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Pubblicata il: luglio 23, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poesie orientali | Totali visite: 5068 | Valorazione

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Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
abindranath Tagore
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Ahimé, perché costruirono la mia casa

Ahimé, perché costruirono la mia casa
sulla strada che porta al mercato?
Essi ormeggiano i loro battelli
carichi presso i miei alberi.
Essi vengono e vanno
e passeggiano a loro piacere.
lo siedo e li osservo;
il mio tempo Passa lentamente.
Scacciarli non posso.
-E così passano i miei giorni.

Notte e giorno i loro passi
risuonano davanti alla mia porta.
Invano grido: « lo non vi conosco ».
Alcuni d'essi son noti alle mie dita,
alcuni alle mie narici,
il sangue delle mie vene
sembra conoscerli,
e alcuni son noti ai miei sogni.
Scacciarli non posso.
Li chiamo e dico:
« Venga a casa mia chiunque vuole.
Sì, venite ».

Al mattino la campana suona nel tempio.
Essi vengono reggendo
in mano i loro canestri.
I loro piedi sono rosso-rosati.
I loro volti sono illuminati
dalla prima luce dell'alba.
Scacciarli non posso. Li chiamo e dico:
« Venite a cogliere fiori
nel mio giardino. Venite ».

A mezzogiorno il gong risuona
al cancello del palazzo.
Non capisco perché lasciano il lavoro
e gironzolano intorno alla mia siepe.
I fiori nei loro capelli
sono pallidi e appassiti;
le note dei loro flauti son languide.
Scacciarli non posso. Li chiamo e dico:
L'ornbra è fresca sotto i miei alberi,
Amici, venite ».

A notte i grilli friniscono nei boschi.
Chi viene lentamente
e bussa gentilmente alla mia porta?
Il viso intravvedo vagamente,
nessuna parola viene pronunciata,
il silenzio della notte è tutto intorno.
Scacciare il mio muto ospite non posso.

Osservo il suo volto nell'oscurità,
e passano ore di sogno.


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