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Pubblicata il: giugno 24, 2013 | Da: Redazione
Categoria: Poeti di lingua portoghese | Totali visite: 1525 | Valorazione

Occhio al medio ambiente | Invia per per e-mail

  
Redazione
Sono Manuel figlio di Felice, contento di portar avanti il lavoro di mio padre.
Non sono niente.
Non sar mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
Della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi
(E se sapessero chi , cosa saprebbero?),
Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
Su di una via inaccessibile a tutti i pensieri,
Reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
Con il mistero delle cose sotto alle pietre e agli esseri,
Con la morte che porta umidit nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.
Oggi sono vinto, come se sapessi la verit.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
E non avessi altra fratellanza con le cose
Che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
La fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
Da dentro la mia testa,
E una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'allontanamento.
Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealt che devo
Alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
E alla sensazione che tutto sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
Sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma l ho incontrato solo erba e alberi,
E quando c' era, la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sar, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene cos tanti!
Genio? In questo momento
Centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
E la storia non ne riveler, chiss? , nemmeno uno,
Non ci sar altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono pi sano o meno sano?
No, neppure in me...
In quante mansarde e non-mansarde del mondo
Non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
S?, veramente alte, nobili e lucide -,
E forse realizzabili,
Non verranno mai alla luce del sole reale n troveranno ascolto?
Il mondo di chi nasce per conquistarlo
E non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato di pi di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico pi umanit di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sar sempre, quello della mansarda,
Anche se non ci abito;
Sar sempre quello che non nato per questo;
Sar sempre soltanto quello che possedeva delle qualit;
Sar sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
E ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,
E sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, n in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
E il resto venga pure se verr o dovr venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di levarci da letto;
Ma ci siamo svegliati ed esso opaco,
Ci siamo alzati ed esso estraneo,
Siamo usciti di casa ed esso la terra intera,
Pi il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccina; Mangia cioccolatini !
Guarda che non c' al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi di stagnola,
Butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell'amarezza di ci che mai sar
La calligrafia rapida di questi versi,
Portico crollato sull'Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
Nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento
I panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
E resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e perci consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
O patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
O principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
O marchesa del Settecento, scollata e distante,
O celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,
O non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
Tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se pu ispirare che ispiri!
Il mio cuore un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invocano spiriti invoco
Me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
Vedo gli enti vivi vestiti che s'incrociano,
Vedo i cani che anche loro esistono,
E tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
E tutto questo straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
E oggi non c' mendicante che io non invidi solo perch non me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
E penso: magari non ho mai vissuto, n studiato, n amato, n creduto
(Perch si pu creare la realt di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
Magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
E che irrequietamente coda al di qua della lucertola.
Ho fatto di me ci che non ho saputo,
E ci che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
Era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
Ero gi invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo pi indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
Come un cane tollerato dai gestori
Perch inoffensivo
E scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
Magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
E non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
Calpestando la coscienza di stare esistendo,
Come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
O uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il Padrone della Tabaccheria s' affacciato all'entrata ed rimasto sulla porta.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata in malo modo
E con il fastidio dell' anima che distingue male.
Lui morir ed io morir.
Lui lascer l'insegna, io lascer dei versi.
A un certo momento morir anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morir la strada dov'era stata l'insegna,
E la lingua in cui erano stati scritti i versi.
Morir poi il pianeta ruotante in cui avvenuto tutto questo.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
Continuer a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
Sempre una cosa di fronte all'altra,
Sempre una cosa inutile quanto l'altra,
Sempre l'impossibile, stupido come il reale,
Sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
Sempre questo o sempre qualche altra cosa o n l'uno n l'altra.
Ma un uomo entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
E la realt plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
Con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
E assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
E mi godo, in un momento sensitivo e competente
La liberazione da tutte le speculazioni
E la consapevolezza che la metafisica una conseguenza dell'essere indisposti.
Poi mi allungo sulla sedia
E continuo a fumare.
Finche il Destino me lo conceder, continuer a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
Magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L'uomo uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: Esteves senza metafisica.
(Il Padrone della Tabaccheria s' affacciato all'entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s' voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves! , e l'universo
Mi si ricostruito senza ideale ne speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.


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