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Pubblicata il: luglio 12, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 783 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Gaio Valerio Catullo

10
Dal Foro dove ciondolavo il mio buon Varo
mi porta a casa di una sua ragazza,
una fichina che a prima vista mi parve
non priva di qualche grazia, quasi carina.
Giunti da lei ci si mise a parlare
di tante cose e fra queste della Bitinia,
il suo stato, le sue condizioni politiche,
i guadagni che mi avrebbe fruttato.
Risposi la verit: a nessuno di noi,
pretori o gente del seguito, era toccato
di tornarsene col capo pi profumato,
vedi poi se ti capita in sorte un fottuto
di pretore che del seguito se ne infischia.
'Ma almeno' m'interrompono 'avrai comprato
ci che dicono la specialit del luogo,
dei portatori di lettiga.' Io per farmi
con la donna un po' pi fortunato degli altri:
'Non mi andata poi cos male,' le rispondo
'considerata quella terra maledetta:
ne ho cavato otto uomini robusti.'
In realt non ne avevo neppure uno,
qui a Roma o laggi, in grado di reggere
sul collo una vecchia brandina sgangherata.
E quella con la sua facciatosta mi fa:
'Catullo mio, dovresti prestarmeli un attimo,
te ne prego, voglio farmi portare al tempio
di Serpide.' 'Un momento, dico, ragazza,
ci che poco fa ho detto di possedere,
m'ero distratto: un amico mio,
Gaio Cinna, che se l' procurato.
D'altra parte, suoi o miei, che importa?
Me ne servo come fossero miei.
Ma tu sei proprio sciocca e impertinente
se non ammetti che ci si possa distrarre.'


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