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Pubblicata il: luglio 16, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 1065 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Decimo Giunio Giovenale
Libro Primo - V
(umiliazioni e arroganza)

Se anche tu mi giurassi che non provi vergogna
dei tuoi propositi e sei ancora convinto
che sommo bene sia sfamarsi alla tavola altrui,
e sopportare affronti puoi
che all'infame mensa di Cesare
nemmeno Sarmento o Gabba, per quanto ignobili,
avrebbero subito,
io non ti crederei.
Niente pi facile che accontentare il ventre;
ma ammetti pure di non aver nemmeno quel poco
che occorre a uno stomaco vuoto:
non ci son pi banchine libere?
un ponte o, men che meno, uno straccio di stuoia?
Vale dunque tanto per te
una cena inframmezzata d'ingiurie?
cos rabbiosa la tua fame?
Umilia meno battere all'addiaccio i denti,
rosicchiare i ripugnanti tozzi di pane
che si gettano ai cani.

Fccati bene in testa che un invito a cena
costituisce il saldo di servizi resi.
Un pasto: questo frutta l'amicizia dei potenti.
Il tuo tiranno te lo mette in conto
e te lo mette anche se t'invita,
ahim, cos di rado.
Dopo mesi d'oblio gli salta in mente
d'invitare un cliente
perch vuoto non rimanga un divano:
'Stiamo un po' insieme', gli dice.
Il colmo dei tuoi voti: cosa vuoi di pi?
Trebio ha ben ragione d'interrompere il sonno
e precipitarsi con le scarpe slacciate
al rito del saluto, nel timore
che la folla dei clienti abbia gi concluso il giro
al lume incerto delle stelle,
quando il gelido carro di Boote
ruota ancora pian piano su s stesso.

E poi, che cena! Neppure la lana grezza
vorrebbe quel vinaccio per sgrassarsi:
in tanti Coribanti
vedrai mutarsi i convitati!
Si d il via con gli insulti;
ma ben presto anche tu, malconcio,
ti trovi a roteare coppe, a tergerti
col tovagliolo insanguinato le ferite,
ogni volta che tra voi e la schiera dei liberti
scoppia una rissa combattuta a colpi di bottiglia.
L'anfitrione intanto beve vino
imbottigliato al tempo in cui i consoli
portavano i capelli ancora intonsi,
e ne conserva di quello pigiato
durante le guerre sociali.
Lui, che nemmeno un bicchiere ne manderebbe
a un amico sofferente di stomaco,
domani si berr un vino
dei colli Albani o dei Setini,
cos vecchio che il tempo
sotto un velo di muffa ne avr cancellato
sull'anfora antica origine e nome;
un vino uguale a quello che bevevano,
incoronati di fiori, Trsea ed Elvidio
nell'anniversario dei due Bruti e di Cassio.
E in che coppe li beve il tuo Virrone!
enormi, incrostate d'ambra, tempestate di gemme.
A te oggetti d'oro niente,
o se per caso te li danno,
ti mettono un guardiano al fianco
che controlla le pietre
e tiene d'occhio le tue unghie aguzze.
Comprendilo: l c' un diaspro famoso,
invidiato da tutti. Come tanti,
anche Virrone trasferisce le sue gemme
dalle dita alle coppe, e sono gemme
come quelle che il giovane
preferito al geloso Iarba
incastonava a vista sul fodero della spada.
Tu invece vuoterai un calice
a quattro becchi,
che porta il nome di un ciabattino di Benevento,
e in pi sbrecciato al punto
da invocare zolfo per le crepe del vetro.
Se per troppe pietanze e troppo vino
ribolle lo stomaco del padrone,
ecco pronta per lui acqua bollita,
pi fredda della neve getica.
Lamentavo che a voi
si servisse altra qualit di vini?
Ma anche l'acqua che bevete diversa!

E ti porge il bicchiere
un galoppino africano o la mano ossuta
di un negro della Mauritania,
che non vorresti davvero incontrare
quando nel cuore della notte
t'inerpichi in mezzo ai sepolcri della via Latina.
Davanti a lui invece
ecco, c' un fiore d'Asia,
pagato pi di quanto possedevano
il bellicoso Tullo ed Anco; a farla breve,
pi di tutti i poveri arredi
dei re romani messi insieme.
Stando cos le cose,
quando avrai sete
rivolgiti al tuo nero Ganimede.
Un servo pagato un tal patrimonio
non sa come mescere il vino ai poveri:
bello e giovane, la sua boria si spiega.
Quando mai arriver sino a te?
quando mai, anche se lo preghi,
ti verser l'acqua, calda o fredda che sia?
Gi seccato di dover servire un vecchio cliente,
seccato che tu gli chieda qualcosa
e in pi sdraiato come sei,
mentre lui se ne sta in piedi.
[Ogni casa importante
piena di servi altezzosi.]

Eccone un altro: guarda come brontola
nel porgerti il pane appena spezzato!
Tozzi ammuffiti di farina dura come il marmo,
che per quanto tu batta i denti
non riesci ad intaccare.
Il pane tenero, bianco, impastato
con fior di farina, riservato al padrone.
Tieni a freno la mano;
abbi rispetto per quel pane.
Avanti, prova a mostrarti sfrontato:
addosso come un fulmine ti piomba
chi ti far mollar la presa:
'Ospite sfacciato, attingi al paniere tuo!
Non sai distinguere il colore del tuo pane?'.
'Solo per questo dunque,
trascurando tante volte mia moglie,
mi sono inerpicato per il gelido Esquilino
in primavera sotto la furia di un temporale,
tra sferzate di grandine,
e col mantello tutto inzuppato di pioggia!'

Guarda quell'aragosta, che vien servita al padrone,
come guarnisce il piatto col suo lungo corpo
e come in mezzo a un mare di asparagi con la sua coda
sembra spregiare gli invitati,
mentre sulle mani di un servo gigantesco
passa trionfante tra voi.
E a te, vero banchetto funebre,
mezzo uovo che avvolge un gamberetto in un piattino.
Lui annega il pesce nell'olio di Venafro;
a te, poveruomo, vien dato un cavolo slavato
che puzza di lucerna:
l'olio delle vostre ampolle, lo sai,
quello che i Numidi
ci portano sulle loro agili giunche,
un olio che rende persino immuni
dal veleno dei serpenti: per questo
nessuno a Roma vuol pi lavarsi con Bccare.

Triglia di Corsica per il padrone
o delle scogliere di Taormina:
il mare della nostra costa ormai morto,
spopolato da una golosit sfrenata;
senza sosta le reti hanno sondato
per il mercato i fondali vicini a noi,
senza lasciare ai pesci del Tirreno
neanche il tempo di crescere.
dunque la provincia che provvede
alla nostra cucina:
vien di l ci che Lenate, in caccia d'eredit,
compra e Aurelia rivende.
A Virrone si serve una murena enorme,
pescata negli abissi di Sicilia:
quando l'Austro si quieta, tace e asciuga
nella sua grotta le ali madide di pioggia,
le reti osano sfidare
persino il cuore di Cariddi.
Per te invece, eccoti servito,
un'anguilla incrociata con le bisce
o un pescetto del Tevere
maculato dal gelo,
uno di quelli che nascono vicino alla sponda,
s'ingrassano agli scarichi della cloaca
e seguendo le fogne giungono
sino al centro della Suburra.

Se mi prestasse ascolto,
vorrei dire due parole a Virrone.
'Nessuno ti chiede quello che Seneca,
Cotta o il buon Pisone largivano
anche agli amici pi modesti;
un tempo, vero, era la generosit
maggior motivo di gloria che i titoli o le cariche.
Ti chiediamo soltanto
un po' di civilt nelle tue cene.
Almeno questo; poi continua pure
ad essere prodigo con te stesso,
come fanno tanti, e spilorcio con gli amici.'

Davanti a lui fumano il fegato di un'oca enorme,
un pollo grosso come questa
e un cinghiale degno del ferro
del biondo Meleagro.
Poi a primavera, se gli invocati temporali
avranno reso pi laute le cene,
ecco i tartufi. E Alledio:
'Tienti pure il tuo frumento, Libia,
stacca dall'aratro i buoi, ma mandaci i tuoi tartufi!'.
No, non v' limite allo sdegno: guarda
come saltella passo passo il maggiordomo,
come quel pantomimo volteggia il coltello,
finch non ha eseguito
tutti i dettami del suo pigmalione:
certo non cosa da poco
distinguere con quale gesto
da trinciare una lepre e con quale una gallina!
Se osi fiatare, quasi fossi un nobile,
sarai, come Caco steso da Ercole,
trascinato per i piedi e scaraventato fuori.

Quando mai Virrone brinda con te?
Berrebbe mai dal tuo bicchiere?
C' qualcuno tra voi cos audace
o cos folle da dire al grand'uomo: 'Bevi!'?
Sono molte, troppe le cose
che non osa dire chi ha un abito sdrucito.
Ma se un dio o un omuncolo
simile agli dei e migliore del destino
ti regalasse una fortuna,
dal niente che sei, diverresti
per Virrone il pi amico degli amici.
'Date a Trebio, servite Trebio!
Fratello mio, vuoi un po' di questo filetto?'
Denaro, denaro! questo che onora,
che suo fratello! Ma se vuoi
signoreggiare veramente su di lui,
mai accada che alla tua corte
giochi un piccolo Enea o una bambina
pi tenera di lui:
una moglie sterile rende amabile
e prezioso l'amico.
Mcale, per, la tua concubina,
pu partorire quanto vuole,
scodellandoti in grembo tre figli alla volta:
felice sar di questa nidiata allegra,
e ogni volta che un piccolo scroccone
seder alla sua mensa,
gli far portare un farsetto verde e
noccioline, monetine, quante ne vuole.

Agli amici di poco conto
funghi di dubbio pregio;
al padrone un porcino,
di quelli che mangiava Claudio,
prima che uno gliene offrisse sua moglie,
dopo il quale non mangi pi.
Per s e per qualche altro Virrone
far portare frutti, il cui profumo,
solo quello, basterebbe a saziarti,
frutti come ne produceva
l'eterno autunno dei Feaci,
frutti che tu potresti credere
sottratti alle sorelle Espridi.
Per te, o gaudio, una mela rognosa,
di quelle rosicchiate sui bastioni
da una scimmia che bardata di scudo ed elmo
impara tremando a suon di frustate
come dal dorso irsuto di una capra
si scaglia un giavellotto.

Credi che Virrone lo faccia per spilorceria?
No, gli piace farti soffrire:
non c' commedia, non c' mimo
pi divertente di un affamato che implora.
Tutto predisposto, se vuoi saperlo,
per costringerti a spargere
lacrime di bile, a stridere i denti
tra le mascelle serrate. E tu credi
d'essere un uomo libero, un pari del re?
Uno schiavo, nient'altro ti ritiene,
schiavo del profumo che emana dalla sua cucina,
e non ha torto. Chi quel miserabile
che pu sopportarlo due volte,
se da ragazzo ha portato la borchia d'oro
o almeno il collare di cuoio
che distingue i cittadini pi poveri?
Vi perde la speranza di una buona cena:
' il nostro turno: ci dar gli avanzi della lepre,
il coccige del cinghiale; magari
giunger sino a noi un pollastrino'.
E cos ve ne state tutti muti,
in attesa, col pane pronto,
intatto, stretto in pugno.
Ha ragione lui a trattarvi in questo modo.
Se puoi sopportare tutto ci, te lo meriti.
Un giorno, a testa rasa,
ti farai riempire di schiaffi
la faccia, subirai impavido
le pi dure sferzate, degno come sei
di un tale banchetto e di un tale amico.


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