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Pubblicata il: luglio 16, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 3999 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Giovenale
Libro Terzo - VIII
(nobiltà e no)

Le genealogie, a che servono?
A che ti giova, Pòntico,
esser considerato d'antica famiglia,
ostentare i ritratti dei tuoi antenati,
gli Emiliani ritti sui cocchi,
i Curi ormai sbrecciati,
Corvino senza spalle
e Galba senza orecchie e naso?
Che profitto ti viene
dal vantare un Corvino
nel quadro affollato della tua stirpe,
dal risalire con lunga bacchetta
a generali di cavalleria
o a un dittatore anneriti dal tempo,
se agli occhi dei Lèpidi vivi turpemente?
A che ti servono i ritratti di tanti guerrieri,
se tutta la notte tu giochi ai dadi
sotto gli occhi di chi vinse Numanzia,
se inizi a dormire quando sorge Lucifero,
nell'ora in cui quei generali
dagli accampamenti movevano le insegne?

Perché mai Fabio,
anche se è nato dalla schiatta d'Ercole,
dovrebbe gloriarsi dell'Ara Massima
e di avi vincitori degli Allòbrogi,
se poi è avido, bugiardo e smidollato
più di un'agnella euganea,
se i suoi flaccidi lombi,
lisciati con pomice di Catania,
coprono di vergogna i ruvidi antenati,
se, comprando veleni,
disonora la sua stirpe infelice
con un'immagine da fare a pezzi?

Adornino pure i suoi atri,
in tutti gli angoli, antichi busti di cera:
sola ed unica nobiltà è la virtù.
Come quelli di Paolo, Cosso o Druso
siano i tuoi costumi; loro anteponi
all'effigie degli antenati tuoi
e precedano i fasci stessi,
se console tu sei.
Qualità morali devi mostrarmi innanzitutto.
Meriti forse per fatti e parole
d'esser considerato onesto
e tenace assertore di giustizia?
Allora sì, sei nobile, l'ammetto;
salve Getùlico o Silano che tu sia:
da qualunque altro sangue tu discenda,
sei cittadino raro,
illustre per la patria che ti acclama, e allora
esultare di gioia è giusto, come esulta il popolo
per Osiride ritrovato.
Chi potrebbe dir nobile
un uomo indegno della stirpe sua
e insigne solo per il nome famoso che porta?
Chiamiamo Atlante un qualsivoglia nano,
Cigno un etiope, Europa una fanciulla
laida e deforme;
a cani pigri e spelacchiati per cronica rogna,
dediti a leccare l'orlo di lucerne ormai secche,
si darà nome di leopardo, tigre, leone
o di qualche altra belva,
se esiste sulla terra,
che ruggisca ancora più forte.
In guardia, dunque:
bada di non essere un Crètico
o peggio un Camerino.

Chi voglio ammonire? Parlo con te,
Rubellio Blando. Tronfio sei
dell'antica genealogia dei Drusi,
come se per essere nobile
tu, proprio tu, avessi fatto qualcosa,
perché ti concepisse
una donna insigne del sangue di Iulo
e non una che al vento dei bastioni
tesse a giornata.
'Feccia, infima plebaglia, questo siete', strilli.
'Nessuno di voi saprebbe indicare
la patria di suo padre:
da Cècrope discendo io!'
Vivi e goditi a lungo
il piacere di questa origine.
Ma è proprio in basso, tra la plebe,
che troverai un romano eloquente
capace di difendere le cause
di un nobile ignorante.
E sarà di plebe togata
chi sa sciogliere i nodi del diritto,
gli enigmi della legge.
Esce di là l'alacre giovane
che in armi si recherà sull'Eufrate
o fra le legioni di guarnigione
ai Bàtavi sconfitti.
Ma tu altro non sei che un Cecròpide,
simile in tutto a un busto di Ermes.
Non c'è differenza in cui tu lo vinca,
se non che il suo capo è di marmo
e tu sei una statua vivente.
Dimmi, rampollo dei Troiani,
fra gli animali che son muti
chi li stima nobili se non son forti?
Per questo lodiamo il cavallo
che, veloce come un uccello,
raccoglie facili vittorie su vittorie
tra il rauco fervore e l'esultanza del Circo.
Cavallo nobile,
da qualunque pascolo venga,
questo che come un lampo
corre davanti a tutti
e per primo solleva polvere nel campo.
Ma i discendenti di Corifeo e di Irpino
son gregge da mercato,
se la vittoria è un caso
che si posi sul loro giogo.
Qui non v'è rispetto per gli antenati,
nessun credito ai Mani:
per pochi soldi devono cambiar padrone
e col collo spelato trascinar carrette
questi nipoti pigri
e degni solo di far girare la mola.
Se vuoi dunque che ti si ammiri per te stesso
e non per i tuoi beni,
mostraci qualcosa di tuo
che io possa incidere nel marmo,
oltre agli onori che noi tributiamo
e tributammo
a coloro a cui devi tutto.

E questo basta per un giovane
che voce di popolo ci dice arrogante,
tronfio e superbo per esser parente di Nerone:
raro è di solito il buon senso
in questa condizione.
Ma quanto a te, Pòntico, non vorrei
che solo per il merito dei tuoi
fossi considerato,
così da non far nulla
per un tuo elogio futuro.
È ben misero appoggiarsi alla fama altrui
col timore che, tolte le colonne,
l'edificio crolli in rovina.
Il tralcio steso a terra
rimpiange l'olmo spoglio.
Sii buon soldato, buon tutore,
giudice incorruttibile;
e se sarai citato come teste
in una causa ambigua e incerta,
anche se Falàride con la minaccia del toro
ti ordinasse di mentire, suggerendo spergiuri,
reputa infamia suprema anteporre
l'esistenza all'onore
e per amor di vita
perdere del vivere la ragione.
Morto sepolto è chi merita di morire,
anche se all'infinito
cena con ostriche di Gauro
e nel bagno profumato di Cosmo
s'immerge per intero.

E quando infine la provincia,
a lungo sospirata,
ti avrà come governatore,
poni un freno, un limite alla tua collera,
e ponilo alla cupidigia;
abbi pietà dei poveri alleati:
senza più midolla, lo vedi,
sono ossa ormai spolpate.
Considera ciò che prescrivono le leggi,
ciò che impone il senato,
quante mercedi attendono gli onesti,
quali e quanti fulmini di giustizia,
comminati dai senatori,
s'abbatterono su Capitone e Tutore,
razziatori della Cilicia.
Ma a che servono le condanne?
Cherippo, cèrcati per i tuoi stracci un banditore,
visto che Pansa agguanta tutto ciò
che Natta ti ha lasciato, e taci:
è pazzia perdere col resto
anche il denaro per la traversata.

Non eran tali i lamenti e lo strazio per le perdite
al tempo in cui, vinti da poco,
gli alleati erano ancora fiorenti.
Prosperava allora ogni casa,
v'erano mucchi immensi di denaro,
di clamidi spartane e porpore di Coo,
e fra dipinti di Parrasio e statue di Mirone
spiccava l'avorio di Fidia,
senza numero i lavori di Policleto
e rare le mense senza coppe di Mèntore.
Ma di qui Dolabella, Antonio
e il sacrilego Verre
trafugarono bottini su bottini,
nascosti nelle stive delle navi,
per innumerevoli trionfi in tempo di pace.
Ora ai nostri alleati,
carpito il campicello,
si potrà rubare qualche paio di buoi,
una piccola mandria di cavalle,
il maschio del gregge o magari i Lari,
se qualche statuina curiosa o qualche divinità
in un angolo di casa è ancora rimasta:
il massimo delle loro ricchezze,
che di meglio proprio non hanno.

Forse disprezzi gli abitanti imbelli
di Rodi e la profumata Corinto;
hai ragione: che danno potranno mai farti
giovani cosparsi di resina
o gente che si depila le gambe?
Ma attento alla selvaggia Spagna,
al cielo di Gallia, alle coste illiriche.
Risparmia i mietitori che nutrono Roma,
intontita dal circo e dal teatro:
che profitto trarresti
da così scellerato crimine,
dopo che Mario ha depredato
e ridotto in miseria gli africani?
Bada di non infliggere pesanti offese
a uomini forti colpiti da sciagura.
Puoi a man bassa derubarli
di tutto l'oro e l'argento in loro possesso,
[ma se concedi scudo, spada, giavellotto ed elmo,]
ai depredati le armi resteranno.

Ciò che vi ho detto non è un'opinione:
è verità. Credetemi:
è come se vi leggessi un foglio della Sibilla.
Se il tuo séguito è irreprensibile,
se nessun giovane tuo dai boccoli lunghi
fa mercimonio di giustizia,
se anche tua moglie è senza macchia
e di correre non ha in mente
per distretti e contrade ad arraffar denaro
con unghie adunche
come Celeno, allora sino a Pico
risalire puoi far la tua casata
e, se hai passione per i nomi altisonanti,
annoverare fra i tuoi antenati
tutta l'orda dei Titani e Promèteo in più:
scegliti l'avo dal libro che vuoi.
Ma se dall'ambizione e dal capriccio
travolgere ti lasci,
se nel sangue degli alleati
spezzi le tue verghe e gioia ti danno
scuri smussate e littori sfiniti,
contro di te vedrai schierarsi
la nobiltà degli stessi tuoi avi
a illuminare di fuoco le tue vergogne.
Ogni perversità dell'animo
maggior scandalo in sé comporta,
quanto più stimato è il colpevole.
Cosa m'importa se tu firmi
testamenti su testamenti falsi
nel tempio eretto da un tuo avo
o innanzi alla statua in onore di tuo padre?
o se di notte per le tue lascivie
col cappuccio dei Sàntoni
a celarlo ti copri il capo?

Tra le ceneri e le ossa dei suoi antenati
sulle ali di un carro l'obeso Laterano
si fa trascinare, e lui stesso,
console mulattiere,
trattiene col freno le ruote:
è notte, ma la luna vede
e le stelle coi loro occhi son testimoni.
Scaduto il tempo della carica,
alla luce del sole Laterano
impugnerà la sferza
e, incontrando senza turbarsi
un amico attempato,
lo saluterà per primo con la sua frusta,
scioglierà i mannelli lui stesso
e darà l'orzo alle sue bestie stanche.
E mentre col rito di Numa
dinanzi all'altare di Giove
immola pecore e un fulvo torello,
giura solo per Èpona
e i geni dipinti sulle fetide greppie.
Ma quando gli vien voglia
di riaggirarsi per taverne aperte tutta notte,
ecco che gli corre incontro un Sirofenicio
impregnato come sempre di amomo,
quel Sirofenicio della porta Idumea
che con ospitale cordialità
re e suo padrone lo saluta,
mentre Ciane in veste succinta
si offre di vendergli da bere.
'Anche noi abbiamo fatto così da giovani',
potrà dirmi un uomo indulgente.
Certo, ma di sicuro hai smesso
e più non hai covato questo errore.
Le turpitudini poco devon durare;
certi eccessi vanno estirpati con la prima barba.
Concedi indulgenza ai ragazzi;
ma Laterano, nelle Terme,
frequenta solo bettole seguendone le insegne,
quando ormai è maturo
per difendere in armi
i fiumi d'Armenia e di Siria,
Danubio e Reno.
La sua età è giusta
per render sicuro Nerone.
Mandalo ad Ostia, ad Ostia, Cesare;
ma il tuo legato cercalo in saloni d'osterie:
lo troverai sdraiato con qualche sicario,
in mezzo a marinai, ladri e schiavi fuggiaschi,
fra carnefici, becchini e tamburi abbandonati
di qualche Gallo con la pancia all'aria.
Qui la licenza impera:
coppe in comune, stesso letto,
mensa alla portata di tutti.
Che faresti, Pòntico, se ti capitasse un servo simile?
Lo invieresti, credo, tra i Lucani
o in qualche ergastolo d'Etruria.
Ma voi, prole troiana,
tutto vi permettete
e ciò che a un poveraccio darebbe vergogna
di Volesi e di Bruto sarà vanto.

Il guaio è che non posso
citare esempi tanto vergognosi e ripugnanti
senza che ne restino di peggiori.
Dato fondo al tuo patrimonio,
tu, Damasippo,
hai venduto alla scena la tua voce
per recitare il tracotante Spettro di Catullo.
E anche meglio ha recitato il Laureolo
Lèntulo, un giovane, a parer mio, degno
d'essere veramente messo in croce.
Ma neanche il popolo è scusabile:
ancora più sfrontata
è la faccia di questa plebe,
che seduta contempla
le incredibili buffonerie dei patrizi,
guarda i Fabi che recitano scalzi
e può ridere degli schiaffi
che prendono i Mamerchi.
Che importa a che prezzo si vendono?
già cadaveri sono.
Si vendono senza che alcun Nerone li costringa,
e non hanno ritegno a vendersi
per i giochi che dall'alto un pretore indice.
Immagina che ti presentino da un lato spade,
dall'altro la ribalta: cosa è meglio?
S'è visto mai qualcuno
così terrorizzato dalla morte
da impersonare Latino geloso di Timele
o essere collega di Corinto il buffone?
Ma dove il principe fa il citaredo
è normale che il mimo sia un nobile.
E più in basso non c'è che il Circo.
Qui, qui trovi la vergogna di Roma,
Gracco che, senza corazza, sciabola e scudo
dei mirmilloni (foggia che rifiuta,
che rifiuta ed odia), combatte,
il viso libero dall'elmo:
scuote il tridente, tendendo la mano
getta la rete aggrovigliata
e, se il colpo non riesce,
col viso rivolto agli spettatori
e ben riconoscibile,
fugge lungo tutta l'arena.
Ne fa fede la tunica:
dalla scollatura spunta un cordone d'oro
che sbatte contro il sottogola del berretto.
Ignominia più penosa d'ogni ferita
l'ha subita però l'inseguitore
costretto a misurarsi con un Gracco.

Se al popolo si desse libertà di voto,
chi sarebbe così perverso da esitare
nel preferire Seneca a Nerone?
Per giustiziarlo ben più di una scimmia,
di un serpente e un sacco di cuoio
si dovrebbe approntare.
Uguale il delitto di Oreste,
ma i motivi lo rendono diverso:
strumento degli dei,
lui vendicava il padre
ucciso durante il convito,
ma non si macchiò dell'assassinio di Elettra
o del sangue della moglie spartana,
non propinò veleni ai suoi parenti,
mai cantò sulla scena,
mai su Troia scrisse un poema, Oreste.
Di qual delitto avrebbero dovuto trarre
maggior vendetta Virginio, Vìndice e Galba
con le loro armate, fra i tanti
commessi con così spietata
e brutale violenza da Nerone?
Queste le prodezze e gli intrighi
di un principe d'alto lignaggio,
che su scene straniere
si diletta a prostituirsi in canti osceni
per meritare l'apio
della corona greca.
Le effigie dei tuoi avi
si adornino con i trofei della tua voce;
deponi ai piedi di Domizio
il lungo strascico di Tieste,
la maschera di Menalippe
o di Antigone, e al Colosso di marmo
appendi la tua cetra.

Chi mai potrebbe, Catilina,
trovare nobiltà maggiore
del tuo sangue o di quello di Cetego?
E tuttavia di notte
voi ordite assalti e incendi alle case e ai templi,
come figli di barbari sbracati
o progenie di Sènoni,
osando delitti punibili
con la tunica del supplizio.
Ma un console veglia e frena i vostri vessilli:
uomo nuovo di Arpino, sconosciuto,
sin qui cavaliere municipale a Roma,
ora dispone ovunque scolte armate
per i cittadini in allarme
e d'ogni colle si dà cura.
Così tra le mura la toga
gli diede tanto nome e gloria,
quanta a Lèucade e nei campi della Tessaglia
Ottavio ne acquistò con la sua spada
grondante di continue stragi;
e Roma, la libera Roma
proclamò Cicerone fondatore
e padre della patria.

Altro Arpinate: sui monti dei Volsci
cercava il suo salario
stremato sull'aratro altrui;
e se alle fortificazioni dell'accampamento
con fiacca e svogliato lavorava di scure,
si vedeva spezzare sulla testa
un nodoso tralcio di vite.
Eppure è lui che affronta i Cimbri,
i pericoli estremi,
e da solo protegge la città sgomenta;
per questo, quando sullo sterminio dei Cimbri
calarono i corvi, che mai si eran posati
su cadaveri così giganteschi,
il nobile collega
dopo di lui ricevette l'alloro.

Plebeo fu l'animo dei Deci,
plebeo il loro nome, eppure
più di intere legioni,
più di tutti i nostri alleati
e della gioventù latina,
bastarono da soli
a placare la Madre terra
e gli dei dell'Averno:
valgono loro
più di tutti coloro che han salvato.
Anche se figlio di una schiava,
l'ultimo dei re buoni
si guadagnò il mantello, la corona
e i fasci di Quirino.
Furono invece gli stessi figli del console
che aprirono a tradimento i battenti delle porte
ai tiranni esiliati;
loro, che avrebbero dovuto compiere,
in difesa della libertà ancora incerta,
qualche nobile gesto,
tale da suscitare il plauso
di Coclite, di Muzio e della vergine
che attraversò a nuoto il Tevere,
confine allora dell'impero nostro.
Fu un servo, degno del pianto delle matrone,
che svelò ai senatori
le occulte trame, così che per giusto scotto
i congiurati subirono verga e scure,
delle leggi massima pena.

Preferirei che per padre avessi Tersite,
purché tu fossi simile ad Achille
e maneggiassi le armi di Vulcano,
piuttosto che somigliante a Tersite
t'avesse generato Achille.
Del resto, per quanto tu risalga lontano
e lontano abbia origine il tuo nome,
tu discendi da un covo di briganti;
il tuo capostipite, chiunque fosse,
era un pastore
o quello che non voglio dire.


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Petri György poeta ungherese, nato nel 1943 a Budapest e decaduto nel 2000. Titolo originale della poesia è Egy emlék, tradotta da me.

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