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Pubblicata il: luglio 11, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie latine | Totali visite: 921 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Tito Lucrezio Caro
LIBRO V,2

Quanto al resto, poich ho spiegato come ogni cosa
possa avvenire per i ceruli spazi del vasto mondo,
s che potessimo conoscere quale forza e causa produca
i vari corsi del sole e i movimenti della luna,
e in che modo quegli astri, oscurata la luce,possano eclissarsi
e coprire di tenebre la terra che non le aspettava,
quando pare che chiudano gli occhi e poi, apertili di nuovo,
frugano ogni luogo che si imbianca di chiara luce,
ora torno alla giovinezza del mondo e ai molli campi della terra,
e dir che cosa dapprima essi s'indussero a levare, con nuova
procreazione, alle plaghe della luce e affidare ai volubili venti.
Da principio la terra produsse la famiglia delle erbe
e il verde splendore intorno ai colli e per tutti i piani,
i floridi prati rifulsero di verdeggiante colore,
e ai vari alberi in sguito fu dato di gareggiare
grandemente nel crescere per l'aria a briglie sciolte.
Come sulle membra dei quadrupedi e sul corpo
dei pennuti spuntano dapprima piume e peli e setole,
cos allora la giovane terra gener dapprima erbe e virgulti,
in sguito cre le stirpi mortali, che nacquero in gran numero, in molti modi, con varie forme.
Infatti non possono esser caduti dal cielo gli animali,
n le specie terrestri essere uscite dai salati abissi.
Resta che a ragione la terra ha ricevuto il nome di madre
poich dalla terra traggono origine tutte le creature.
Ed anche ora molti animali sorgono dalla terra,
generati dalle piogge e dall'ardente calore del sole;
perci non c' da stupire se pi numerosi ne nacquero allora,
e pi grandi, essendo cresciuti quando terra e cielo eran giovani.
Da principio la specie degli alati e i vari uccelli
lasciavano le uova, uscendo dai gusci in primavera,
come ora d'estate le cicale spontaneamente abbandonano
i tondeggianti involucri per cercare il cibo e la vita.
Allora, vedi, la terra cominci a produrre le stirpi mortali.
Molto calore, infatti, e umidit sovrabbondavano nei campi.
Perci, ovunque si offriva idonea disposizione di luogo,
crescevano uteri attaccati alla terra con radici;
e quando, maturato il tempo, li aveva aperti l'et
degli infanti, fuggendo l'umidit e cercando l'aria,
l la natura rivolgeva i canali della terra
e li costringeva a versare dalle vene aperte un succo
simile al latte, come ora ogni femmina,
quando ha partorito, s'empie di dolce latte, perch tutto
alle mammelle converge l'impeto del suo alimento.
La terra offriva ai bimbi il cibo, il calore una veste, l'erba
un giaciglio riboccante di molta e morbida lanugine.
Ma la giovinezza del mondo non produceva rigidi freddi,
n eccessivi calori, n venti di forze possenti.
Tutte le cose infatti di pari passo crescono e prendono vigore.
Perci, ancora e ancora, la terra a ragione ha ricevuto
e conserva il nome di madre, poich da s essa cre
il genere umano e, quasi a un momento stabilito, partor
ogni animale che sui grandi monti scorrazza selvaggio
e insieme gli uccelli dell'aria nelle varie forme.
Ma, poich il suo partorire deve avere un termine,
essa cess, come donna fiaccata da vecchiezza.
Il tempo infatti muta la natura di tutto il mondo,
e in tutte le cose a uno stato deve subentrarne un altro,
n alcunch resta simile a s stesso: tutte le cose passano,
tutte la natura le trasmuta e le costringe a trasformarsi.
Giacch una imputridisce e fiaccata dal tempo langue,
poi un'altra cresce ed esce dalle condizioni di disprezzo.
Cos dunque il tempo muta la natura di tutto il mondo,
e nella terra a uno stato ne subentra un altro, sicch non pu
produrre ci che pot, ma pu ci che non pot in passato.
E anche molti portenti allora la terra tent di creare,
nati con facce e membra strane: l'androgino, che sta tra i due
sessi, e non n l'uno, n l'altro, ma lontano da ambedue;
alcune creature prive di piedi, altre mancanti, a loro volta,
di mani, o anche mute senza la bocca, o ch'erano cieche
senza gli occhi, o avviluppate in tutto il corpo per l'aderire delle membra,
s che non potevano fare alcunch, n muoversi verso alcun luogo,
n evitare un danno, n prendere ci che era necessario.
Ogni altro mostro e portento di questa specie essa creava,
ma invano, perch la natura ne imped la crescita,
n poterono attingere il bramato fiore dell'et,
n trovare cibo, n congiungersi con gli atti di Venere.
Molte cose vediamo infatti che devono concorrere negli esseri
perch possano generare e propagare le stirpi;
bisogna anzitutto che abbiano di che nutrirsi, poi passaggi per cui
i semi genitali possano scorrere attraverso i corpi ed emanare
dalle membra rilassate; e, affinch la femmina possa congiungersi col maschio, devono avere ambedue ci che occorre per scambiarsi vicendevoli piaceri.
E molte stirpi di esseri viventi dovettero allora soccombere
e non poterono generare e propagare la prole.
Giacch tutte quelle che vedi respirare le aure vitali,
o l'astuzia o la forza o almeno la velocit le protesse
dal principio dell'esistenza e ne conserv le generazioni.
E molte ce ne sono che, raccomandate a noi
dalla loro utilit, furono affidate alla nostra tutela.
In primo luogo alla fiera progenie dei leoni e alle stirpi selvagge
forn difesa la forza, alle volpi l'astuzia e ai cervi la fuga.
Ma i cani dal sonno leggero, che nei petti hanno cuori fedeli,
e ogni progenie nata dal seme delle bestie da soma
e insieme le greggi lanose e le cornute stirpi dei buoi,
tutti furono affidati alla tutela degli uomini, o Memmio.
Ardentemente infatti fuggirono le fiere e cercarono pace
e copiose pasture ottenute senza loro fatica,
cose che noi diamo loro in ricompensa della loro utilit.
Ma quelli cui la natura non diede nulla di ci,
n di vivere da s stessi liberamente, n di rendere a noi
qualche servigio per cui consentissimo alla loro progenie
di nutrirsi e di vivere sicura sotto la nostra protezione,
questi certo soggiacevano ad altri come preda e bottino,
inceppati come erano tutti dalle loro catene fatali,
finch la natura ne port la progenie ad estinzione.
Ma non ci furono Centauri, n in alcun tempo
possono esistere esseri di duplice natura e di corpo doppio,
messi insieme con membra eterogenee, cos che le facolt di creature
nate da questa specie e da quella possano corrispondere abbastanza.
Ci si pu conoscere di qui, anche con mente ottusa.
Anzitutto, nel giro di tre anni il focoso cavallo
nel suo fiore, ma il bambino per niente; ch spesso ancora
cercher nel sonno i capezzoli del seno materno colmi di latte.
Poi, quando al cavallo per vecchiaia vengon meno le forze
poderose e languiscono le membra per il fuggire della vita,
solo allora il fanciullo raggiunge il fiore dell'et e comincia
per lui la giovent, che gli veste di morbida lanugine le guance.
Non ti avvenga, dunque, di credere che dall'uomo e dal seme
di bestie da soma, dei cavalli, possan formarsi Centauri,
ed esistere, o Scille coi corpi semimarini, cinte di rabbiosi cani,
e tutti gli altri esseri di questa fatta,
le cui membra vediamo discordanti fra loro;
che nello stesso tempo n fioriscono, n prendono il vigore
del corpo, n lo perdono a causa della vecchiaia,
n di simile amore ardono, n armonizzano per abitudini
uniformi, n identiche sono le cose che giovano alle loro membra.
Spesso infatti si pu vedere che le barbute capre ingrassano
con la cicuta, mentre questa per l'uomo violento veleno.
Poich, d'altra parte, la fiamma suole cuocere e bruciare
i corpi fulvi dei leoni, tanto quanto qualunque altra specie
di carne e sangue che esiste sulla terra,
come sarebbe potuto avvenire che un unico essere con triplice corpo,
nella parte anteriore leone, nella posteriore drago, nella mediana lei,
la Chimera, spirasse per la bocca una fiamma violenta uscita dal corpo?
Cos, dunque, chi immagina che tali animali potessero nascere
quando la terra era giovane e il cielo da poco formato,
fondandosi soltanto su questo vano nome di giovent,
molte cose similmente pu dire a vanvera;
pu dire che allora fiumi d'oro scorrevano sulla terra ovunque
e che gli alberi comunemente fiorivano di pietre preziose
o che nacque un uomo con membra tanto gigantesche
da poter con un passo poggiare il piede di l da mari profondi
e con le mani rotare intorno a s tutto il cielo.
Ch, se la terra contenne molti semi di cose
nel tempo in cui il suolo cominci a produrre gli animali,
questo tuttavia non segno che si siano potute creare
bestie miste fra loro e membra accozzate di esseri viventi,
poich le specie delle erbe e le messi e gli alberi rigogliosi,
che tuttora pullulano in abbondanza dalla terra,
non posson tuttavia nascere intrecciati fra loro,
ma ognuna di queste cose procede secondo un proprio modo
e tutte per salda legge di natura conservano le differenze.
Ma la stirpe umana che visse allora nei campi fu molto
pi dura, com'era naturale, ch la dura terra l'aveva creata;
e nell'interno del corpo fu piantata su ossa pi grandi
e pi salde, connessa attraverso le carni da nervi poderosi,
tale che non poteva facilmente esser vinta dal caldo, n dal freddo,
n da cibo inconsueto, n da alcun difetto del corpo.
E, durante il corso di molti lustri del sole per il cielo,
conducevano la vita a guisa di fiere vagabonde.
Non c'era nessuno che robusto reggesse l'aratro ricurvo,
nessuno sapeva lavorare i campi col ferro,
n piantare nella terra i virgulti novelli, n dagli alti
alberi tagliar via coi falcetti i rami vecchi.
Ci che donavano il sole e le piogge, ci che produceva
di per s la terra, era un dono bastevole a placare quei petti.
Tra le querce cariche di ghiande per lo pi ristoravano i corpi;
e le corbezzole, che ora nella stagione invernale vedi
farsi mature, di colore purpureo, allora la terra
le produceva in grandissimo numero e anche pi grosse.
E la fiorente giovent del mondo produsse allora
molti altri rudi alimenti, abbondanza per i miseri mortali.
Ma a sedare la sete li chiamavano i fiumi e le fonti,
come ora il torrente, che precipita gi dai grandi monti,
chiama per ampio spazio col chiaro suono sitibonde famiglie di fiere.
Occupavano infine i silvestri recessi delle ninfe, scoperti
nel loro vagare, dai quali sapevano che rivoli d'acqua
fluivano con larga corrente lavando le umide rocce,
le umide rocce, stillanti sopra il verde muschio,
mentre altri scaturivano ed erompevano per la piana campagna.
E non sapevano ancora trattare le cose col fuoco,
n servirsi di pelli e vestire il corpo con spoglie di fiere,
ma abitavano boschi e caverne montane e selve
e nascondevano le scabre membra tra le macchie,
quando eran costretti a evitare sferzate di venti e piogge.
N erano capaci di mirare al bene comune,
n sapevano valersi di costumi e di leggi nei loro rapporti.
Ci che a ciascuno la fortuna aveva offerto come preda, ciascuno
se lo prendeva, avvezzo a usare la forza e a vivere da s, per s stesso.
E Venere nelle selve congiungeva i corpi degli amanti;
conquistava infatti la donna o un reciproco desiderio
o la violenta forza dell'uomo e la sua brama intensa
o una mercede: ghiande e corbezzole o pere scelte.
E, confidando nella meravigliosa forza delle mani e dei piedi,
davano la caccia alle silvestri stirpi delle fiere
con lancio di sassi e con clave pesanti;
e molte ne vincevano, poche ne evitavano nascondendosi;
e, come setolosi cinghiali, abbandonavano sulla terra
nude le membra silvestri, quando li sorprendeva la notte,
avvolgendosi, tutt'intorno, di foglie e di fronde.
N con grande lamento cercavano il giorno e il sole
per i campi vagando paurosi tra le ombre della notte,
ma taciti e sepolti nel sonno aspettavano
che con la rosea fiaccola il sole portasse la luce nel cielo.
E infatti, poich dalla fanciullezza s'erano abituati a vedere
sempre le tenebre e la luce prodursi in tempi alterni,
non poteva avvenire mai che li colpisse meraviglia
o il timore che una notte senza fine occupasse la terra
e il lume del sole fosse stato rapito per sempre.
Ma pi angoscioso era questo, che le stirpi ferine
spesso a quei miseri facevano tribolato il riposo.
E, scacciati dalla loro dimora, fuggivano i rocciosi ripari
all'arrivo d'un cinghiale schiumante o d'un possente leone,
e a notte fonda atterriti cedevano
agli ospiti feroci i covili coperti di fronde.
N allora molto pi che ora le stirpi mortali
lasciavano con lamenti la dolce luce della vita.
Certo, allora pi spesso qualcuno di loro, sorpreso,
offriva pasto vivente alle fiere, dilaniato dalle zanne,
e riempiva di lamenti boschi e monti e selve,
vedendo le proprie vive carni seppellite in un vivo sepolcro.
E quelli che si erano salvati fuggendo col corpo lacerato,
poi, tenendo le mani tremanti sopra le orribili piaghe,
invocavano con grida spaventose Orco,
finch spasimi crudeli li privavano della vita,
senza aiuto, ignari delle cure che le ferite reclamavano.
Tuttavia molte migliaia di uomini adunate sotto le insegne
non dava a morte un solo giorno, n le procellose acque
del mare gettavano navi e uomini a infrangersi contro gli scogli;
ma alla cieca, a vuoto, invano il mare spesso si sollevava
imperversando, e facilmente deponeva le inutili minacce,
n la lusinga della bonaccia poteva subdola
trarre in inganno qualcuno col sorridere delle onde.
La rovinosa arte del navigare giaceva allora ignorata.
Allora la penuria di cibo dava alla morte le membra
languenti, ora al contrario le sommerge l'abbondanza.
Per ignoranza gli uomini d'allora spesso versavano il veleno
a s stessi, quelli d'ora pi scaltramente lo danno essi agli altri.
Poi, quando si provvidero di capanne e di pelli e di fuoco,
e la donna congiunta con l'uomo pass ad un solo
furono conosciuti, ed essi videro la prole nata da loro,
allora primamente il genere umano cominci a dirozzarsi.
Il fuoco infatti fece s che i corpi freddolosi non potessero pi
sopportare bene il freddo sotto la volta del cielo,
e Venere diminu le forze, e i bambini con le carezze
facilmente vinsero l'indole fiera dei genitori.
Allora cominciarono anche a stringere amicizia fra loro
i vicini, desiderando non nuocere e non subire violenza,
e si affidarono l'un l'altro i fanciulli e le donne,
con balbettanti voci e col gesto significando
che era giusto che tutti avessero piet per i deboli.
N tuttavia poteva la concordia nascere sempre, ma una buona,
una gran parte degli uomini osservava i patti fedelmente;
altrimenti il genere umano gi allora sarebbe perito tutto,
n il suo propagarsi avrebbe potuto far durare fino ad ora le stirpi.
I vari suoni della lingua, poi, fu la natura che costrinse
ad emetterli, e l'utilit foggi i nomi delle cose,
in modo non molto diverso da quello in cui si vede che la stessa
incapacit della lingua a esprimere parole induce i bimbi a gestire,
quando fa che mostrino a dito le cose che sono presenti.
Difatti ognuno sente per qual uso possa valersi delle proprie facolt.
Il vitello, prima che le corna gli siano spuntate e sporgano
dalla fronte, con esse irato assale e ostile incalza.
Dal canto loro, i cuccioli delle pantere e i leoncini
si difendono con unghie e zampe e morsi gi quando
denti e unghie non sono ancora ben formati.
Vediamo poi ogni specie di uccelli affidarsi alle ali
e chiedere alle penne un aiuto che ancora tremolante.
Perci pensare che qualcuno allora abbia assegnato i nomi
alle cose e che da lui gli uomini abbiano imparato i primi vocaboli,
follia. Infatti, perch colui avrebbe potuto designare con parole
ogni cosa ed emettere i vari suoni della lingua, ma si dovrebbe
credere che nello stesso tempo altri non abbiano potuto farlo?
Inoltre, se delle parole non avevano fatto uso fra loro
anche altri, donde fu impressa in quello la nozione
della loro utilit e donde fu data a lui per primo la facolt
di sapere e di vedere nella mente che cosa volesse fare?
Parimenti, non poteva uno solo costringer molti e vincerli
e domarli, s che acconsentissero a imparare i nomi delle cose.
N in alcun modo facile insegnare a sordi e persuaderli
di ci che bisogna fare; difatti non lo sopporterebbero,
n in alcun modo tollererebbero che inauditi suoni di voce
pi volte assordassero le loro orecchie invano.
Infine, che c' di tanto sorprendente in questo,
se il genere umano, che aveva voce e lingua vigorose,
secondo le diverse impressioni designava le cose con suoni diversi?
Quando le greggi prive di parola, quando perfino le stirpi
delle fiere son solite formare voci dissimili e varie,
secondo che sentano timore o dolore o cresca in esse la gioia.
E infatti possibile conoscer questo in base a fatti palesi.
Quando le larghe morbide labbra dei cani molossi
incominciano a fremere irritate, scoprendo i duri denti,
tirate indietro per la rabbia, minacciano con suono molto diverso
da quando poi latrano ed empiono tutti i luoghi delle loro voci.
Ma, quando prendono a lambire con la lingua carezzevolmente i cuccioli
o li sballottano con le zampe e, minacciando di morderli,
senza stringere i denti fingono di volerli divorare teneramente,
li vezzeggiano col mugolo in modo molto diverso
da quando lasciati soli in casa abbaiano, o quando
uggiolando scansano col corpo schiacciato a terra le percosse.
E ancora, non si vede che parimenti differisce il nitrito,
quando un polledro nel fiore dell'et infuria fra le cavalle,
colpito dagli sproni di amore alato,
e con le froge dilatate freme movendo all'assalto,
e quando, in altri casi, nitrisce con membra tremanti?
Infine, le specie degli alati e i vari uccelli,
gli sparvieri e le aquile marine e gli smerghi
che cercano il nutrimento e la vita nei salati flutti del mare,
in un tempo diverso gettano gridi di gran lunga diversi
da quando contendono per il cibo e le prede fanno resistenza.
E alcuni mutano col mutare del tempo i rauchi canti,
come le longeve stirpi delle cornacchie e le frotte dei corvi,
di cui si dice che a volte invochino l'acqua e la pioggia,
altre volte chiamino i venti e le brezze.
Dunque, se sensi diversi costringono gli animali,
bench siano privi di parola, a emettere voci diverse,
quanto pi naturale che gli uomini allora abbian potuto
designare cose dissimili con suoni differenti fra loro!
Perch a tale proposito non ti ponga per caso, tacito, questa
domanda, fu il fulmine che port gi in terra ai mortali il fuoco
dapprincipio; di l si diffonde ogni ardore di fiamme.
Molte cose infatti vediamo accendersi penetrate dai semi delle fiamme
celesti, quando un colpo dal cielo ha dato ad esse il suo calore.
E d'altronde, quando un albero ramoso, battuto dai venti,
vacillando fluttua e si getta sui rami di un altro albero,
si sprigiona il fuoco, cavato fuori dal possente attrito,
prorompe talora il fervido ardore della fiamma,
mentre tra loro i rami e i tronchi si sfregano a vicenda.
E l'una e l'altra di queste cause pu aver dato ai mortali il fuoco.
Poi il sole insegn loro a cuocere il cibo e ad ammollirlo
col calore della fiamma, poich vedevano molte cose maturare
vinte dalle sferzate dei raggi e dalla calura per i campi.
E di giorno in giorno sempre pi a mutare il cibo e la vita
anteriore con nuove scoperte e col fuoco insegnavano loro
quelli che eccellevano per ingegno e vigore d'animo.
I re incominciarono a fondare citt e a costruire rocche,
per trovarvi essi stessi difesa e rifugio,
e divisero il bestiame e i campi, e li donarono
secondo la bellezza e la forza e l'ingegno di ciascuno;
perch la bellezza ebbe molto valore e la forza gran pregio.
Pi tardi fu scoperta la ricchezza e fu trovato l'oro,
che facilmente tolse onore sia ai belli che ai forti;
al sguito del pi ricco difatti gli uomini per lo pi s'accodano,
quantunque siano e forti e dotati di bei corpi.
Ma, se si vuol governare la vita secondo la verit,
ricchezza grande per l'uomo il vivere parcamente
con animo sereno; giacch del poco non c' mai penuria.
Ma gli uomini vollero essere illustri e potenti,
perch su fondamento stabile perdurasse la loro fortuna
e opulenti potessero condurre una placida vita;
invano, perch, lottando per ascendere al vertice degli onori,
si fecero pieno di insidie il cammino,
e, quand'anche vi giungano, dal vertice l'invidia, come un fulmine,
colpendoli talvolta li precipita con disprezzo nel Tartaro tetro;
perch per l'invidia, come per il fulmine, per lo pi ardono
i vertici e tutte le cose che si elevano al disopra di altre;
s che molto meglio obbedire quieto
che aspirare al potere supremo e al possesso di regni.
Lascia dunque che invano spossati sudino sangue,
lottando per l'angusto cammino dell'ambizione;
giacch il loro sapere dipende dalla bocca altrui, e mirano alle cose
seguendo ci che hanno udito dire piuttosto che i propri sensi,
n ci ora, n sar in avvenire pi di quanto fu per l'innanzi.
Dunque, uccisi i re, giacevano abbattuti
l'antica maest dei troni e gli scettri superbi;
e lo splendido ornamento della testa regale, insanguinato,
sotto i piedi del volgo piangeva il grande onore;
con ardore infatti si calpesta ci che troppo fu prima temuto.
Cos le cose eran ridotte a estrema confusione e turbamento,
mentre ognuno cercava per s il potere e la sovranit.
Poi una parte di essi insegn a creare magistrati
e fond il diritto, perch volessero osservare le leggi.
Infatti il genere umano, spossato dal vivere una vita di violenza,
languiva per le inimicizie; perci tanto pi spontaneamente
si sottomise da s stesso alle leggi e alla stretta giustizia.
Poich ognuno, difatti, nell'ira s'apprestava a vendetta
pi crudele di quella che ora concedono le giuste leggi,
per questo agli uomini venne a tedio il vivere una vita di violenza.
Da allora il timore delle pene guasta i doni della vita.
Giacch violenza e ingiustizia irretiscono ognuno
e per lo pi ricadono su colui da cui nacquero,
n trascorrere una vita placida e pacata facile
per chi vola coi propri atti i comuni patti di pace.
Infatti, bench sfugga alla stirpe divina e all'umana,
tuttavia non pu esser sicuro che il misfatto rester sempre occulto;
e invero si dice che molti, spesso parlando nel sonno
o delirando per malattia, si tradirono
e manifestarono colpe a lungo celate.
Ora, quale causa abbia diffuso per le grandi nazioni
la potenza degli di e abbia riempito le citt di altari
e abbia fatto istituire solenni riti, quei riti
che oggi fioriscono in grandi occasioni e in grandi sedi,
donde ancor oggi piantato dentro i mortali l'orrore
che innalza nuovi templi di di su tutta la terra
e costringe a frequentarli nei giorni festivi,
non tanto difficile spiegare con parole.
E difatti gi allora le stirpi dei mortali vedevano
nelle menti durante la veglia eccellenti immagini di di,
e queste in sogno apparivano di ancor pi mirabile corporatura.
A queste, dunque, attribuivano il senso perch pareva
che movessero le membra e proferissero parole superbe,
confacenti allo splendido aspetto e alle forze imponenti.
E attribuivano loro vita eterna, perch sempre la loro immagine
si rinnovava e la forma rimaneva inalterata
e, d'altronde, soprattutto perch pensavano che esseri dotati di forze
cos grandi non potessero facilmente esser vinti da alcuna forza.
E pensavano che per sorte molto eccellessero,
perch il timore della morte non ne tormentava alcuno,
e insieme perch in sogno li vedevano compiere molte
e mirabili azioni senza risentirne essi stessi alcuna fatica.
Scorgevano inoltre i fenomeni celesti e le varie stagioni
dell'anno rotare secondo un ordine costante,
n potevano conoscere per quali cause questo avvenisse.
Dunque avevano per s via d'uscita l'assegnare ogni cosa
agli di e supporre che al cenno di quelli ogni cosa obbedisse.
E nel cielo collocarono le sedi e le regioni degli di,
perch nel cielo si vedono girare la notte e la luna,
la luna, il giorno e la notte, e le severe stelle della notte,
e le faci del cielo che vagano di notte, e le fiamme volanti,
le nubi, il sole, le piogge, la neve, i venti, i fulmini, la grandine,
e i rapidi fremiti e i grandi minacciosi fragori.
O infelice genere umano, quando agli di
attribu tali azioni ed aggiunse ire acerbe!
Che gemiti allora a s stessi, che piaghe a noi,
che lacrime cagionarono ai nostri discendenti!
N punto vera piet farsi spesso vedere nell'atto di volgersi
velato a un sasso e accostarsi a tutti gli altari,
n gettarsi a terra prosternato e protendere le palme
innanzi ai templi degli di, n cospargere gli altari
con molto sangue di quadrupedi, n intrecciar voti a voti,
ma piuttosto il poter contemplare ogni cosa con mente tranquilla.
Difatti, quando leviamo lo sguardo alle celesti plaghe
del vasto mondo, lass, e all'etere trapunto di stelle fulgenti,
e il pensiero si volge ai corsi del sole e della luna,
allora, contro i petti oppressi da altri mali comincia
a ergere il capo ridesto anche quell'angoscioso pensiero,
che non ci sia per caso su di noi un immenso potere di di,
che con vario movimento volga gli astri splendenti.
Ignorando le cause, infatti, la mente assillata dal dubbio
se mai ci sia stata un'origine primigenia del mondo
e, insieme, se ci sia un termine fino al quale le mura del mondo
possano sopportare questo travaglio di moto affannoso,
oppure, dotate di eterna esistenza dal volere divino,
possano, volando per un tratto ininterrotto di tempo,
disprezzare le possenti forze di un'et immensa.
Oltre a ci, a chi non si stringe il cuore per timore degli di,
a chi non si raggricciano le membra per paura,
quando sotto l'orribile colpo del fulmine la terra arsa
trema tutta e fragori percorrono il vasto cielo?
Non tremano popoli e genti, e i re superbi
non contraggono le membra percossi dal timore degli di,
immaginando che per qualche azione turpe o parola superba
sia giunto il penoso tempo di pagare il fio?
E, quando l'enorme forza del vento che imperversa per il mare
spazza via su per l'onde il comandante d'una flotta
insieme con le possenti legioni e gli elefanti,
non cerca egli con voti la pace degli di, non invoca pregando
pavido il placarsi dei venti e brezze favorevoli,
ma invano, giacch spesso, afferrato da turbine violento,
vien tuttavia trasportato nelle secche della morte?
A tal punto una forza nascosta schiaccia le cose umane
e sembra calpestare e avere a scherno
gli splendidi fasci e le scuri spietate.
Infine, quando sotto i piedi la terra tutta vacilla
e scosse cadono le citt o minacciano di cadere,
che meraviglia se le stirpi mortali disprezzano s stesse
e ammettono nel mondo vasti poteri e mirabili forze
di di che governino tutte le cose?
Quanto al resto, il rame e l'oro e il ferro e, insieme ad essi,
il peso dell'argento e il potere del piombo furono scoperti
quando il fuoco avvampante aveva arso immense selve
su grandi monti, o per un fulmine piombato dal cielo,
o perch gli uomini, guerreggiando tra loro nelle selve,
avevano scagliato il fuoco tra i nemici per atterrirli,
o perch, allettati dalla bont del terreno, volevano
aprire pingui campi e a pascoli ridurre le campagne,
o far massacro di belve e arricchirsi di preda.
Difatti il cacciare con la fossa e col fuoco sorse prima
che il cingere il bosco con reti e lo scovare la selvaggina coi cani.
Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore
delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve
dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,
colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavit della terra
rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo.
E quando gli uomini li vedevano poi rappresi
risplendere sul suolo di lucido colore,
li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,
e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella
che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno.
Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,
potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,
e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali
quanto mai si volesse acute e sottili,
s da procurarsi armi e poter tagliare selve
ed asciare il legname e piallare e levigare travi
ed anche trapanare e trafiggere e perforare.
E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro
non meno che con la forza violenta del possente rame,
ma invano, poich la tempra di quelli vinta cedeva,
n potevano sopportare ugualmente il duro sforzo.
Difatti il rame era pi pregiato e l'oro era trascurato
per l'inutilit, perch si smussava con la punta rintuzzata.
Ora trascurato il rame, l'oro asceso al pi alto onore.
Cos il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:
ci che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;
quindi subentra un'altra cosa ed esce dal disprezzo
e sempre pi, di giorno in giorno, desiderata, e una volta scoperta
fiorisce di lodi e gode tra i mortali di mirabile onore.
Ora in qual modo sia stata scoperta la natura del ferro,
ti facile conoscere da te stesso, o Memmio.
Armi furono in antico le mani, le unghie e i denti
e i sassi, e inoltre i rami spezzati nelle selve,
poi fiamme e fuoco, da quando se n'ebbe la prima conoscenza.
In sguito fu scoperta la forza del ferro e del bronzo.
E l'uso del bronzo fu conosciuto prima di quello del ferro,
in quanto la sua natura pi malleabile e di pi esso abbonda.
Col bronzo lavoravano il terreno, e col bronzo agitavano
flutti di guerra e spargevano ferite devastatrici
e depredavano greggi e campi. Infatti tutto quel ch'era nudo
e inerme cedeva facilmente a quelli ch'erano armati.
Poi a poco a poco si fece strada la spada di ferro
e divenne obbrobriosa la foggia della falce di bronzo,
e col ferro incominciarono a solcare il suolo della terra
e furono uguagliati i cimenti della guerra dall'esito incerto.
E montare armato sui fianchi del cavallo e guidarlo
col morso e combattere con la destra, uso pi antico
che tentare i rischi della guerra su un carro a due cavalli.
E due cavalli si us aggiogare prima che quattro
e prima che salire armati sui carri muniti di falci.
Poi ai bovi lucani dal corpo turrito, spaventosi,
con la proboscide serpentina, i Punici insegnarono a sopportare
in guerra le ferite e a scompigliare le grandi schiere di Marte.
Cos la triste discordia produsse, l'una dopo l'altra,
cose fatte per incutere orrore alle genti umane in armi,
e di giorno in giorno fece crescere i terrori della guerra.
Sperimentarono anche tori nelle imprese di guerra
e tentarono d'avventare contro i nemici cinghiali feroci.
E alcuni lanciarono innanzi a s vigorosi leoni
con domatori armati e spietati maestri,
che potessero guidarli e tenerli in catene,
ma invano, perch, caldi della confusa strage, inferociti,
i leoni scompigliavano le torme senza alcuna distinzione,
squassando dappertutto le criniere terrificanti,
n i cavalieri potevano placare i petti dei cavalli
spauriti al ruggito, n rivolgerli coi freni contro i nemici.
Le leonesse slanciavano d'un balzo, da ogni lato, i corpi concitati,
e s'avventavano ai volti di quelli che andavano incontro ad esse,
e strappavano gi quelli che sorprendevano da tergo
e, avvinghiandosi intorno, li gettavano a terra vinti dalle ferite,
attaccate a loro con i morsi poderosi e gli artigli adunchi.
E i tori sbalzavan via gli uomini della propria schiera e con le zampe
li schiacciavano, e ai cavalli fianchi e ventri trafiggevano di sotto
con le corna, e sconvolgevano il terreno con impeto minaccioso.
E i cinghiali con le zanne poderose massacravano gli alleati,
cospargendo furibondi col proprio sangue i dardi in loro infranti,
[cospargendo col proprio sangue i dardi infranti nei propri corpi]
e atterravano cavalieri e fanti in confusa rovina.
I cavalli infatti cercavano di schivare le feroci zannate gettandosi
di traverso, o impennandosi percotevano l'aria con gli zoccoli,
ma invano, ch si potevano vedere coi garretti troncati
crollare e coprire il terreno con pesante caduta.
Se alcune belve prima gli uomini credevano abbastanza domate
e addomesticate, nel fervere della mischia le vedevano infiammarsi
per le ferite, il clamore, la fuga, il terrore, il tumulto,
n potevano ricondurne indietro alcuna parte;
infatti tutte le varie specie delle fiere fuggivano qua e l;
come ora i bovi lucani, malamente colpiti dal ferro, sovente
fuggono qua e l, dopo aver fatto stragi di amici.
Se avvenne che facessero questo. Ma a stento posso indurmi
a credere che non abbiano potuto presentire e vedere con la mente,
prima che avvenisse, l'atroce male che li avrebbe colpiti tutti;
e meglio potresti asserire che ci sia avvenuto entro l'universo,
nei vari mondi in varia maniera creati,
anzich su una qualunque determinata ed unica terra.
Ma vollero far questo, non tanto per la speranza di vincere,
quanto per dar motivo di pianto ai nemici, e perire essi stessi,
giacch non confidavano nel numero ed erano privi di armi.
La veste intrecciata precedette l'abito tessuto.
Il tessuto viene dopo il ferro, perch col ferro s'appresta il telaio,
n in altro modo si posson produrre strumenti cos levigati,
spole e fusi, navette e rulli sonori.
E a lavorare la lana la natura costrinse gli uomini prima
che la stirpe delle donne (giacch molto eccelle nell'arte
e molto pi industriosa in genere la stirpe virile),
finch i severi contadini fecero di ci una colpa,
s che quelli vollero lasciarne la cura a mani femminili
e sopportare essi stessi ugualmente dura fatica
e indurire in duro lavoro le membra e le mani.
Ma esempio per la semina e origine dell'innesto
fu dapprima la stessa natura creatrice delle cose,
perch le bacche e le ghiande cadute dagli alberi facevano
a pi di questi pullulare nella giusta stagione sciami di polloni;
di l venne anche l'idea di inserire germogli nei rami
e di piantare nella terra novelli virgulti per i campi.
Poi tentavano altre e altre colture del caro campicello
e vedevano che i frutti selvatici si ammansivano nel terreno
per effetto di premurosa attenzione e amorevole cura.
E ogni giorno di pi costringevano le selve a ritrarsi
in su, sopra i monti, e a far posto in basso alle colture,
per aver prati, stagni, ruscelli, messi e floridi vigneti
sui colli e nelle pianure, e perch la cerula zona
degli ulivi col suo risalto potesse correre in mezzo,
sparsa per poggi e convalli e pianure; come ora vedi
per varia bellezza risaltare tutta la campagna,
che gli uomini ornano piantandovi in mezzo
dolci frutteti e cingono piantando intorno alberi feraci.
Ma l'imitare con la bocca le limpide voci degli uccelli
fu molto prima che gli uomini fossero capaci di praticare
il canto di versi armoniosi e dilettare gli orecchi.
E i sibili dello zefiro per le cavit delle canne dapprima
insegnarono ai campagnoli a soffiare entro cave zampogne.
Poi a poco a poco appresero i dolci lamenti
che effonde il flauto toccato dalle dita dei sonatori,
scoperto fra remoti boschi e selve e pascoli,
nei solinghi luoghi dei pastori e negli ozi divini.
[Cos gradatamente il tempo rivela ogni cosa,
e la ragione la innalza alle plaghe della luce.]
Questi suoni carezzavano loro gli animi e davano diletto,
quando erano sazi di cibo; allora infatti tutto caro al cuore.
Spesso, dunque, familiarmente distesi sull'erba morbida,
presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto,
con tenui mezzi davano giocondit ai corpi,
soprattutto quando il tempo arrideva e la stagione
dipingeva di fiori le erbe verdeggianti.
Allora solevano esserci gli scherzi, allora i conversari, allora i dolci
scoppi di gaiezza; allora infatti la musa agreste era in rigoglio;
allora una libera allegria li spingeva a ornare il capo
e le spalle con corone intrecciate di fiori e di foglie,
e ad avanzare in danza senza ritmo, duramente movendo
le membra, e a battere con duro piede la madre terra;
di l nascevano risa e dolci scoppi di gaiezza, perch allora
tutte queste cose, pi nuove e meravigliose, erano pregiate.
E se vegliavano, di qui avevano sollievo per il sonno perduto:
far passare la voce per molti toni e modulare il canto,
e correre col labbro incurvato su per le canne del flauto;
donde venne questa usanza che anche ora conservano le scolte,
e hanno imparato a osservare i tipi dei ritmi, ma intanto
non colgono affatto un frutto di dolcezza maggiore di quello
che coglieva la stirpe silvestre dei figli della terra.
Difatti ci che a disposizione, se non abbiamo conosciuto prima
qualche cosa di pi dolce, ci piace sopra tutto e sembra prevalere,
ma per lo pi una scoperta posteriore lo annienta
e muta il nostro sentire riguardo a ogni cosa passata.
Cos nacque l'avversione per le ghiande, cos furono abbandonati
quei giacigli cosparsi di erbe e guarniti di fronde.
Cadde anche nel disprezzo la veste di pelle ferina;
che, quando fu scoperta, suscit, io credo, tale invidia
da cagionare insidie e morte a chi la indoss per primo;
e tuttavia, lacerata da coloro che se la strappavan di mano,
fra molto sangue fu distrutta senza poter giovare.
Allora, dunque, le pelli, ora l'oro e la porpora tormentano
con affannosi desideri la vita degli uomini e l'affaticano in guerra;
e perci, come credo, la colpa maggiore sta in noi.
Infatti, nudi, senza pelli, i figli della terra erano martoriati
dal freddo; ma a noi non nuoce affatto l'esser privi
d'una veste di porpora e adorna d'oro e di grandi figure,
purch abbiamo una veste plebea che possa proteggerci.
Dunque il genere umano a vuoto e invano si travaglia
sempre e consuma in affanni inutili la vita,
certo perch non conosce quale sia il limite del possesso
e generalmente fino a qual punto cresca il vero piacere.
E questo a poco a poco ha sospinto la vita in alto mare
e ha suscitato dal profondo grandi tempeste di guerra.
Ma quelle scolte, il sole e la luna, con la loro luce
percorrendo tutt'intorno la grande, rotante volta del cielo,
insegnarono agli uomini che le stagioni ruotano e che la cosa
si svolge secondo un costante piano e un ordine costante.
Gi protetti da torri possenti passavano la vita
e divisa e distinta da confini era coltivata la terra,
e inoltre il mare fioriva di navi volanti con le vele,
gi per patti fissati avevano ausiliari e alleati, quando i poeti
cominciarono a tramandare coi canti le gesta compiute;
n molto prima furono scoperte le lettere dell'alfabeto.
Perci la nostra et non pu discernere quel che avvenuto prima,
tranne che il ragionamento in qualche modo non le mostri le tracce.
Navi e colture dei campi, mura, leggi,
armi, vie, vesti e le altre cose siffatte,
i doni e anche le delizie della vita, tutte quante,
canti, pitture e statue lavorate con arte, levigate, gradatamente
li insegnarono la pratica e, insieme, lo sperimentare
della mente alacre agli uomini avanzanti passo passo.
Cos gradatamente il tempo rivela ogni cosa
e la ragione la innalza alle plaghe della luce.
Difatti con la mente vedevano chiarirsi una cosa dall'altra,
finch con le arti giunsero al culmine pi alto.


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