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Pubblicata il: luglio 16, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 1072 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Giovenale
Libro Quinto - XV
(un mondo di cannibali)

Chi non sa quali mostri venera,
Volusio di Bitinia, il folle Egitto?
In un luogo si adora il coccodrillo,
in un altro si ha sacro timore dell'ibis,
gran razziatore di serpenti.
Qui, dove giace sepolta l'antica Tebe
dalle cento porte e risuonano
le magiche corde dei ruderi di Mmnone,
riluce la statua dorata
d'uno scimmione sacro.
Intere citt venerano i gatti,
altre un pesce del Nilo o un cane,
nessuna Diana. Sacrilego profanare
frantumando a morsi porri e cipolle
(o sante genti: per loro gli dei
nascono negli orti!); mensa non v'
in cui non ci si astenga
dalla carne di animali da lana:
mostruoso sgozzare un capretto;
lecito invece nutrirsi di carne umana.

Raccontando queste mostruosit
alla tavola di un Alcinoo sbalordito,
Ulisse pare che abbia provocato
irritazione e sarcasmo in alcuni,
quasi fosse un bugiardo contafavole:
'Non c' nessuno che butti a mare quest'uomo,
che s'inventa immani Lestrgoni e Ciclopi,
degno, lui s, dell'orrenda e vera Cariddi?
Sembrano pi credibili persino Scilla,
le rupi Cianee in lotta fra loro,
gli otri stipati di tempeste o Elpnore,
toccato dalla verghetta di Circe,
che grugnisce insieme ai suoi rematori
mutati in porci. Tanto sciocco
crede il popolo dei Feaci?'.
Chi aveva attinto pochissimo vino
all'anfora di Corf ed era ancora sobrio,
a buon diritto cos ragionava:
a parlare di queste cose
senza testimoni era solo Ulisse.
E anch'io vi narrer un fatto incredibile,
s, ma accaduto di recente
sotto il consolato di Iunco
oltre le mura dell'afosa Copto,
un delitto di massa
pi efferato d'ogni finzione tragica.
Non v' tragedia, anche se le consulti tutte
da Pirra in poi, dove un delitto
venga commesso da un intero popolo.
A questo grado d'orrenda ferocia
giunto il nostro tempo: ascolta.

Tra le citt vicine di Ombo e Tntira
una rivalit che si perde nel tempo
mantiene acceso un odio senza fine
e ferite insanabili.
Tanto reciproco furore nasce
perch le due popolazioni
odiano gli dei del vicino,
convinte che siano vere divinit
solo quelle che loro adorano.
Per uno dei due popoli tempo di festa
e a tutti i capi e maggiorenti
della citt nemica
parve occasione buona
per impedire agli altri di godersi
in santa pace e felici quella giornata
e il piacere dei sontuosi banchetti
allestiti davanti ai templi e nei crocicchi
insieme ai letti, dove notte e giorno
si veglia, distesi talvolta
sino a che il sole del settimo giorno
non li sorprende.
L'Egitto certo paese selvaggio,
ma in quanto a sfrenatezza, come io stesso ho visto,
questa barbara marmaglia non cede
neppur di fronte alla malfamata Canopo.

Ora, non ci vuol molto a vincere gente ubriaca,
con la lingua impastata e le gambe malferme.
Da una parte uomini che danzano al suono
di un nero flautista, profumi d'ogni genere,
fiori e tante corone sulle fronti;
dall'altra l'odio di gente affamata.
Risuonano le prime ingiurie:
per quegli animi eccitati la diana della rissa.
Con uguale clamore si viene alle mani
e in luogo delle armi infuriano i pugni.
Poche son le mascelle che si salvano,
pochi o nessuno nella zuffa i nasi intatti.
In entrambe le schiere volti mutilati,
sembianze sfigurate,
ossa che spuntano da guance fracassate,
pugni lordi del sangue che gronda dagli occhi.
Eppure lo credono ancora un gioco,
una battaglia di ragazzi,
visto che non calpestano cadaveri.
A che scopo combattersi a migliaia,
se tutti sono ancora vivi?
Perci l'impeto si fa pi accanito:
raccolti sassi in terra,
ecco che, tendendo le braccia,
cominciano a scagliare
queste armi tipiche delle rivolte.
Ma non massi come quelli di Turno e Aiace,
o del peso di quell'altro con cui Diomede
fer alla coscia Enea: pietruzze
che possono scagliare mani assai diverse,
mani del nostro tempo.
Sin da quando viveva ancora Omero
la nostra specie cominci a degenerare;
ora la terra nutre
soltanto uomini malvagi, inetti,
e se li vede un nume, qual che sia,
con odio li schernisce.

Ma riprendiamo il filo.
Ricevuti rinforzi, una delle due parti
decide di metter mano alla spada
e di riaccendere la mischia a suon di frecce.
Sotto l'incalzare degli Ombi,
gli abitanti della vicina Tntira,
immersa nei palmizi,
volgono le spalle in precipitosa fuga.
Uno di loro, mentre per la gran paura
corre all'impazzata, cade e vien catturato.
Tagliato a pezzi e pezzi minutissimi,
perch un solo morto basti per tutti,
quella masnada vittoriosa tutto se lo mangia
sino all'osso, senza curarsi affatto
di cuocerlo bollito in pentola o allo spiedo,
accontentandosi del cadavere crudo,
tanto lungo pareva attendere
che il fuoco fosse pronto.
E almeno questo ci rallegri:
non violarono il fuoco che Promteo,
strappandolo alla sommit del cielo,
don alla terra; [rendo grazie al fuoco
e penso che anche tu ne sia felice].
Ma chi ebbe cuore di mettere i denti
su quel cadavere, sembrava non aver
mai mangiato niente di pi gustoso.
In cos grande strazio, credi,
a provar piacere di quella carne
non furono soltanto i primi:
l'ultimo arrivato, quando ormai tutto il corpo
divorato, sfreg il suolo con le dita
per assaggiare almeno un po' di sangue;
e pi non domandare.

I Vsconi, si dice, con queste vivande
salvarono un tempo la loro vita;
ma la cosa diversa:
qui si trattava di avversit della sorte,
di estrema necessit di una guerra,
di situazione disperata,
di fame atroce dovuta a un assedio senza fine.
[In questi casi, come della gente
della quale ho parlato,
un episodio di cannibalismo
merita compassione.]
Esaurito ogni filo d'erba, ogni animale
ed ogni cosa che esige il furore
del loro ventre vuoto, oggetto di piet
degli stessi nemici
per il pallore, la magrezza
e le membra scarnite, spinti dalla fame
addentavano il corpo altrui,
pronti a divorare anche il proprio.
Chi mai di noi o degli dei
negherebbe il perdono a gente
che aveva patito cos crudeli
e immani pene? L'avrebbero assolta
persino i Mani, dei cui corpi
s'era cibata. Certo,
nelle sue massime Zenone
offre migliore insegnamento:
[alcuni infatti ritengono che non tutto
sia lecito per salvare la vita;]
ma come poteva essere stoico un Cntabro,
in pi al tempo del vecchio Metello?
Ora il mondo intero si incivilito
alla cultura greca e nostra:
l'eloquenza di Gallia persino in Britannia
ha formato avvocati e a Tule
gi si parla di stipendiare un retore.

S, quel nobile popolo di cui ho detto,
e il Saguntino, pari in coraggio e virt,
anche se provato da sciagura maggiore,
possono trovare qualche attenuante:
ma l'Egitto pi sanguinario
degli altari della Metide.
La Turide infatti, inventrice,
se ai poeti si pu dar fede,
di questi orrendi sacrifici,
si limita a immolare esseri umani,
senza che la vittima abbia a temere
ulteriori offese, pi gravi del coltello.
Ma quale circostanza spingeva costoro?
Quale rabbiosa fame, quale assedio di nemici
a osare tale mostruosit li costrinse?
Non v'era pi efficace scongiuro da fare
perch il Nilo non negasse la piena
alle riarse campagne di Menfi?
Ma questa imbelle e inutile marmaglia
incrudel con una rabbia
che mai ebbero i terribili Cimbri,
i Bretoni e neppure i truci Srmati
o gli spietati Agatirsi; e pensare
che son soliti alzare minuscole vele
su barchette d'argilla e piegare la schiena
sui corti remi di questi gusci dipinti.
Non saprei trovare una pena adatta
a tanta scelleratezza o un supplizio
degno di gente come questa,
nella cui mente fame ed odio
sono esattamente la stessa cosa.

La natura, dando le lacrime al genere umano,
attesta di averlo fornito
anche di un cuore facile alla commozione.
Questa la parte migliore della nostra coscienza.
Quando un amico chiamato in giudizio,
la sua penosa situazione
ci strappa il pianto, e cos quando un orfano,
che vela coi lunghi capelli di fanciulla
il viso rigato di lacrime,
cita in giudizio il tutore infedele.
per istinto naturale che piangiamo,
quando incontriamo il funerale
di una vergine in et da marito
o quando si seppellisce un fanciullo
troppo piccolo per fiamme di rogo.
Dov' quell'uomo onesto
e degno della fiaccola segreta,
come lo vuole il ministro di Cerere,
che crede non appartenergli alcun dolore?
Questo ci distingue dal mutismo degli animali:
noi soli abbiamo avuto in sorte
il sacro dono di ragione,
di attingere al divino
e di creare e praticare l'arte,
traendo dal cielo quella coscienza
negata agli esseri che stanno proni
e con lo sguardo fisso al suolo.
Nascendo il mondo, a loro il Creatore
diede solo la vita: a noi un'anima,
perch da un mutuo amore fossimo costretti
a chiedere e a prestare aiuto,
a riunire in un sol popolo gli uomini dispersi,
a uscire dall'ancestrale foresta
abbandonando i boschi, dimora degli avi,
a costruire case, unendo il nostro tetto
al focolare altrui,
cos che la reciproca fiducia
dei vicini rendesse pi sicuro il sonno,
a proteggere in armi il cittadino
caduto o vacillante per grave ferita,
a lanciare segnali con la medesima tromba,
a difenderci con torri in comune
e dietro porte chiuse da un'unica chiave.

Ma ormai c' pi concordia tra i serpenti.
Ogni belva risparmia quella
che ha macchie simili alle sue:
quando mai a un altro leone
tolse la vita il leone pi forte?
in quale bosco un cinghiale spirato
sotto i denti di un cinghiale pi grosso?
In India la tigre vive in pace perpetua
con altre tigri feroci e l'accordo
regna persino tra gli orsi crudeli.
Ma all'uomo non basta forgiare
su scellerate incudini armi di morte
(i fabbri primitivi,
che ignoravano l'arte
di modellare spade,
si limitavano a fondere sarchi,
rastrelli e sudavano su vomeri e zappe):
vediamo popoli che per placare l'ira
non si accontentano di uccidere,
ma credono che petto, braccia e volto
siano cibo e nient'altro.
Se oggi vedesse queste infamie umane,
cosa direbbe Pitagora, dove fuggirebbe?
lui che si asteneva da tutti gli animali,
quasi fossero creature umane,
e non concedeva al suo ventre
neppure tutti i tipi di legumi?


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