata,
parola pronta e pi torrenziale di Iseo,
eccoli: chi credi che siano?
Dentro di s ognuno porta un uomo multiforme:
grammatico, retore, pittore e geometra,
massaggiatore, augure, funambolo,
medico e mago, tutto sa fare un greco che ha fame:
volerebbe in cielo, se glielo comandassi.
In fin dei conti non era mauro, srmato o trace
quello che s'applic le penne,
ma ateniese d'Atene.

Ed io? non dovrei evitare
la porpora di questa gente?
che prima di me firmi un documento
o sul letto migliore alle cene si stenda
chi a Roma giunto con lo stesso vento
che porta prugne e fichi secchi?
Non conta proprio niente,
nutriti d'olive sabine,
aver respirato sin dall'infanzia
l'aria dell'Aventino?
Adulatori senza pari, questo sono,
gente pronta a lodare le chiacchiere di un inetto,
le fattezze di un amico deforme,
a confrontare il collo oblungo di un invalido
con quello di Ercole mentre da terra
solleva Anteo, ad ammirare con voce strozzata
che pi stridula non nemmeno quella del gallo
quando copre la sua gallina.
Adulazioni simili anche a noi sarebbero permesse,
ma a quelli per lo pi si crede.
Quale attore infatti meglio di un greco
interpreta Taide, la moglie
o Dride senza un velo di trucco?
Non un commediante che recita, una donna!
E giureresti che dal ventre in gi
sia tutto una pianura sgombra
con alla fine un'esile fessura.
Antoco, Strtocle e Demetrio,
con quell'effeminato di Emo,
non sono eccezioni di meraviglia:
tutto un paese di commedianti.
Ridi e lui scoppia a ridere pi forte;
vede un amico in lacrime e lui piange
senza provar dolore; ai primi freddi
invochi un po' di fuoco e lui indossa una pelliccia;
dici che hai caldo ed eccolo che suda.

Troppo diversi siamo, chiaro:
chi notte e giorno senza posa in grado
di assumere l'espressione dei visi altrui,
pronto ad applaudire e lodare
se l'amico ha ruttato bene,
pisciato senza inciampi
o se il pitale d'oro ha rimbombato
finendo capovolto, ha tutto dalla sua.
Aggiungi in pi che niente sacro
o al sicuro dal loro cazzo,
non la madre di famiglia o la figlia vergine,
non il moroso imberbe o il figlio intatto;
e se non c' di meglio
ti stuprano la nonna.
[Per farsi temere non c' segreto
che gli sfugga della tua casa.]
Ma lascia perdere le chiacchiere
che si fanno ai ginnasi,
visto che parliamo di greci,
e ascolta la scelleratezza
di un maggiorente paludato:
quel vecchio stoico intendo,
cresciuto sulla riva dove caddero le penne
del cavallo di Grgone, che denunciandolo
fece uccidere Brea, discepolo e amico.

Dove regna un Protgene, un Ermarco o un Dfilo,
che per vizio innato non vogliono amici in comune,
ma solo a s legati,
non c' posto per un romano.
Basta una goccia di veleno,
s, quello di patria natura,
istillato da un greco in orecchie meschine,
e subito vengo messo alla porta,
perdendo anni e anni di servizio:
in nessun luogo importa meno
disfarsi di un protetto.
Non illudiamoci che l'affannarsi
in corse notturne di un poveraccio
avvolto nella toga abbia rispetto e merito,
se un pretore pu scaraventare di brutto
il littore a salutare il risveglio
di Albina e Modia, prima che il collega
lo preceda dalle due vedovelle.
Puoi vedere il figlio di gente libera
scortare lo schiavo di un ricco;
e un altro regalare a Calvina o a Catiena
quanto incassa un tribuno di legione,
per godere di loro una o due volte;
ma tu, se ti arrapa il faccino
di una puttana in ghingheri,
ti blocchi ed esiti a far scendere Chione dal trono.

Produci a Roma un testimone degno
di chi ospit la dea dell'Ida,
si mostri Numa o chi dal tempio in fiamme
salv l'atterrita Minerva:
prima s'indagher sul censo,
per ultimo sulla moralit.
'Quanti schiavi mantiene?
quanta terra possiede?
con che numero e ricchezza di piatti cena?'
Ognuno gode di fiducia pari
al denaro che serra in cassaforte.
Su tutti gli dei puoi giurare,
di Samotracia o nostri,
l'idea che un povero,
snobbato dagli stessi dei,
non tenga conto delle folgori divine.

E le opportunit di riso universale
che lui offre, le sottovaluti?
Un mantello informe e sdrucito,
una toga sordida come poche,
una scarpa col cuoio rotto che si slabbra
o i margini di tutti quegli strappi ricuciti
che mostrano lo spago or ora usato!
Niente di pi atroce
ha la sventura della povert
che rendere l'uomo oggetto di riso.
'Vergogna, fuori! via dai cuscini dei cavalieri
chi non ha il censo imposto dalla legge!
il posto riservato ai figli dei ruffiani,
in qualunque casino siano nati!
Qui, tra i rampolli azzimati di un gladiatore
o di un maestro d'armi,
pu battere le mani
solo il figlio di un banditore ben nutrito!'
Cos piacque a quell'inetto di Otone
che volle segregarci.

Accade mai che sia ben visto un genero
con meno averi e dote della sposa,
qui, fra questi? che un povero sia nominato erede?
o accettato in consiglio dagli edili?
Da tempo avrebbero dovuto i Quiriti in miseria
a schiere serrate migrare.
Non facile che emerga chi alle proprie virt
vede opporsi la penuria del patrimonio;
a Roma poi lo sforzo disumano:
una casa da miserabili
costa un'enormit
e cos mantenere servi
o mangiare un boccone.
Farlo poi con stoviglie di terraglia
ci sembra una vergogna,
ma non lo troveresti indegno
scaraventato in mezzo ai Marsi
o alla tavola dei Sabini,
dove un saio ruvido e scolorito
ti farebbe felice.
Del resto, diciamo la verit,
in gran parte d'Italia
la toga s'indossa solo da morti.
Persino quando le solennit festive
vengono celebrate in un teatro d'erba
e sulla scena torna una farsa ben nota,
mentre tremano i marmocchi in grembo alle madri
per il ghigno livido delle maschere,
vestiti tutti a un modo puoi vederli,
dai posti d'onore a quelli del popolo;
e agli edili, come segno dell'alta carica,
basta una tunica bianca per primeggiare.
Fra noi invece l'eleganza dell'abito tutto
e il superfluo si attinge a volte in borse altrui.
Male comune questo:
viviamo tutti da straccioni pieni d'arie.
Ma perch farla lunga? a Roma tutto ha un prezzo.
Per salutare Cosso qualche volta
o perch Veiento, sia pure a labbra chiuse,
ti getti uno sguardo, tu quanto paghi?
Chi si rade, chi ripone la chioma dell'amato
e la casa trabocca di focacce in vendita:
prendile e tienti stretta questa fregatura.
Come clienti, non c' verso,
siamo costretti a versare tributi,
ad aumentare i redditi di servi perbenino.

Nella gelida Preneste, fra i colli e i boschi
di Bolsena, nella tranquilla Gabi
o nella rocca sui pendii di Tivoli
chi teme o ha mai temuto crolli?
Ma noi viviamo a Roma, una citt
che in gran parte si regge su puntelli fatiscenti;
cos infatti l'amministratore rimedia ai guasti
e, tappata la fenditura di una vecchia crepa,
invita tutti a dormire tranquilli
sotto la minaccia di un crollo.
Meglio vivere dove non scoppiano incendi
e non si temono allarmi la notte.
'Acqua, acqua!' supplica Ucalegonte
portando in salvo i suoi stracci: sotto di te
il terzo piano in fiamme e tu l'ignori;
se gi in basso il terrore dilaga,
chi non ha che le tegole
per ripararsi dalla pioggia,
lass dove le languide colombe
depongono le uova,
brucer per ultimo, non c' dubbio,
ma brucer.

Cordo aveva un letto troppo piccolo anche per Prcula,
sei orcioli in mostra sul tavolino,
una piccola brocca sotto
e un Chirone sdraiato a sostenere il marmo;
una cesta decrepita
custodiva qualche libretto greco,
di cui, senza rispetto, i topi
rodevano i carmi sublimi.
Nulla aveva Cordo, chi pu negarlo?
Eppure quel disgraziato ha perduto
tutto il suo niente, e in pi per colmo di sventura
a lui che ignudo implora invano
nessuno dar l'aiuto di un po' di pane
o di un tetto per ospitarlo.

Se per crolla il palazzo di Astrico,
signore inorridite, maggiorenti in lutto,
pretori che sospendono le udienze,
questo vedrai,
tutti a piangere la sorte di Roma,
a maledire il fuoco.
Divampa ancora e gi accorre
chi dona marmi o concorre alle spese;
uno porta statue candide di figure ignude,
l'altro un capolavoro di Eufranore
o di Policleto, quella gioielli antichi
di di asiatici, questo libri, scaffali
e un busto di Minerva,
quello infine un moggio d'argento.
E Prsico, un riccone senza figli,
rimedia meglio e pi roba di prima,
tanto da giustificare il sospetto
che lui, proprio lui abbia incendiato la casa.

Se sai strapparti dal cuore i giochi del Circo,
a Sora, Fabrateria o Frosinone,
coi soldi che spendi in un anno a Roma
per la pigione di un tugurio,
puoi procurarti una casa stupenda,
con un orticello e un piccolo pozzo
al quale attingere senza fatica
o bisogno di funi
per innaffiare i getti delle piante.
Vivi con la tua zappa al fianco
e cura con amore l'orto:
potrebbe fornirti la cena
per cento pitagorici.
In qualunque luogo o angolo della terra
essere tu il padrone,
anche di una sola lucertola,
vale sempre qualcosa.

Per disturbi d'insonnia
muore qui la maggior parte di noi:
il cibo indigesto di Roma
che ristagna nello stomaco in fiamme
a causare questo malessere;
d'altra parte, quale casa d'affitto
permette di dormire?
Cifre da capogiro
costa in questa citt un buon sonno!
Il transito dei carri
nella rete tortuosa delle strade
e lo strepito delle mandrie asserragliate,
che strapperebbero il sonno anche a Druso
o ai vitelli marini:
fa capo a tutto ci la malattia.
Ma se, chiamato da un affare,
un ricco fende la folla, volando sulle teste
chiuso in una immensa liburna,
pu leggere, scrivere o, se vuole, dormire,
perch una lettiga con le tende abbassate
concilia il sonno.
E arriver sempre prima di me,
che cerco, come tutti noi che abbiamo fretta,
un varco tra la calca di chi mi precede;
in pi la gente che vien dietro a fiumi
mi schiaccia le reni, questo mi pianta in corpo un gomito,
quello una stanga impertinente,
uno mi sbatte in testa una trave, l'altro un barile.
Gli stinchi in un mare di fango,
da ogni parte mi calpestano suole enormi
e il chiodo di un soldato mi si conficca nell'alluce.

Non vedi con che polverone
si fa ressa per il sussidio?
Cento i convitati e ognuno col suo fornello.
Persino un Corbulone
reggerebbe a stento sul capo
tutti quei vasi enormi e tutti gli utensili
che un povero schiavetto porta a collo teso
correndo a rianimare il fuoco.
E le tuniche appena rattoppate
vanno in brandelli.
In bilico su un carro avanza un lungo abete,
un altro carretto trasporta un pino,
che oscillando da quell'altezza
minacciano la gente.
Se poi si rovescia il rimorchio
che contiene i graniti di Liguria
e sulla folla rovina quell'ammasso di pietre,
che rimane dei corpi?
Chi ne ritrova pi una traccia, ossa, membra?
Ridotto tutto in polvere
il cadavere di quei poveracci
si dissolve in un soffio.
A casa intanto, senza angustie,
si lavano i piatti, si desta col fiato la brace,
si fanno stridere le striglie sulle mense
e, riempite le ampolle, si dispongono i coperti.
Tra i ragazzi c' gara a sbrigare queste faccende,
ma quello ormai siede in riva allo Stige
e, come novizio, rabbrividisce
di fronte al sinistro nocchiero,
col tormento di non poter contare
sulla barca di quella palude fangosa,
perch in bocca non ha l'obolo per il transito.

Ma i pericoli della notte
sono diversi e numerosi, guarda:
tegole che a picco dal tetto delle case
ti spaccano la testa,
vasi ridotti in pezzi che il pi delle volte
rovinano dalle finestre con violenza tale
da segnare di crepe il selciato colpito.
Un incosciente sei, uno che non considera
l'imprevedibilit degli eventi,
se vai fuori a cena senza aver fatto testamento:
in ogni finestra aperta, dove di notte
si spiano i tuoi passi,
sta in agguato la morte.
ugurati dunque e in te coltiva la flebile speranza
che s'accontentino di rovesciarti addosso
il contenuto dei catini.
Un ubriaco incattivito,
che, metti, non abbia ancora accoppato un uomo,
d in escandescenze e passa la notte
come un Achille che pianga l'amico,
giace bocconi e un attimo dopo supino,
solo a quel patto potrebbe dormire:
a certa gente menar le mani concilia il sonno.
Ma per quanto gli anni lo rendano arrogante
e sia cotto dal vino, si tiene alla larga
da chi un mantello scarlatto,
un sguito senza fine di amici
e in pi uno stuolo di torce e candelabri di bronzo
suggeriscono di evitare.
Con me, che mi faccio condurre dalla luna
o dal lume incerto della candela,
di cui regolo ad arte lo stoppino,
con me lui se la prende.
Ed eccoti l'esordio della zuffa infame,
se pu chiamarsi zuffa quella
dove tu picchi e solo io le busco.
Si pianta davanti e intima l'alt.
Meglio ubbidire; che mai si pu fare
quando pi forte il forsennato che l'impone?
'Da dove vieni?' urla,
'con l'aceto e le fave di chi ti sei rimpinzato?
con quale ciabattino hai mangiato fette di porro
e testina di montone lessato?
Non mi rispondi?
Parla o ti prendo a calci!
Avanti, dove ti rintani?
in quale sinagoga ti si pu pescare?'
Se balbetti qualcosa
o cerchi zitto zitto di svignartela,
lo stesso: son sempre botte
e magari, dopo, questi pazzi furiosi
ti citano in giudizio.
Questa la libert dei poveri:
supplicare sotto i colpi e, gonfio di pugni,
implorare che ti lascino rincasare
con qualche dente almeno.
Ma non c' da temere solo questo:
quando, chiuse le case, in ogni luogo
le botteghe con le imposte serrate a catenaccio
non mandano rumori,
pu spuntare chi ti spoglia di tutto,
se poi il bandito non risolve la faccenda
con una coltellata a tradimento:
tutte le volte infatti che la palude Pontina
e la pineta Gallinaria
sono presidiate da guardie armate,
i briganti si riversano a Roma,
come se fosse una riserva.
Su quale incudine mai, in quale fornace
non si forgiano catene massicce?
Enorme la quantit di ferro impiegata in ceppi,
tanto da far temere
che vengano a mancare vomeri, zappe e sarchielli.
Fortunati gli avi dei nostri bisnonni, puoi dirlo,
e quei tempi remoti di re e di tribuni
quando bastava a Roma un solo carcere.

E potrei aggiungere a questi
altri e pi fondati argomenti,
ma le bestie mi attendono e il sole declina.
Bisogna che vada; da un po' con la sua frusta
il mulattiere fa segno che l'ora.
Pensa a me qualche volta
e quando avrai occasione che Roma
ti restituisca alla tua Aquino
per rimetterti in forze, avvertimi:
da Cuma verr alla tua Cerere Elvina,
alla tua Diana. Coi miei scarponi verr
in quelle gelide campagne
ad ascoltare le tue satire,
se non m'avranno in uggia.


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